Analisi/Banche, il territorio ridotto a cavallo di Troia della politica


Lombardia per Banco Bpm, Toscana per Mps, Pmi e sportelli quando si parla del terzo polo: nel risiko bancario la politica riscopre il territorio soprattutto quando quel richiamo può servire a orientare gli equilibri. Oggi viene agitato contro l’avanzata di Intesa e UniCredit. Domani potrebbe toccare a qualcun altro.

C’è una parola che improvvisamente ricorre con sorprendente frequenza nel grande risiko bancario italiano: territorio. La pronuncia Attilio Fontana pensando alla Lombardia e a Banco Bpm. La utilizza Eugenio Giani quando difende Monte dei Paschi e Siena. La porta sul terreno delle piccole e medie imprese Matteo Salvini, auspicando un terzo polo bancario capace di fare concorrenza a Intesa Sanpaolo e UniCredit. Presi singolarmente, sono argomenti comprensibili. Una Regione ha tutto il diritto di preoccuparsi dell’economia locale, dell’occupazione, del credito alle imprese e del destino dei centri decisionali presenti sul proprio territorio. Il problema nasce osservando quando questa sensibilità si manifesta e con quale intensità. Perché il territorio sembra diventare una priorità soprattutto quando serve.

Al Meeting di Rimini il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha commentato l’Offerta pubblica di scambio (Ops) di Mps su Banco Bpm dicendo innanzitutto di voler lasciare “al governo le scelte che spettano al governo e al mercato le scelte che spettano al mercato”. Poi ha aggiunto che la Lombardia sarà difensore degli interessi della Regione, “finché la legge ce lo consente”. Difficile contestare a Fontana il diritto di difendere la Lombardia. Più interessante è osservare come il concetto di territorio entri nella discussione nel momento esatto in cui un’operazione finanziaria può modificare gli equilibri di Banco Bpm, uno degli istituti con il maggiore radicamento nel Nord.

Nelle stesse ore, dalla Toscana arrivava una rivendicazione speculare. Il presidente Eugenio Giani ha chiesto che venga preservata l’integrità del Monte dei Paschi, richiamandone la sede senese, la rete, le professionalità e il rapporto con il sistema delle piccole e medie imprese. Dopo l’incontro con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ha sottolineato l’importanza della decisione di non vendere per ora il 4,8% di Mps ancora detenuto dallo Stato, definendolo uno strumento attraverso il quale perseguire l’“interesse generale”. Anche in questo caso nulla di sorprendente nel fatto che il presidente della Toscana difenda una banca che con Siena mantiene un rapporto storico unico in Italia. È l’insieme, però, a diventare interessante: in Lombardia il territorio viene evocato quando Mps punta su Banco Bpm; in Toscana viene evocato quando Intesa punta su Mps. A seconda dell’operazione, il confine dell’interesse da tutelare si sposta.

Poi arriva Salvini e rende il quadro ancora più leggibile. Il vicepresidente del Consiglio ha definito “molto interessante” l’iniziativa dell’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio e ha spiegato quale configurazione bancaria auspica: Monte dei Paschi come promotore e aggregatore di un “terzo polo bancario delle piccole e medie imprese, degli sportelli territoriali” capace di fare concorrenza, con obiettivi e clientela diversi, a UniCredit e Intesa. Qui il territorio entra direttamente in una strategia sul futuro del sistema creditizio nazionale. Non si tratta più soltanto di assicurarsi che una filiale rimanga aperta, che una piccola impresa continui ad avere accesso al credito o che un centro decisionale non venga trasferito altrove: il termine viene collegato a un obiettivo molto più grande, la costruzione di un terzo polo da contrapporre ai due principali gruppi bancari italiani.

Che questa sia una buona o una cattiva soluzione industriale è un’altra discussione. E non è necessario entrarci per cogliere il nodo politico. Mps ha lanciato offerte su Banco Bpm e Banca Generali per circa 34 miliardi di euro complessivi con l’obiettivo dichiarato di costruire il terzo gruppo bancario italiano e, contemporaneamente, difendersi dall’offerta di Intesa Sanpaolo. Ognuna di queste operazioni può essere valutata per il prezzo, le sinergie, il capitale, la governance, la concorrenza, gli effetti sulla clientela e le prospettive degli azionisti. È il terreno del mercato e delle autorità. La politica, invece, sembra sempre più tentata di aggiungere un criterio ulteriore: il territorio.

