Morto Ratko Mladić, il macellaio di Bosnia. Mladić è vivo • Meridiano 13


Il 27 agosto è morto all’età di 84 anni Ratko Mladić, protagonista di alcune delle pagine più buie delle guerre jugoslave degli anni Novanta e della recente storia europea. Mladić si è spento nella prigione di Scheveningen, in Olanda, dove era detenuto dopo la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità comminata nel 2017 dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY). Appena una settimana prima era stata rifiutata la richiesta di trasferimento in Serbia per motivi umanitari, suscitando “profondo rammarico” nel presidente serbo Aleksandar Vučić e nel ministro della giustizia Nenad Vujić.

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Da socialista e antifascista…

Ratko Mladić nasce il 12 marzo 1942 nel villaggio di Božanovići, in una Bosnia ed Erzegovina occupata dai nazifascisti e governata dallo Stato indipendente di Croazia. Il padre si era arruolato tra le fila partigiane comuniste, morendo in uno scontro contro gli ustascia (movimento fascista croato) nel 1945. Questo episodio contribuì negli anni ad alimentare l’odio di Ratko verso i croati e considerare la Seconda guerra mondiale, e in particolare lo scontro tra serbi e ustascia, come un capitolo della storia serba non del tutto risolto, nonostante la successiva esperienza comune all’interno della Jugoslavia socialista.

A vent’anni si arruola nell’Esercito popolare jugoslavo (JNA), iniziando così una lunga carriera militare come ufficiale mostrando sin da subito una grande ambizione. Durante il periodo trascorso a Skopje (Macedonia del Nord) conosce e sposa nel 1966 Bosiljka “Bosa” Jedić, da cui avrà due figli, Darko e Ana. Quest’ultima morirà in circostanze misteriose nel 1994, suicidandosi con una pistola regalatale dal padre.

…a generale nazionalista

Passano gli anni e la Jugoslavia dell’“unità e fratellanza” costruita da Tito comincia a mostrare le prime crepe, soprattutto dopo la morte del leader nel 1980. Comincia così un periodo di profonde trasformazioni politiche con il sogno jugoslavista che lascia sempre più spazio a quelle spinte nazionaliste che porteranno il paese a una violentissima guerra fratricida. Come accaduto a politici e intellettuali, anche il militare Ratko Mladić comincia ad aderire in maniera sempre più convinta alla causa del nazionalismo serbo.

All’inizio della guerra, nel 1991, viene trasferito in uno dei teatri più delicati del fronte: quello di Krajina, un territorio a maggioranza serba che aveva proclamato la sua indipendenza dalla Croazia. Il 9° corpo guidato da Mladić si rese responsabile di saccheggi e distruzioni in diversi villaggi, anche se per questi crimini il generale non fu mai condannato. In linea con la retorica del periodo, Mladić aderì così all’idea che fosse necessario non solo difendere i confini della Serbia, ma tutti quei territori con una forte presenza di serbi, anche se in altri paesi. Una narrazione che contribuì ad alimentare l’odio razziale e a fornire la giustificazione politica ai massacri compiuti verso gli altri popoli.

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Mladić: il macellaio di Bosnia

Ma è a Sarajevo che Mladić mette in mostra la sua crudeltà e una spietata strategia militare. Per quattro anni (aprile 1992 – febbraio 1996), le truppe serbo-bosniache guidate dal generale portarono avanti il più grande assedio della storia moderna, macchiandosi di orrendi crimini contro la popolazione civile, provocando oltre 11mila vittime e distruggendo i simboli della contaminazione culturale e religiosa che da secoli caratterizzava Sarajevo. Emblematico, in tal senso, la distruzione della Vijećnica, la Biblioteca Nazionale contenente milioni di volumi antichi, avvenuta tra il 25 e il 26 agosto 1992.

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Nonostante la brutalità delle sue azioni, l’immagine di Mladić divenne sin da subito estremamente popolare, soprattutto grazie alla sua inclinazione ad apparire in pubblico. Il generale fu uno dei primi a comprendere i meccanismi mediatici del conflitto e a sfruttarli a proprio favore. Numerosissimi sono infatti i video che lo riprendono in uniforme sul campo di battaglia, mentre impartisce ordini ai propri soldati con una retorica fortemente patriottica. Questo contribuì a renderlo particolarmente noto e ammirato tra le popolazioni serbo-bosniache minacciate dal conflitto e dal nemico. La sua immagine divenne quindi simbolo di riscatto e resistenza per i serbi, suscitando terrore nei suoi nemici.

Ratko Mladić entra a Srebrenica ripreso dalle telecamere (Youtube/ushmmfellows)

Il genocidio di Srebrenica

La pulizia etnica nei villaggi della Bosnia ed Erzegovina e l’assedio di Sarajevo furono però soltanto una prova generale di un’impresa criminale ancora più grande. L’11 luglio 1995 Mladić e le sue truppe entrarono a Srebrenica, area che sarebbe dovuta esser protetta dalle truppe olandesi dell’Onu, mettendo in pratica il più grande genocidio in territorio europeo della storia recente. In poco tempo e con un’organizzazione capillare e dettagliata, ben descritta nel libro “Metodo Srebrenica” di Ivica Đikić, 8.372 civili di fede musulmana furono uccisi a sangue freddo e i loro corpi gettati in fosse comuni o trasportate da numerosi camion in altre località.

