Identità e innovazione: il futuro del Made in Italy


In un contesto economico e sociale in continua evoluzione, Manageritalia rafforza il dialogo con le istituzioni e i protagonisti della vita pubblica del Paese. Nasce Manageritalia Incontra: un ciclo di interviste a ministri, parlamentari e decisori pubblici per approfondire i temi che incidono sul futuro di imprese, manager e alte professionalità. Uno spazio di confronto aperto per portare idee, proposte e visioni al centro del dibattito pubblico.

Ministro Urso, in un contesto di crescente competizione globale, quali strumenti concreti intende rafforzare per tutelare e valorizzare il Made in Italy, soprattutto nei settori ad alta intensità di servizi?

«Il Made in Italy oggi non è più soltanto prodotto, ma anche sistema: qualità manifatturiera, servizi avanzati, competenze, tecnologia, logistica, ricerca e capacità di presidiare i mercati globali. È questa la sfida che abbiamo indicato nel Libro Bianco Made in Italy 2030, riconoscendo ai settori ad alta intensità di servizi un ruolo decisivo per la competitività del nostro sistema produttivo. La manifattura italiana è sempre più una manifattura allargata, nella quale produzione fisica e servizi sono componenti inscindibili della stessa catena del valore: progettazione, R&S, digitale, assistenza, distribuzione e post-vendita concorrono tutti alla forza del nostro modello».

Quale ruolo giocano le competenze nella sfida della competitività?

«Stiamo rafforzando gli strumenti che accompagnano la trasformazione delle imprese, dal nuovo Piano transizione 5.0 ai contratti di sviluppo, fino alle misure per innovazione, investimenti e crescita dimensionale. Il vero fattore abilitante restano tuttavia le competenze. La riforma degli Its Academy va esattamente in questa direzione: formare giovani pronti a entrare nelle filiere strategiche, con profili tecnici altamente specializzati, capaci di sostenere la competitività del Made in Italy nella nuova sfida globale».

Le pmi rappresentano l’ossatura del sistema produttivo italiano: quali politiche ritiene prioritarie per rafforzarne la managerialità e favorire una governance più strutturata e orientata alla crescita?

«Occorre sostenere un cambiamento profondo nei modelli organizzativi delle pmi, accompagnando le imprese verso standard gestionali più moderni, trasparenti e competitivi. Le imprese devono crescere non solo grazie al proprio talento, ma anche per un ecosistema che le sostiene, fatto di competenze, capitale, innovazione, reti».

Quali interventi avete introdotto per accompagnare questo percorso?

«Oltre alle misure già citate, nella prima legge sulle pmi, entrata in vigore ad aprile e attesa da oltre dieci anni, siamo intervenuti su più fronti, agevolando l’accesso al credito, promuovendo le aggregazioni e introducendo incentivi fiscali per le reti d’impresa, nonché il riconoscimento delle centrali consortili. È così che si costruisce un Paese competitivo, capace di difendere e rilanciare il Made in Italy nel mondo».

Molte imprese familiari affrontano oggi il delicato passaggio generazionale: quali interventi possono facilitare questo processo, garantendo continuità, solidità e apertura a competenze manageriali esterne?

«Le molte imprese familiari presenti nel nostro tessuto produttivo rappresentano un valore aggiunto che ci viene riconosciuto. Un recente studio francese individua in queste imprese una particolare abilità nelle strategie di internazionalizzazione. La fase di passaggio generazionale è per loro un momento cruciale che va attentamente pianificato, magari ricorrendo anche all’ausilio di professionisti meno emotivamente coinvolti nel delicato passaggio del testimone generazionale».

La produttività delle imprese italiane resta inferiore rispetto ad altri paesi europei: su quali leve intende agire il ministero per stimolare un salto qualitativo, anche attraverso il capitale umano e le competenze manageriali?

«La prima leva è il sostegno all’innovazione e alla digitalizzazione con strumenti agevolativi come il Piano transizione 5.0, la Nuova Sabatini e gli Accordi per l’innovazione. La seconda è la formazione delle competenze, con finanziamenti mirati allo sviluppo di professionalità specialistiche in transizione digitale e green, soprattutto nel Mezzogiorno. La terza è il rafforzamento della managerialità dentro le aziende: oggi solo il 5% delle imprese industriali italiane è pienamente managerializzato e, in un contesto in rapida evoluzione, la capacità di rinnovare i modelli di management e di integrare nuove competenze è una leva di competitività indispensabile. La produttività si alza investendo non solo in tecnologia e macchinari, ma anche nelle persone».

Qual è il ruolo che i manager possono svolgere nella difesa e nell’evoluzione del Made in Italy?

