Tasse famiglia italiana: oltre 20mila euro l’anno


Per una famiglia italiana composta da due lavoratori dipendenti e un figlio a carico il conto annuale di tasse e contributi arriva a 20.592 euro. Eppure, nella quasi totalità dei casi, il prelievo non passa attraverso un pagamento diretto. Il 95,7 per cento viene trattenuto alla fonte oppure si trova già incorporato nei prezzi di beni e servizi. È quanto emerge da un’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia, che ha ricostruito il peso complessivo del fisco su una famiglia ‘tipoì. Solo il 4,3 per cento del carico fiscale richiede un esborso effettuato direttamente dal contribuente.

Alla fonte oltre 13mila euro

La quota principale deriva dalle imposte e dai contributi trattenuti prima che lo stipendio arrivi nelle disponibilità del lavoratore. Ritenute Irpef, contributi previdenziali e addizionali Irpef valgono complessivamente 13.030 euro, pari al 63,3 per cento del prelievo totale. A questa cifra si sommano le imposte comprese nei consumi e in alcune spese obbligatorie: Iva sugli acquisti, accise, contributo al Servizio sanitario nazionale inserito nell’Rc auto, imposta sulla stessa assicurazione e canone Rai.

Questa seconda componente raggiunge 6.676 euro, il 32,4 per cento del totale.

Secondo i calcoli della Cgia, le somme prelevate alla fonte o incorporate in prezzi e tariffe arrivano così a 19.706 euro, pari al 95,7 per cento del carico fiscale complessivo. Alla famiglia restano da corrispondere in modo diretto 887 euro l’anno, riconducibili soprattutto a bollo auto e Tari. La quota rappresenta appena il 4,3 per cento del totale.

Dipendenti e autonomi

L’elaborazione mette in evidenza una differenza tra lavoratori dipendenti e autonomi. Per i primi, il meccanismo del sostituto d’imposta sottrae alla disponibilità del contribuente una parte rilevante delle somme dovute prima dell’accredito dello stipendio.Il lavoratore, quindi, non effettua materialmente gran parte dei versamenti. Per gli autonomi il rapporto con il fisco assume caratteristiche differenti, poiché una parte consistente delle imposte viene corrisposta attraverso pagamenti effettuati in prima persona.

Secondo la Cgia questa diversa modalità contribuisce a spiegare la maggiore insofferenza verso il carico tributario che si registra tra le partite Iva. In alcune categorie, tale situazione può associarsi anche a fenomeni diffusi di sotto-dichiarazione dei redditi.

Il sostituto d’imposta

Per milioni di dipendenti la conoscenza dell’ammontare complessivo delle tasse versate può risultare limitata proprio per la struttura del sistema. Il datore di lavoro trattiene imposte e contributi e trasferisce al dipendente uno stipendio già al netto di buona parte del prelievo. Di conseguenza, il contribuente non entra mai materialmente in possesso delle somme destinate all’erario e agli enti previdenziali.

L’autonomo percepisce invece in modo più diretto l’entità del carico fiscale, anche se non sempre dispone di una visione immediata della cifra effettivamente corrisposta nel corso dell’anno.

Un elemento che complica il quadro è il sistema di liquidazione dell’Irpef, che prevede, oltre al saldo relativo all’anno precedente, anche un acconto del 100 per cento per l’anno in corso. Un meccanismo che può pesare soprattutto in presenza di aumenti del reddito.

L’Irpef

La maggiore possibilità di occultare redditi attribuita ad alcune categorie di lavoratori autonomi non esaurisce il fenomeno dell’evasione fiscale. L’Irpef, pur rappresentando l’imposta che assicura il gettito più elevato all’erario, pesa per circa il 30 per cento delle entrate fiscali complessive. Il restante 70 per cento deriva da altre forme di imposizione.

La possibilità di sottrarsi agli obblighi tributari, quindi, non riguarda soltanto il lavoro autonomo. La platea comprende anche società di capitali, grandi imprese tecnologiche, lavoratori irregolari e altri soggetti economici.

Il fenomeno dell’evasione interessa dunque una parte molto più ampia del sistema fiscale rispetto alla sola categoria delle partite Iva.

Recuperati 36,2 miliardi dall’evasione nel 2025

Nel 2025 l’Agenzia delle Entrate e l’Agenzia delle Entrate-Riscossione hanno recuperato, anche per conto di altri enti, 36,2 miliardi di euro dalla lotta all’evasione fiscale. Si tratta, secondo i dati riportati dalla Cgia, di un record assoluto. Tra il 2022 e il 2025 il recupero è aumentato di quasi il 44 per cento.

Alla crescita hanno contribuito diversi strumenti: la compliance fiscale, lo split payment, la fatturazione elettronica e la trasmissione telematica dei corrispettivi.

Le misure hanno colpito, tra gli altri, evasori seriali, soggetti che ricevevano pagamenti dalla pubblica amministrazione senza poi assolvere gli obblighi Iva e operatori coinvolti nelle cosiddette frodi carosello. Il contrasto all’evasione conserva ampi margini di intervento, ma i risultati degli ultimi anni indicano un aumento delle somme recuperate.

In Italia 42,8 milioni di contribuenti Irpef

I contribuenti Irpef in Italia sono 42,8 milioni. La componente più numerosa è costituita dai 24,1 milioni di lavoratori dipendenti.Seguono 14,5 milioni di pensionati, 1,6 milioni di lavoratori autonomi e altri 1,6 milioni di percettori di redditi provenienti, tra l’altro, da affitti, terreni e titoli di Stato.

Sul territorio Roma registra il numero più alto, con circa 3 milioni di contribuenti Irpef, tra i quali 103mila autonomi.

Milano si avvicina a 2,5 milioni, con 95mila autonomi, mentre Napoli conta 1,6 milioni di contribuenti, dei quali poco più di 60mila appartengono al lavoro autonomo.

Pressione fiscale

Il confronto europeo colloca l’Italia tra i Paesi con il maggiore peso del fisco sull’economia. Nel 2025 la pressione fiscale in Francia risultava pari al 46,1 per cento del Pil. Seguivano la Danimarca con il 45,5 per cento, il Belgio con il 44,2 e l’Austria con il 44,1 per cento.

L’Italia occupava il quinto posto nell’Unione europea a 27 con una pressione fiscale pari al 43,1 per cento del Pil.

Tra i principali concorrenti commerciali, solo la Francia presentava un valore superiore. La Germania si fermava al 41,8 per cento, 1,3 punti sotto il dato italiano, mentre la Spagna registrava il 38,1 per cento, con una distanza di cinque punti percentuali.


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