di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Un decimo di punto può sembrare poco, ma quando si tratta di stime di crescita del prodotto interno lordo racconta spesso più di quanto i numeri lasciano intendere a prima vista. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha alzato la previsione per il 2026 dallo 0,5% allo 0,9%, quasi raddoppiando l’aspettativa iniziale in un anno segnato da tensioni geopolitiche, dazi americani e un conflitto mediorientale che ha spinto al rialzo il costo dell’energia. È un dato che merita di essere letto con attenzione, perché racconta una capacità di tenuta dell’economia italiana che il dibattito pubblico, troppo spesso concentrato sui confronti internazionali sfavorevoli, rischia di sottovalutare.
Il confronto con la media europea, certo, resta impietoso: la Commissione stima per l’Italia una crescita cumulata dell’1,1% nel biennio 2026-2027, meno della metà del 2,5% previsto per l’insieme dell’Unione. Ma questo dato, se estrapolato dal contesto, racconta solo una parte della storia. Le economie europee non stanno crescendo tutte allo stesso ritmo per le stesse ragioni, e l’Italia sconta un problema strutturale noto da decenni, la bassa crescita potenziale, che nessuna manovra annuale può risolvere da sola. Ciò che invece la revisione al rialzo dell’Upb dimostra è che, a parità di vento contrario internazionale, il sistema produttivo italiano ha reagito meglio del previsto: non è poco, in un anno in cui il blocco dello stretto di Hormuz ha rimesso in discussione gli equilibri energetici globali e i dazi statunitensi hanno complicato le rotte dell’export.
Le imprese italiane, in particolare quelle piccole e medie che costituiscono l’ossatura del nostro tessuto produttivo, hanno mostrato in questi mesi una capacità di adattamento che raramente trova spazio nelle cronache. Diversificazione dei mercati di sbocco, investimenti mirati in efficienza energetica, ricorso crescente a strumenti di internazionalizzazione per compensare la debolezza della domanda interna: sono scelte imprenditoriali quotidiane, poco appariscenti, che spiegano perché la crescita abbia sorpreso in positivo anziché deludere ulteriormente le attese. È la stessa resilienza che, in altre fasi storiche, ha permesso al sistema Italia di attraversare crisi ben più severe senza smarrire la propria capacità produttiva.
C’è poi un elemento che va sottolineato con chiarezza: la revisione al rialzo arriva in un contesto di inflazione sotto controllo rispetto ai picchi degli anni scorsi, pur con la risalita recente legata ai rincari energetici, e in una fase in cui il credito, per quanto più caro, continua a sostenere gli investimenti delle imprese di dimensione media e grande, con una crescita dei prestiti del 4% su base annua in linea con la media dell’Eurozona. Non tutto il tessuto produttivo beneficia allo stesso modo di questa dinamica, e le difficoltà delle piccole imprese nell’accesso al credito restano un tema che Unimpresa continuerà a portare all’attenzione delle istituzioni. Ma il quadro complessivo racconta un Paese che, pur con i suoi squilibri, non è fermo.
Il compito che attende ora chi governa l’economia italiana è trasformare questo segnale di tenuta in una traiettoria più solida. Significa investire nella produttività, terreno sul quale l’Italia sconta il ritardo più grave rispetto ai partner europei, e significa farlo con strumenti stabili e prevedibili, capaci di premiare chi innova e chi esporta senza disperdere risorse in mille rivoli di sussidi temporanei. La revisione al rialzo del Pil 2026 non è un punto di arrivo, ma è la prova che le condizioni per fare meglio esistono già, dentro un sistema imprenditoriale che ha imparato, negli anni difficili, a competere anche quando il vento globale soffia contrario. Guardo a questo dato con la fiducia di chi conosce da vicino la capacità delle imprese italiane, soprattutto quelle piccole e medie, di trasformare le difficoltà in occasioni di crescita, a condizione che le politiche pubbliche sappiano accompagnarle con coerenza e visione di lungo periodo.
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