Il governo si è riunito, ha messo insieme gli elementi più brillanti e ha partorito la soluzione al caro carburante: prorogare per una manciata di giorni lo sconto di 17 centesimi.
Siamo a giovedì 27 agosto e la misura decisa nelle ultime ore durerà sostanzialmente fino al 5 settembre. Una decina di giorni scarsi. Si vive alla giornata, insomma. Tranne quando si parla di armi: lì invece si programma sul lungo periodo, si accendono prestiti da miliardi e si ragiona su impegni che ricadranno anche sui governi futuri.
Nel frattempo benzina e diesel restano su livelli altissimi. Nelle Marche, che sono tra le regioni con i prezzi relativamente più bassi, la benzina viaggia comunque intorno a 1,99 euro al litro, mentre il diesel si trova facilmente tra 2,15 e 2,20 euro. E parliamo delle situazioni migliori, perché in altre regioni abbiamo già visto picchi superiori ai 3 euro al litro per alcune tipologie di gasolio premium.
Il problema è che il caro carburanti non è isolato. Si inserisce in una situazione energetica già pesantemente compromessa dalla guerra in Ucraina e ulteriormente aggravata dalla crisi in Medio Oriente e dal blocco dello Stretto di Hormuz, conseguenza diretta del caos scatenato dagli Stati Uniti contro l’Iran.
Come ha scritto Il Fatto, la fiammata inflattiva non si è ancora manifestata completamente e rischia di scaricarsi soprattutto da settembre sulle bollette di luce e gas, sia per le famiglie sia per le imprese.
In questo quadro, la risposta del governo è stata una proroga dello sconto di 17 centesimi per una decina di giorni.
Il problema è particolarmente evidente per chi è costretto a utilizzare l’auto per lavorare. Fuori dalle grandi città, soprattutto nelle province, i mezzi pubblici non sono una vera alternativa. Chi vive in piccoli comuni lo sa bene: gli autobus funzionano principalmente sugli orari scolastici e consentono poco o nulla a chi deve spostarsi tra paesi diversi per rispettare normali turni di lavoro.
Per molte persone l’automobile non è quindi un lusso, ma una necessità. Serve per andare al lavoro, fare la spesa, raggiungere un ufficio pubblico o fare una visita medica. E avere un’auto significa carburante, bollo, assicurazione, manutenzione, gomme, tagliandi e imprevisti.
Chi guadagna 600 euro al mese con un part-time e deve percorrere venti o trenta chilometri al giorno rischia letteralmente di lavorare per pagarsi il diesel necessario ad andare al lavoro.
E non è che con l’auto elettrica il problema sparisca per magia. L’elettricità costa, soprattutto alle colonnine, e il suo prezzo è strettamente legato a quello del gas, che rispetto a un anno fa è aumentato enormemente. Di conseguenza aumentano anche le bollette e i costi di ricarica.
È tutto collegato, anche perché l’Italia continua a dipendere pesantemente dalle importazioni energetiche.
Questa è la situazione in cui il governo, dopo settimane di prezzi elevati, ha deciso di intervenire con una misura temporanea di pochi centesimi e per pochi giorni.
Però, quando si parla di difesa, i miliardi improvvisamente si trovano.
L’Italia ha chiesto all’Unione Europea circa 8,9 miliardi di euro attraverso il programma SAFE, soldi destinati agli investimenti militari. Non sono soldi regalati: sono prestiti, seppur agevolati, che dovranno essere restituiti nel corso degli anni.
Tra le ipotesi sugli acquisti figurano nuove commesse per Eurofighter e F-35. Gli Eurofighter hanno certamente una componente industriale europea e italiana, ma questo non significa che ogni euro investito rimanga nel nostro Paese. Ancora più evidente è il caso degli F-35, programma statunitense che genera una parte rilevante della produzione e dell’occupazione negli Stati Uniti.
Da tempo ci viene raccontato che il riarmo sarebbe un grande volano per l’economia europea e italiana, ma la domanda è molto semplice: quanto PIL e quanti posti di lavoro rimangono realmente in Italia per ogni miliardo speso?
Lo stesso segretario generale della NATO Mark Rutte ha più volte evidenziato come una parte enorme dell’aumento della spesa europea per la difesa finirà nell’acquisto di sistemi statunitensi, alimentando quindi produzione e occupazione americane.
A tutto questo si aggiungono gli impegni assunti dall’Europa nei confronti degli Stati Uniti, gli investimenti promessi oltreoceano, i dazi e una politica economica sempre più orientata verso Washington.