E qui riaffiora un precedente importante. Quando UniCredit, guidata da Andrea Orcel, tentò di acquisire Banco Bpm, il Governo intervenne attraverso il golden power imponendo una serie di prescrizioni. Dopo mesi di tensione e incertezza regolatoria, il 22 luglio 2025 UniCredit ritirò l’offerta, indicando proprio le condizioni poste dal Governo e l’incertezza che ne derivava fra le ragioni della rinuncia. Anche la Commissione europea era intervenuta contestando alcuni aspetti dell’uso italiano del golden power. Oggi UniCredit non è più in corsa per Banco Bpm e il grande dossier riguarda Intesa e Mps, mentre Mps tenta a propria volta l’espansione su Banco Bpm e Banca Generali. Cambiano le operazioni e gli offerenti, ma una parte del dibattito politico continua a convergere sulla necessità di evitare che Intesa e UniCredit aumentino ulteriormente il proprio peso e lasciare spazio a un terzo grande soggetto.

È una posizione politica legittima. Chiamarla semplicemente “difesa del territorio”, però, rischia di confondere due cose molto diverse. Il territorio riguarda famiglie, imprese, credito, filiali, occupazione e presenza nei centri minori. Il terzo polo riguarda invece dimensioni dei gruppi, rapporti di forza, azionisti e strategie di consolidamento. Sovrapporre i due concetti consente di presentare come tutela delle comunità locali una scelta che appartiene invece alla discussione sull’assetto del sistema bancario nazionale. È proprio qui che il territorio rischia di diventare il cavallo di Troia della politica.

Il contrasto appare ancora più evidente guardando a ciò che è realmente accaduto sui territori italiani negli ultimi anni. Secondo la Banca d’Italia, gli sportelli bancari erano 34.139 nel 2008 e sono diventati 19.140 alla fine del 2025: il 44% in meno. Solo nel 2025 la rete si è ridotta di altri 514 sportelli, il 2,6%. Le ragioni comprendono digitalizzazione, aggregazioni bancarie, razionalizzazione delle reti, ricerca di minori costi e spopolamento di alcune aree. Quasi quindicimila filiali scomparse rappresentano una trasformazione territoriale molto più concreta, per milioni di cittadini, di quella prodotta dalla casella societaria sotto cui finirà una banca dopo un’Ops.

Eppure la progressiva ritirata degli sportelli non ha generato, anno dopo anno, una mobilitazione politica paragonabile a quella che accompagna oggi ogni mossa del risiko. La stessa Banca d’Italia sottolinea che la riduzione delle filiali non si è tradotta automaticamente in un peggioramento generalizzato dell’accesso ai servizi finanziari, grazie anche alla diffusione dei canali digitali, ma restano differenze importanti soprattutto per le fasce più anziane della popolazione e nelle aree meno servite. Il territorio vero è anche questo: il paese senza filiale, l’imprenditore che cerca credito, l’anziano meno abituato al digitale, il comune delle aree interne nel quale i servizi si allontanano.

Proprio per questo sorprende la facilità con cui la parola viene oggi trasferita dal problema concreto dei servizi bancari alla battaglia per gli assetti proprietari. E non occorre decidere se l’offerta di Intesa su Mps sia migliore o peggiore delle offerte di Mps su Banco Bpm e Banca Generali per rilevarlo. Sono piani distinti. Intesa dovrà dimostrare agli azionisti e alle autorità la convenienza e la sostenibilità della propria operazione; Mps dovrà fare lo stesso con le sue. Banco Bpm ha già osservato che l’offerta del Monte non è stata concordata né sollecitata e che, secondo il proprio consiglio, si configura come un’acquisizione e non come una fusione, senza riconoscere un premio ai suoi azionisti. È il normale confronto di interessi presente in qualsiasi grande operazione finanziaria.

La politica può naturalmente esprimersi. Ciò che merita di essere osservato è la selettività con cui viene innalzato il vessillo del territorio. Se il principio fosse assoluto dovrebbe valere sempre e per tutti. Se vale per Mps a Siena, dovrebbe valere per Banco Bpm in Lombardia. Se vale quando Intesa presenta un’offerta, dovrebbe valere anche quando l’acquirente è Mps. E dovrebbe valere con la stessa intensità quando non c’è alcun grande risiko sui giornali ma chiude l’ultima filiale di un comune. Invece il territorio politico sembra avere confini mobili: compare quando può essere utile per contestare un’operazione, rafforzarne un’altra, difendere un centro decisionale o dare una veste popolare a un progetto di riassetto bancario.

Oggi il vessillo territoriale viene agitato soprattutto mentre si cerca di contenere la crescita di Intesa e UniCredit e di lasciare spazio a un terzo polo. Non significa che ogni argomento territoriale sia falso. Significa che il suo utilizzo è diventato talmente selettivo da rendere difficile considerarlo il vero principio ordinatore delle scelte politiche sul credito. Domani gli interessi potrebbero cambiare, come potrebbero cambiare gli offerenti, gli azionisti, le alleanze, il Governo o la banca considerata troppo forte. E a quel punto potrebbe cambiare anche il soggetto contro il quale verrà invocato il territorio. È questo il problema delle bandiere utilizzate secondo convenienza: continuano a sventolare, ma il bersaglio indicato sotto di loro può cambiare molto rapidamente.


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