«Ai manager è affidato un ruolo fondamentale. Spetta a loro, o meglio, anche a loro, la difesa dell’identità del Made in Italy – intesa come marchi, origine e qualità – e saper introdurre innovazione di prodotto e di processo per mantenere la competitività internazionale».

Quali strumenti sono stati introdotti nel contrasto all’italian sounding e alla contraffazione?

«Sul fronte della contraffazione, negli anni di governo abbiamo introdotto maggiori garanzie per la tracciabilità e l’uso corretto della denominazione “artigianale”, oltre alla possibilità di richiedere un marchio di originalità, come quello delle indicazioni geografiche protette per i prodotti artigianali e industriali, simile a quello che già esisteva per i prodotti agricoli (Igp non-agri). L’Italia può guidare l’Europa in questo percorso, tutelando dalle imitazioni illegali un patrimonio manifatturiero unico al mondo».

In che modo il governo intende sostenere l’internazionalizzazione delle pmi, aiutandole a posizionarsi stabilmente nei mercati esteri più complessi e ad alto valore aggiunto?

«Le pmi sono, per loro natura, le imprese più resilienti e dinamiche del nostro sistema produttivo. Le sosteniamo nell’espansione sui mercati esteri attraverso le iniziative sviluppate da Sace, Simest e Ice, al fine di offrire un supporto unitario ed efficace all’export e all’internazionalizzazione delle aziende italiane, attraverso la presenza delle Case del Made in Italy nei principali eventi fieristici, accordi bilaterali strategici con paesi partner e l’erogazione di un supporto sia informativo che finanziario per partecipare alle fiere e strutturare percorsi di export stabile. L’obiettivo è passare da un export occasionale a una presenza strutturata nei mercati ad alto valore, valorizzando così le filiere produttive e le reti d’impresa».

Quanto conta, in questo percorso, la dimensione europea e la politica commerciale dell’Unione?

«Questo impegno nazionale si inserisce in una più ampia strategia europea finalizzata a rafforzare l’indipendenza economica del mercato unico, anche attraverso accordi commerciali strategici con partner chiave come India, Australia, Mercosur, Svizzera e Messico, al fine di aprire nuovi sbocchi commerciali».

Innovazione e digitalizzazione sono fattori chiave: quali incentivi o strumenti prevede per rendere questi processi accessibili anche alle pmi di dimensioni più contenute?

«L’iperammortamento, introdotto con la legge di bilancio 2026 nell’ambito del Piano transizione 5.0, favorirà l’acquisizione dei beni strumentali nuovi e tecnologicamente avanzati da parte delle imprese di ogni dimensione per il prossimo triennio. Inoltre, abbiamo strumenti specifici e accessibili solo alle imprese più piccole: la Nuova Sabatini per beni strumentali 4.0, i voucher cloud & cybersecurity, il bando Digital transformation e contributi a fondo perduto per la formazione digitale e green, che in alcuni casi possono raggiungere il 70%. Procedure semplificate e focus su cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale e sostenibilità rendono questi strumenti concretamente utilizzabili anche dalle pmi di minori dimensioni».

Come si può favorire una maggiore integrazione tra competenze manageriali e imprenditorialità familiare, evitando resistenze culturali e accelerando i processi decisionali nelle pmi?

«Attraverso incentivi mirati al coinvolgimento di manager esterni, anche temporanei, formazione congiunta e la condivisione di best practice. Il disegno di legge sulle pmi rappresenta un ponte culturale tra tradizione familiare e managerialità moderna, dimostrando che l’apertura alle competenze esterne rafforzi, e non indebolisca, l’identità dell’impresa».

Alla luce delle sfide legate a IA e demografia, è il momento di promuovere e incentivare la figura del welfare manager, come già avvenuto per innovation ed export manager?

«Sì, è il momento giusto. Stiamo valutando misure per strutturare e incentivare questa figura, soprattutto nelle pmi. In un contesto di progressivo invecchiamento della popolazione e grande trasformazione tecnologica, il welfare aziendale diventa uno strumento strategico di retention, produttività e coesione sociale».

Guardando al medio-lungo periodo, quale visione ha per un sistema produttivo italiano più competitivo, innovativo e manageriale, capace di crescere sui mercati internazionali senza perdere la propria identità?

«La nostra visione è racchiusa nel Libro bianco Made in Italy 2030: un’Italia che sia leader europea nella combinazione unica di identità e innovazione. Un sistema produttivo capace di muoversi in un contesto nuovo, che sappia governare con visione strategica e responsabilità le quattro grandi transizioni del nostro tempo: quella demografica, geopolitica, digitale e green. Vogliamo imprese capaci di gestire la competizione sui mercati globali mantenendo al centro qualità, creatività, sostenibilità e valori umani, che da sempre caratterizzano il Made in Italy e il nostro Paese».


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