Il panorama finanziario globale ha varcato quest’estate una soglia psicologica e tecnica che fino a pochi anni fa appariva impensabile, sancendo il sorpasso storico del valore dell’oro rispetto a quello dei titoli denominati in dollari nelle riserve delle banche centrali e dei fondi sovrani mondiali.
Questo evento, che ha trovato il suo culmine nel mese di giugno 2026, vede oggi l’oro rappresentare mediamente il 27% delle riserve globali contro un dollaro scivolato al 22%, un ribaltamento di fronte che non si verificava con questa intensità strategica da oltre mezzo secolo.
I numeri che sottendono questo cambiamento sono imponenti: le riserve auree ufficiali hanno sfiorato la quota di 38.300 tonnellate, un livello che richiama i massimi del 1965, ancora in regime di convertibilità aurea ma con una valutazione di mercato radicalmente diversa che, nonostante le fluttuazioni, ha visto il metallo giallo stabilizzarsi sopra i 4.600 dollari l’oncia dopo aver toccato punte di 5.600 dollari all’inizio dell’anno. Al contrario, la quota di Treasuries americani nei bilanci sovrani è diminuita di oltre 1.500 miliardi di dollari nell’ultimo triennio, riflettendo una fuga ponderata verso asset che non presentino rischio di controparte.
Le ragioni di questa metamorfosi sono profonde e radicate nella trasformazione del dollaro da bene rifugio internazionale a strumento di pressione geopolitica, una dinamica accelerata in modo definitivo dal congelamento delle riserve russe nel 2022, che ha spinto le potenze emergenti del blocco Brics+, ma anche nazioni storicamente alleate come la Polonia e l’India, a considerare il dollaro come un asset potenzialmente “neutralizzabile” per via politica.
In altre parole, da quando le sanzioni contro la Russia la Cina sono diventate lo strumento della politica estera statunitense, il debito in dollari ha perso forza perché oggetto di fortissimi timori da parte di numerosi Paesi preoccupati dalla “irresponsabilità” e dalla natura predatoria delle strategie Usa. Parallelamente, la sostenibilità del debito pubblico statunitense, che nel 2026 ha superato la cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, ha contribuito ulteriormente a erodere la percezione dei titoli di Stato Usa come rifugio sicuro, poiché l’aumento dei tassi necessario a finanziare tale deficit ha generato enormi perdite in conto capitale per chi deteneva bond a lunga scadenza.
Da troppo tempo la spesa pubblica statunitense, compresa quella militare, è stata finanziata con il ricorso al debito che è cresciuto a tal punto da non trovare più compratori se non pagando un conto interessi ormai pari a 1.200 miliardi di dollari l’anno, una cifra superiore persino alla spesa militare. Questo scenario differisce radicalmente dal precedente sorpasso avvenuto tra il 1979 e il 1980, quando la preminenza dell’oro è stato il risultato di un’impennata inflattiva speculativa e transitoria che si sgonfiò non appena i tassi d’interesse furono portati a livelli reali proibitivi; nel 2026, invece, il sorpasso è l’esito di una manovra strutturale e decennale di accumulo fisico coordinato, volta a costruire un sistema monetario multipolare dove l’oro funge da collaterale Tier 1 secondo le normative di Basilea III, acquisendo una dignità istituzionale che la “carta” americana sembra aver smarrito.
Sembra così essersi ricostituito un sistema di gold standard senza il dollaro. Le conseguenze di un simile spostamento tettonico sono già visibili nella ricalibrazione dei flussi di capitale globali: gli Stati Uniti si trovano costretti a offrire rendimenti sempre più alti per attrarre investitori privati, non potendo più contare sugli acquisti automatici delle banche centrali estere, il che alimenta un circolo vizioso di deficit e debito che aggrava la fragilità del sistema fiscale americano.
Per l’Europa e il resto del mondo, il primato dell’oro segna la fine dell’era del “privilegio esorbitante” del dollaro, portando a una maggiore volatilità valutaria nel breve termine ma garantendo, secondo molti analisti, una base di riserva reale che protegge i bilanci nazionali dalle tempeste del debito sovrano, mentre le borse continuano a premiare le aziende minerarie e i derivati sull’oro, ormai percepiti come l’unica vera ancora di stabilità in un sistema finanziario che ha smesso di credere nell’egemonia incontrastata di una singola moneta fiat. In pratica il capitalismo finanziario non si regge più sugli Stati Uniti e sul dollaro ma sulla fiducia “primitiva” nell’oro come nei sistemi precapitalistici.