Eppure Giorgia Meloni ha sempre sostenuto che l’aumento della spesa militare non avrebbe inciso sugli altri settori.
È un’affermazione difficilmente sostenibile anche solo dal punto di vista logico. Se si destinano più miliardi alla difesa senza aumentare in misura equivalente le risorse disponibili, quei miliardi non potranno essere utilizzati altrove.
Anche se non si taglia formalmente un euro alla sanità, alla scuola o alle pensioni, il semplice fatto di destinare nuove risorse alle armi significa che quelle stesse risorse non possono essere impiegate in altri settori.
E infatti Antonio Tajani, parlando proprio dei fondi SAFE, ha spiegato che l’Italia ha deciso di utilizzarne meno rispetto ai circa 15 miliardi inizialmente ipotizzati perché, in questo momento, «serve investire di più in sanità e in politiche sociali».
E allora qualcosa non torna.
Se davvero la spesa militare non avesse alcun rapporto con quella destinata ai servizi pubblici, perché mai bisognerebbe ridurre l’indebitamento per le armi per poter pensare maggiormente a sanità e politiche sociali?
La risposta è abbastanza evidente: i comparti sono collegati perché i soldi sono sempre gli stessi.
Il fatto che i prestiti SAFE consentano maggiore flessibilità sul deficit non significa che siano gratuiti. Sono debiti da restituire, con interessi, nel corso dei prossimi decenni. Il meccanismo è lo stesso di una famiglia che accende un finanziamento per acquistare un’auto e poi sostiene che la rata non incida sul bilancio familiare. Formalmente puoi dirlo quanto vuoi, ma quando arriva la rata hai meno soldi per tutto il resto.
E non è neppure vero che, avendo chiesto 9 miliardi invece di 15, automaticamente ci siano 6 miliardi in più per la sanità. Non funziona così, anche perché per le spese militari l’Europa consente maggiore indebitamento, mentre per gli investimenti ordinari restano vincoli molto più rigidi.
In pratica, indebitarsi per le armi si può, per molti altri settori molto meno.
A questo si aggiunge il nuovo pacchetto di aiuti militari destinati all’Ucraina, che avrebbe un valore stimato intorno ai 3 miliardi di euro e il cui contenuto resta in gran parte segreto.
Repubblica ha parlato di un pacchetto pronto già da luglio, poi rinviato, collegando il ritardo anche alle preoccupazioni del governo sul consenso. Ed è proprio qui che entra in gioco la comunicazione politica.
Il riarmo va venduto all’opinione pubblica. Bisogna spiegare che si spendono miliardi, ma che in realtà si sta risparmiando; che si prendono prestiti, ma senza pesare sui cittadini; che si destinano risorse alla difesa, ma senza sottrarre nulla a sanità, pensioni, scuola o welfare.
Così i 9 miliardi diventano quasi una prova di moderazione, perché «avremmo potuto prenderne 15». E il messaggio diventa: vedete? Pensiamo prima agli italiani.
Solo che, guardando i numeri, la sensazione è esattamente opposta: prima le armi, poi gli italiani.
Perché mentre si discute di miliardi per F-35, Eurofighter e aiuti militari a Kiev, agli automobilisti alle prese con benzina e diesel oltre i 2 euro viene concessa una proroga di pochi centesimi per una decina di giorni.
Anche sul presunto effetto positivo del riarmo su PIL e occupazione bisogna andarci piano. Alcuni studi mostrano che gli incrementi economici generati dalla maggiore spesa militare possono essere compensati dall’aumento del debito pubblico e dal fatto che una quota consistente degli acquisti viene effettuata all’estero.
L’Italia parte già da un debito pubblico enorme. Ogni nuovo indebitamento genera interessi, aumenta l’esposizione finanziaria e può incidere sulle condizioni future del Paese. Se poi una parte consistente delle armi viene acquistata negli Stati Uniti, il PIL e i posti di lavoro aumentano soprattutto là, non qui.
E allora la fotografia finale è abbastanza semplice.
Per dieci giorni proroghiamo lo sconto di 17 centesimi sul carburante perché «non ci sono soldi».
Per le armi, invece, accendiamo prestiti per 8,9 miliardi di euro, aggiungiamo altri miliardi per Kiev e programmiamo spese su decenni.
Il problema non è soltanto quanto spendiamo.
È soprattutto quali priorità decidiamo di finanziare quando i soldi, improvvisamente, diventano disponibili.
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Danilo Torresi
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