L’Italia occupa da quasi quattro decenni una posizione di grande rilievo nella produzione mondiale di actinidia, posizionandosi come terzo produttore mondiale dopo Cina e Nuova Zelanda. Anche a livello nazionale la produzione di kiwi ha conosciuto importanti trasformazioni, accompagnate da una progressiva redistribuzione delle aree coltivate. In questo contesto, la Calabria è emersa come un polo produttivo resiliente e dinamico.
La coltivazione del kiwi in Calabria nasce come risposta strategica alla crisi del settore agrumicolo degli anni ’70, caratterizzato da prezzi bassi, impianti obsoleti e forte concorrenza estera (Spagna e Marocco). Un momento decisivo per l’introduzione dell’actinidia nella Regione fu la realizzazione, nel 1975, di un impianto pilota di 1,5 ettari a Rosarno, che evidenziò fin da subito l’elevata redditività della nuova coltura. L’azienda è stata poi ampliata di ulteriori 6 ettari nel 1984. “Nella fase iniziale, infatti, il kiwi rappresentava un prodotto particolarmente remunerativo: il frutto al dettaglio era venduto singolarmente a un prezzo di mille lire (0,50 euro attuali), una modalità commerciale simile a quella che oggi caratterizza alcuni frutti esotici, come il mango”, ha sottolineato Gregorio Gullo del Dipartimento di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria (UNIRC), nel corso del suo intervento alle Giornate Tecniche GdL SOI Actinidia in Calabria.
© Giornate Tecniche GdL SOI Actinidia
Il successo delle prime esperienze favorì una rapida diffusione della coltura, soprattutto nella Piana di Gioia Tauro (foto sopra), destinata a diventare il principale polo produttivo calabrese. “Già nel 1986 la Calabria disponeva di circa 182 ettari coltivati ad actinidia, l’80% dei quali concentrato nella provincia di Reggio Calabria. L’introduzione del kiwi, insieme alla progressiva diffusione del pesco, contribuì così a una più ampia diversificazione dell’agricoltura regionale, consentendo di ridurre la dipendenza dall’agrumicoltura e di ampliare il calendario dell’offerta frutticola. L’actinidia assunse quindi un ruolo non soltanto produttivo, ma anche economico e strategico, contribuendo alla valorizzazione e al rinnovamento dell’intero comparto agricolo calabrese”.
“A partire dagli anni Novanta, mentre alcune regioni tradizionalmente vocate, come la Puglia, registravano una forte regressione, la Calabria avviava una significativa fase di crescita. Nel 2000 la Regione si collocava al sesto posto nazionale con 523 ettari coltivati, mentre nel 2010 aveva già superato i 1.050 ettari, entrando stabilmente tra le prime cinque regioni italiane produttrici – ha spiegato Gullo – Questa tendenza positiva è proseguita anche negli anni più recenti: tra il 2019 e il 2020, a fronte della contrazione della produzione di kiwi verde osservata in importanti regioni del Nord e del Centro, come Piemonte, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna, la Calabria registrava un incremento del 5%”.
Nel 2020, la Calabria si è posizionata al quinto posto nazionale (circa 1561 ettari secondo l’Istat), con una produzione di actinidia che ormai tallona quella delle pesche e supera le nettarine. Nuovi areali vocati sono in fase di sviluppo, come la Piana di Sibari con circa 150 ettari già impiantati, dei quali almeno 50 sono costituiti da cultivar a polpa verde.

Fattori critici di successo: scienza e territorio
La collaborazione tra il mondo produttivo e l’Università ha rappresentato un elemento fondamentale per stabilizzare la produzione di actinidia nella Piana di Gioia Tauro, un territorio caratterizzato da condizioni pedologiche particolarmente favorevoli, grazie alla presenza di terreni sciolti e profondi, ricchi di sostanza organica e con un pH ottimale.
Nonostante questa naturale vocazionalità, il clima mite della Calabria presenta alcune criticità. “Se da un lato favorisce la qualità organolettica dei frutti e la loro conservazione dopo la raccolta, dall’altro può rendere difficile soddisfare il fabbisogno di freddo della cultivar principale, la Hayward, stimato in circa 650 chilling units. Per affrontare questa criticità, la ricerca universitaria ha contribuito alla messa a punto di specifiche soluzioni agronomiche, intervenendo sulla gestione del carico di gemme, sulle modalità e sull’epoca di potatura e sperimentando l’impiego di interruttori della dormienza, come l’idrogeno cianammide. Nei periodi caratterizzati da una riduzione dei prezzi, si è inoltre tentato di anticipare la raccolta della Hayward per raggiungere prima il mercato, ma questa strategia si è rivelata controproducente, poiché i frutti raccolti prematuramente non riuscivano a sviluppare pienamente le proprie qualità organolettiche”, ha spiegato Gullo.
Anche l’introduzione delle reti protettive, inizialmente utilizzate per difendere le coltivazioni dalla grandine e dal vento, ha contribuito all’evoluzione delle tecniche produttive, aprendo successivamente la strada agli studi sulla fotoselettività.

Evoluzione delle varietà
La necessità di anticipare la raccolta senza compromettere la qualità ha quindi favorito l’introduzione di cultivar a polpa verde naturalmente più precoci, come Boerica, Summer 3373 (Summerkiwi), Top Star, Early Green e Green Light. “Questo processo di diversificazione varietale ha trovato un ulteriore impulso con l’arrivo del kiwi a polpa gialla, che ha rappresentato un’importante opportunità strategica per il territorio. Le nuove cultivar hanno infatti permesso di ampliare la finestra produttiva, anticipando l’inizio della raccolta ai primi giorni di ottobre, e allo stesso tempo hanno incontrato il favore dei consumatori, attratti sia dalla novità cromatica sia dalle particolari caratteristiche gustative dei frutti”, ha spiegato Gullo.
L’innovazione è stata accompagnata anche dalla ricerca scientifica: già nel 2007 l’Università studiava la fenologia e il comportamento dei primi impianti di kiwi giallo realizzati nel comune di Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, contribuendo a valutarne l’adattabilità alle condizioni locali.
Un ulteriore passaggio nell’evoluzione della kiwicoltura calabrese è stato rappresentato dall’introduzione delle varietà gestite secondo il modello “Club”, basato su cultivar brevettate e su sistemi organizzati e controllati di produzione e commercializzazione. Questo modello ha favorito una maggiore diversificazione dell’offerta e una migliore valorizzazione del prodotto, grazie alla tutela del marchio, alla regolamentazione delle quantità immesse sul mercato e ad attività coordinate di promozione. Allo stesso tempo, i Club hanno rafforzato il supporto tecnico alle aziende agricole, fornendo ai produttori protocolli e indicazioni agronomiche rigorose, finalizzate a ottenere produzioni omogenee e a mantenere elevati standard qualitativi.

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