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Per Mladić, quelle morti erano il giusto prezzo da pagare per tutti i crimini subiti dai serbi. Per questo non ebbe esitazioni a farsi riprendere dalle telecamere durante le operazioni, come se si trattasse di una semplice missione militare e non di un vero e proprio genocidio volto a cancellare definitivamente qualsiasi presenza musulmana nell’area e a creare una nuova Bosnia etnicamente omogenea, abitata soltanto da serbi, considerati gli unici titolari di quella terra.

Ascolta il podcast “Enclave – Sopravvivere a Srebrenica” di Samuele Sciarrillo e Silvia Longhi

La latitanza

Anche per le responsabilità avute a Srebrenica, nel 2012 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia lo incriminò ufficialmente per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra contro la popolazione civile di Sarajevo e la presa in ostaggio di caschi blu delle Nazioni Unite.

Da quel momento, per il generale amato dal proprio popolo iniziò una seconda vita: quella del latitante di lusso. Negli anni successivi alla guerra, conclusasi nel dicembre del 1995 con gli Accordi di Dayton a cui si era sempre opposto, Mladić poté infatti contare sulla protezione degli apparati di sicurezza serbi senza dover rinunciare a momenti di mondanità nella capitale Belgrado, riuscendo così a vivere una vita tutto sommato normale per un ricercato a livello internazionale.

La situazione non cambiò neppure dopo la caduta di Slobodan Milošević, leader serbo con cui ebbe sempre un rapporto altalenante e contraddittorio. Anche con il nuovo corso democratico, la sua figura continuò a suscitare ammirazione tra una buona fetta della popolazione con le autorità tutt’altro che intenzionate a perseguirlo.

L’arresto e il processo

Proprio la mancata collaborazione sull’arresto del criminale di guerra portò l’Unione europea a sospendere nel maggio 2006 le negoziazioni per l’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con la Serbia, anticamera per la candidatura ufficiale all’adesione all’Ue. Accordo che venne poi sottoscritto nel 2008 ma la cui attuazione restò condizionata all’arresto di Mladić. Evento che si verificò nel villaggio di Lazarevo, in Serbia, solo nel maggio 2011, dopo quasi sedici anni di latitanza. Qualche giorno dopo, si svolse a Belgrado una manifestazione di piazza in favore del generale conclusasi con violenti scontri tra manifestanti e polizia.

Ratko Mladić a processo a l’Aia (Wikipedia/UN International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia

Mladić venne così trasferito all’Aia per essere processato, con la sentenza di primo grado che arrivò nel 2017 condannando il generale all’ergastolo. Le accuse principali riguardavano l’eliminazione permanente di musulmani bosniaci e croati dai territori rivendicati dai serbi, la campagna contro Sarajevo con l’obiettivo di terrorizzare la popolazione civile; l’operazione di Srebrenica finalizzata all’eliminazione della popolazione musulmana dell’enclave, e la presa di ostaggi dell’Onu utilizzati per impedire alla Nato di effettuare bombardamenti contro le forze serbo-bosniache.

Eroe o criminale?

La figura di Ratko Mladić è sempre stata fortemente divisiva. Per molti serbi, e in particolare i serbo-bosniaci, il generale rappresenta ancora oggi un simbolo e un eroe. Lo dimostrano le manifestazioni organizzate subito dopo la sua morte in diverse zone del paese, con centinaia di persone scese in strada per ricordare il loro generale.

Per la giustizia internazionale Ratko Mladić è invece un criminale di guerra, colpevole di genocidio, capace di far massacrare migliaia di civili in nome di una supposta supremazia etnica dei serbi verso gli altri popoli della regione. Una figura capace di riportare in vita i fantasmi di un passato che si pensava ormai definitivamente superato: campi di concentramento, pulizia etnica, utilizzo dello stupro come arma di guerra, saccheggi, distruzione. Tutto questo avveniva proprio mentre i paesi europei decidevano di dare vita all’Unione europea, a partire da valori come pace, dignità umana, stato di diritto. Un’Europa incapace di prevenire il conflitto e di trovare una via d’uscita diplomatica.

Mladić è vivo

Mladić è morto. Se è vero che, come cantava Fabrizio De André, l’amore si trova “nella pietà che non cede al rancore”, è altrettanto vero che in questi giorni saranno in tanti a non piangere per la sua scomparsa. Quello che più inquieta non è tanto l’esaltazione o la celebrazione di Mladić, quanto la forza con cui le sue idee ancora oggi trovano cittadinanza, non solo in Europa ma anche in altre parti del mondo.

La retorica del “mai più”, utilizzata ogni anno in occasione di anniversari, si scioglie come neve al sole davanti alle azioni di governi ed eserciti che da Mladić e dalle sue operazioni militari hanno preso ispirazione. I sentimenti anti-islamici vengono ancora oggi alimentati da partiti di estrema destra sempre più in auge, mentre genocidi e stupri continuano ad essere commessi senza che nessuno intervenga in maniera decisa per fermarli. Mladić è morto, il razzismo, l’odio, le contrapposizioni etnico-nazionaliste sono, invece, più vivi che mai.

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Mladić dunque è vivo, ed è tra noi. È nelle bombe che cadono su Gaza, nelle imbarcazioni cariche di esseri umani che spariscono nel Mediterraneo, nei centri di detenzione per migranti, negli arresti dell’Ice negli Stati Uniti, nella remigrazione voluta da tanti in Europa, nella corsa frenetica al riarmo. Mladić è vivo perché vivi sono i suoi metodi e la sua retorica. E non basta la sentenza di un Tribunale a cancellarli. Mladić è vivo e lo sarà ancora per molto tempo, con buona pace dei familiari delle sue vittime.




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