Parallelamente alla rinascita del metallo prezioso per eccellenza si osserva l’ascesa di nuove realtà valutarie che erodono la dominanza del sistema tradizionale, a partire dallo yuan cinese che, nonostante i controlli sui capitali, si è consolidato come moneta di scambio e di riserva per un numero crescente di nazioni del blocco Brics e del Sud globale.
Tuttavia la vera sorpresa del panorama contemporaneo è l’emergere delle cosiddette valute “non tradizionali” come il dollaro australiano, il dollaro canadese e le corone scandinave, che insieme a una selezione di titoli di Stato ad alto rating di Paesi fiscalmente prudenti offrono alle banche centrali una diversificazione che sfugge alle dinamiche di scontro tra grandi potenze. La composizione tecnica di queste riserve rimane ancorata per circa il 60% a titoli di Stato a diversa scadenza.
Il sistema si muove così verso una frammentazione dove il potere finanziario non è più concentrato in un’unica capitale ma distribuito tra asset reali come l’oro, valute di potenze regionali emergenti e un paniere di monete tecniche che garantiscono liquidità in un mondo sempre più multipolare. Una simile transizione riflette un cambio di paradigma dove la sicurezza non è più garantita dall’allineamento a un’unica superpotenza economica ma dalla capacità di costruire un portafoglio resiliente, capace di resistere a shock sistemici, inflazione e trasformazioni tecnologiche, segnando la fine definitiva dell’epoca iniziata a Bretton Woods e l’alba di un ordine monetario più complesso e frammentato, in cui il multipolarismo è già un dato di fatto. In questa complessa partita risulta centrale l’influenza dei grandi gestori del risparmio globale, come BlackRock.
Tali soggetti operano infatti come un ponte tecnologico e operativo per molte banche centrali, che affidano loro mandati di gestione esterna per segmenti strategici delle proprie riserve, specialmente per quanto riguarda gli asset più complessi come le azioni, le obbligazioni societarie e i green bond. Attraverso l’utilizzo di piattaforme di analisi del rischio sofisticate come Aladdin, BlackRock non si limita a eseguire ordini ma modella attivamente la percezione del rischio globale, creando un effetto di allineamento tra le strategie delle istituzioni pubbliche e i flussi di capitale privato.
Quando questi giganti finanziari decidono di diversificare i propri portafogli riducendo l’esposizione verso i titoli del Tesoro statunitense o aumentando il peso delle valute dei mercati emergenti e dell’oro, generano una variazione della liquidità globale che costringe le banche centrali a adeguarsi per mantenere la stabilità dei propri bilanci. Il ruolo di questi gestori è stato fondamentale anche nello sdoganare lo yuan cinese e altre monete non tradizionali, poiché la creazione di infrastrutture di trading e di strumenti finanziari dedicati ha reso tecnicamente possibile per le autorità monetarie accumulare queste divise con lo stesso grado di sicurezza un tempo riservato esclusivamente al biglietto verde.
Anche il ritorno dell’oro come pilastro centrale delle strategie monetarie è stato amplificato dai gestori privati, i quali attraverso i fondi indicizzati hanno garantito una domanda costante che ha sostenuto l’apprezzamento del metallo, permettendo alle istituzioni pubbliche di beneficiare di una rivalutazione storica delle proprie giacenze fisiche. In questo scenario BlackRock e gli altri colossi del risparmio agiscono come veri e propri architetti del nuovo sistema, fornendo la legittimazione finanziaria e gli strumenti tecnici necessari affinchè le banche centrali possano allontanarsi dall’egemonia del dollaro senza rinunciare alla liquidità, trasformando un processo di natura geopolitica in una prassi di gestione del rischio standardizzata a livello globale.
In tal senso, la transizione verso il nuovo ordine multipolare è gestita, in maniera quasi paradossale, in modo obbligato da soggetti a lungo pesantemente dollarizzati. Questa simbiosi tra finanza pubblica e privata segna il passaggio definitivo verso una gestione delle riserve mondiali guidata non più solo dai trattati tra Stati ma da algoritmi e strategie di portafoglio che vedono nella diversificazione valutaria e nell’asset reale l’unica difesa contro l’incertezza del sistema economico contemporaneo. In termini monetari sta compiendosi dunque una pericolosa depoliticizzazione in nome di un multipolarismo indotto in primo luogo dalla volontà dei “mercati” di ridurre i rischi di un capitalismo finanziario sempre più in crisi; una contrazione dei rischi che necessita dell’inclusione dei nuovi Paesi economicamente dominanti.
Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro con noi è “Nelle mani dei fondi” (Altreconomia, 2024)
© riproduzione riservata
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link



