Esercizio fisico nella ricetta medica: cosa cambierebbe?



Il Ddl sull’esercizio fisico come terapia punta a introdurre programmi prescrivibili e agevolazioni fiscali. Tuttavia, anche se non è ancora legge, potrebbe essere molto interessante per come impatterebbe sui cittadini e sul lavoro dei medici.


L’attività fisica potrebbe smettere di essere soltanto un consiglio generico consegnato al paziente al termine di una visita. Camminare, fare esercizi di forza, lavorare sull’equilibrio o seguire un programma in piscina potrebbero entrare, in prospettiva, in un vero percorso di cura: definito in base alle condizioni cliniche, seguito da professionisti formati e collegato a possibili incentivi economici.

È questa la direzione indicata dal disegno di legge S. 287, dedicato all’introduzione dell’esercizio fisico come strumento di prevenzione e terapia nel Servizio sanitario nazionale. Una prospettiva che riguarda soprattutto chi convive con diabete di tipo 2, sovrappeso importante, disturbi cardiovascolari, patologie respiratorie o problemi dell’apparato muscolo-scheletrico. Ma il progetto si rivolge anche alle persone che non hanno ancora una diagnosi, pur presentando fattori di rischio tali da rendere necessario intervenire prima che la malattia si manifesti.

Va però chiarito un aspetto essenziale. Il provvedimento non è ancora legge: l’iter risulta tuttora in corso di esame presso la Commissione competente del Senato. Di conseguenza, non esiste al momento una nuova ricetta valida in tutta Italia per il movimento terapeutico, né una detrazione fiscale automaticamente inseribile nella dichiarazione dei redditi.

Dal “faccia movimento” a un programma costruito sul paziente

La differenza tra un invito a muoversi di più e una prescrizione sanitaria non è soltanto formale. Nel primo caso il messaggio resta ampio e affidato quasi interamente alla buona volontà della persona. Nel secondo, invece, il movimento viene considerato alla stregua di un intervento da calibrare: bisogna stabilire quale attività svolgere, con quale intensità, per quanto tempo e con quali verifiche.

Non tutte le attività hanno infatti lo stesso effetto e non tutte sono adatte a ogni condizione. Per qualcuno può essere utile aumentare gradualmente il numero dei passi quotidiani; per altri possono diventare centrali gli esercizi contro la perdita di tono muscolare, le sedute di mobilità articolare o il lavoro sull’equilibrio. Una persona anziana e fragile, ad esempio, avrà esigenze molto diverse rispetto a un adulto con una forma iniziale di diabete o a chi soffre di obesità associata a problemi alle ginocchia.

Il punto non è trasformare ogni cittadino in uno sportivo, ma riconoscere che il corpo può rispondere al movimento in modo clinicamente rilevante. L’esercizio regolare può contribuire a migliorare il controllo della glicemia, la pressione arteriosa, la resistenza allo sforzo e la forza muscolare. Nei percorsi adeguati può anche ridurre il rischio di cadute, aiutare a conservare l’autonomia e sostenere la qualità della vita.

La sedentarietà non coincide solo con l’assenza di sport

Uno degli elementi più interessanti del dibattito riguarda il modo in cui viene letta la sedentarietà. Non basta infatti frequentare una palestra una o due volte a settimana per compensare giornate trascorse quasi interamente davanti a un computer, in automobile o sul divano. Attività fisica e comportamento sedentario sono collegati, ma non sono la stessa cosa.

Una persona può allenarsi con costanza e, allo stesso tempo, restare immobile per molte ore consecutive. Per questa ragione le strategie di prevenzione non riguardano soltanto lo sport organizzato: contano anche le pause durante il lavoro, le scale al posto dell’ascensore, gli spostamenti a piedi e una quotidianità meno statica.

Le stime internazionali mostrano quanto il tema abbia un peso anche sulla sostenibilità dei sistemi sanitari. Secondo le valutazioni richiamate dall’Organizzazione mondiale della sanità e dall’Ocse, raggiungere almeno 150 minuti settimanali di attività moderata potrebbe evitare in Europa milioni di nuovi casi di malattie non trasmissibili nei prossimi decenni, incluse patologie cardiovascolari e diabete di tipo 2.

In questa chiave, il Ddl non rappresenta soltanto una proposta sullo sport. È soprattutto un tentativo di spostare una parte dell’attenzione sanitaria dalla cura delle conseguenze alla prevenzione dei fattori che le favoriscono.

Chi potrebbe prescrivere l’esercizio fisico

Il modello allo studio punta a coinvolgere il medico di medicina generale, il pediatra di libera scelta e gli specialisti. La prescrizione non dovrebbe limitarsi alla formula “fare attività fisica”, ma contenere indicazioni concrete e verificabili.

Un percorso potrebbe includere una combinazione di esercizi aerobici, attività di forza, allenamento dell’equilibrio e mobilità. Per chi ha il diabete, ad esempio, potrebbero essere utili camminate a passo sostenuto, bicicletta e lavoro muscolare distribuiti durante la settimana. Per chi parte da una condizione di obesità, invece, servirebbe una progressione prudente, considerando il carico sulle articolazioni e l’eventuale presenza di ipertensione, apnea notturna o disturbi cardiaci.

In presenza di situazioni più complesse – come cardiopatie, broncopneumopatia cronica ostruttiva, artrosi avanzata o complicanze legate al diabete – sarebbe necessario valutare con attenzione l’intensità dell’impegno e, quando serve, coinvolgere lo specialista prima di aumentare i carichi.

Un altro passaggio decisivo riguarda le strutture. Non basterebbe iscriversi a qualunque palestra per parlare di esercizio terapeutico. Il valore di un percorso dipenderebbe dalla presenza di personale competente, dalla capacità di adattare gli esercizi e dal dialogo tra chi segue il paziente e il medico che ha indicato il programma.

Detrazione fiscale: l’ipotesi c’è, ma le regole devono ancora essere scritte

La possibile agevolazione fiscale è uno degli aspetti più discussi della proposta. L’idea è evitare che il movimento prescritto, pur riconosciuto come utile alla salute, resti accessibile soltanto a chi dispone delle risorse economiche per sostenere corsi, attività assistite o programmi individuali.

Ma proprio qui si concentrano molte delle questioni ancora aperte. Occorrerà chiarire quale quota di spesa potrà essere detratta, fino a quale importo, per quali pazienti e presso quali strutture. Dovranno poi essere definite le modalità di pagamento, i documenti da conservare e le coperture finanziarie necessarie per rendere la misura effettivamente applicabile.

È importante non confondere questa eventuale novità con la detrazione già prevista per le attività sportive praticate dai ragazzi tra 5 e 18 anni. Si tratta di una disciplina diversa, con requisiti e limiti propri, che non equivale a una prescrizione sanitaria destinata agli adulti o alle persone con patologie croniche.

La vera sfida: rendere il movimento una cura accessibile

Se il percorso parlamentare arriverà a compimento, la sfida non sarà soltanto approvare una norma. Sarà costruire una rete capace di rendere il progetto concreto nei territori: medici informati, professionisti qualificati, strutture adeguate e regole uniformi per evitare differenze tra una regione e l’altra.

L’esercizio fisico non sostituisce automaticamente farmaci, visite o terapie specialistiche. Può però diventare un alleato importante, quando viene scelto con criterio e inserito in un piano di cura personalizzato. È questa, in fondo, la lettura più ampia del Ddl: il movimento non come semplice buona abitudine, ma come risorsa di salute pubblica, da rendere più vicina a chi ne ha davvero bisogno.


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