ACCISE MOBILI, «IL RISPARMIO È DI POCHI CENT»
Il caro benzina torna al centro del dibattito politico ed economico del Paese.
Con l’estate che volge al termine e i prezzi dei carburanti che continuano a pesare sui bilanci familiari, il Governo guarda ormai con attenzione al 6 settembre, data individuata come possibile spartiacque per il ritorno del meccanismo delle accise mobili: uno strumento tecnico ma dalle ricadute molto concrete, che sfrutta l’extragettito IVA generato dal rincaro dei carburanti per calmierarne il prezzo alla pompa.
Ma come funziona davvero questo meccanismo? Quanto costa alle casse dello Stato? E soprattutto, è davvero la misura più efficace per tutelare cittadini e imprese, o esistono alternative più eque e sostenibili?
Per rispondere a queste domande, in esclusiva sulle nostre colenne Gianluca Timpone, tributarista e commercialista di origini lucane, voce autorevole nel dibattito economico nazionale su un tema che, non a caso, tocca da vicino anche la Basilicata, terra dove i rincari dei carburanti si fanno sentire con particolare intensità nelle zone interne e nei piccoli centri, spesso penalizzati da una rete di distribuzione meno capillare rispetto ai grandi centri urbani.
Nell’intervista che segue, Timpone analizza nel dettaglio il funzionamento delle accise mobili, le differenze introdotte dal decreto carburante del 2023 rispetto alla versione originaria del 2008, i limiti dei bonus e dei voucher allo studio dell’esecutivo, e propone una sua ricetta alternativa per contemperare l’esigenza di aiutare famiglie e autotrasportatori con quella di non gravare eccessivamente sui conti pubblici.
Dottor Timpone, il Governo guarda al 6 settembre come data possibile per il ritorno delle accise mobili, quando sarà disponibile l’extragettito IVA di agosto. In parole semplici, come funziona questo meccanismo e perché si dice che si autofinanzia?
«Il meccanismo si autofinanzia perché il maggior gettito che deriva dall’aumento del costo industriale del carburante ge- nera un’imposta IVA supplementare.
Questa maggiore IVA, anziché confluire nelle casse dello Stato, viene utilizzata per abbassare il prezzo al litro della benzina.
Facciamo un esempio: se il costo industriale passa da 0,80 a 1 euro (al netto di accise e IVA), sulla differenza di 20 centesimi si genera una maggiore IVA di poco più di 4 centesimi, che viene “girata” per ridurre il prezzo alla pompa.
È però importante sottolineare che, a fronte di questo risparmio di pochi centesimi per il consumatore, per la collettività la misura costa quasi 3 miliardi di euro.
Il suo obiettivo, quindi, non è abbattere il prezzo della benzina, ma attenuarne l’aumento incontrollato: un argine, non una soluzione».
Il decreto carburante del 2023 ha modificato il meccanismo delle accise mobili, rendendolo, secondo la
Premier Meloni, più efficace. Cosa cambia rispetto alla versione originaria del 2008 introdotta dal Governo Prodi?
«Il funzionamento di base resta lo stesso.
Ciò che cambia è l’assenza di li- miti sull’incremento: tutta l’IVA generata dall’aumento del costo industriale viene ora impiegata per ridurre il prezzo della benzina.
La novità sostanziale riguarda una soglia minima: se la riduzione non arriva ad almeno 17 centesimi, la differenza viene coperta con altre misure, come la tassazione di prodotti petroliferi o, come già avvenuto, sui dividendi Eni».
Queste accise mobili graveranno sui conti pubblici?
«No, non pesano sui conti pubblici, ma nemmeno offrono un sollievo significativo sul prezzo della benzina, perché in questa fase la riduzione è già stata assorbita dal rincaro.
In sostanza, l’obiettivo è calmierare il mercato, non risolvere il problema alla radice. Va inoltre ricordato che finora le accise mobili non hanno operato alcuna distinzione: ne hanno beneficiato allo stesso modo chi guida auto di grossa cilindrata e chi, con un reddito basso, usa l’auto solo per andare al lavoro.
Una differenziazione che, con la scadenza del settimo decreto di proroga, si vorrebbe finalmente introdurre».
Sul fronte bonus si parla di un voucher da 100 euro per le famiglie con ISEE fino a 20.000 euro e di una detassazione dei benefit aziendali fino a 1.000 euro. Che cosa cambia davvero tra le due misure?
«Il voucher rappresenta un vantaggio sia per il lavoratore dipendente sia per il datore di lavoro, che riduce l’utile imponibile e quindi risparmia sulle tasse.
Il limite, però, è che non viene considerato il reddito individuale del lavoratore: bisognerebbe invece calibrare il beneficio in base al reddito, premiando chi guadagna meno.
Lo stesso discorso vale per i lavoratori autonomi, per i quali si vorrebbe legare l’aiuto all’ISEE.
Ma in un Paese con un tasso di evasione fiscale così alto, l’ISEE non è un parametro pienamente affidabile quando si tratta di redditi non da lavoro dipendente o pensione: dipende infatti da quanto viene dichiarato, e spesso i redditi dichiarati da categorie commerciali o professionali sono sensibilmente inferiori alla media.
Un ristoratore, ad esempio, dichiara mediamente 15- 16 mila euro contro standard reali di 20-21 mila: un dato che dice molto sui limiti dell’indicatore.
C’è poi il tema del “ceto medio ISEE”, che rischia di restare escluso da questi aiuti».
Per la distribuzione si pensa di riutilizzare l’infrastruttura della Carta Dedicata a Te. È una scelta che velocizza l’erogazione o rischia di escludere chi non è già censito nelle banche dati INPS?
«In alcune regioni, come la Basilicata, erano già state introdotte carte simili per la riduzione del costo della benzina, attribuite indipendentemente dal reddito.
Nel caso della Carta Dedicata a Te, legata a un ISEE molto basso, tutto dipenderebbe dalle banche dati di INPS e Comuni, con il rischio concreto di tempi poco compatibili con l’urgenza del momento, in una fase in cui i prezzi corrono.
Una soluzione più efficace potrebbe essere un credito d’imposta modulato sul reddito: ad esempio, fino a 50.000 euro di reddito di riferimento, un credito pari al 30-40% della spesa per il pieno, con percentuale decrescente all’aumentare del reddito.
Il vantaggio per lo Stato sarebbe che gli effetti si manifesterebbero non subito, ma a distanza di uno-due anni, al momento della dichiara- zione dei redditi — dando così al Governo il tempo di individuare risorse alternative per coprire la misura».
Tra taglio secco delle accise, attivazione delle accise mobili e bonus mirati, se dovesse consigliare il Governo su cosa dare priorità, cosa suggerirebbe e perché?
«Tutto dipende dalle risorse disponibili.
Il taglio delle accise (fisse al 0,67%) darebbe benefici immediati, ma la loro eliminazione, per quanto teoricamente più efficace, è pressoché impossibile da sostenere finanziariamente: servirebbero svariati miliardi.
Le accise mobili, come detto, costano meno ma incidono poco sul prezzo finale.
La misura più equilibrata sarebbe replicare il meccanismo già in uso per gli autotrasportatori — categoria che andrebbe peraltro maggiormente tutelata, dato che l’aumento del carburante si ripercuote sul costo del trasporto merci e quindi sui prezzi al consumo.
Si tratta di un credito d’imposta proporzionale alla spesa sostenuta: se un autotrasportatore spende 10.000 euro di carburante, riceve indietro il 20-30%, cioè 3.000 euro in meno di tasse.
Lo stesso meccanismo potrebbe essere esteso ai consumatori, diluendo l’impatto sul bilancio statale su un arco di 5-10 anni, come già avviene per i bonus ristrutturazione: in questo modo la misura resterebbe sostenibile per le casse pubbliche, ma darebbe comunque un beneficio concreto a cittadini e trasportatori».
Vito Errichetti
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