Ci sono pervenute varie domande sul possibile uso al femminile del termine coniuge. Analoghi quesiti riguardano consorte.
Risposta
Iniziamo col dire che il GRADIT inserisce sia coniuge sia consorte, nel significato in cui può essere considerato sinonimo o quasi sinonimo di coniuge, nel Vocabolario Comune, cioè tra quelle circa 50.000 parole che sono conosciute e usate da chi ha un livello di istruzione medio-alto. Tuttavia, come mostra il grafico di Google Books Ngram Viewer, l’andamento delle loro presenze (al singolare) nei testi scritti compresi in Googli libri editi tra il 1800 e il 2022 è andato cambiando: consorte, in passato più frequente, certamente grazie alla sua diffusione anche nella lingua letteraria, è oggi molto meno impiegato di un tempo, mentre coniuge prevale largamente, data la frequenza con cui appare nella lingua burocratica e giuridica:
Tanto coniuge quanto consorte rientrano tra i nomi ambigeneri (o di genere comune), quelli che possiedono un’unica forma invariabile per il maschile e per il femminile e che – nella maggior parte dei casi – si riferiscono a persone. Il genere grammaticale di questi nomi viene di volta in volta determinato da chi parla o scrive e rivelato dagli articoli e dagli altri elementi di accordo sintattico (aggettivi, pronomi) e corrisponde normalmente al genere sessuale della persona a cui il nome si riferisce. I dizionari più recenti, infatti, al momento di indicare quella che viene definita, un po’ impropriamente, come “categoria grammaticale”, marcano entrambi i nomi con l’etichetta “s. m. e f.” (sostantivo maschile e femminile). È questo il caso, per es., della voce nel Sabatini-Coletti 2024, da cui si coglie che consorte rispetto a coniuge ha uno spettro semantico più ampio e anche un possibile uso aggettivale:
coniuge [cò-niu-ge] sost. m. e f.
◆ Ciascuna delle due persone unite in matrimonio [SIN] consorte
[ETIMO] dal lat. cŏniugem, deriv. di coniŭngere “congiungere”
[DATA] sec. XIV
consorte [con-sòr-te] (ant. consorto) agg., sost.
◆ agg. m. e f. lett. Che condivide la stessa sorte, condizione: «alcun che de l’onta sia consorte» (Dante)
◆ sost. m. e f.
1 Coniuge
▪ principe consorte, marito della regina e, in usi scherzosi, marito di una donna importante
2 dir. In un giudizio civile, chi ha la stessa posizione processuale di un altro soggetto
3 ant. Consanguineo, parente
4 Nel Medioevo, membro di una consorteria
[ETIMO] dal lat. consŏrtem “che ha la stessa sorte”, comp. di cŭm “con” e sŏrs (genit. sŏrtis) “sorte”; consorto è inclusa nella più comune serie dei m. in -o
[DATA] “consorto” sec. XIII
Analoghe, nella sostanza, le voci del GRADIT:
coniuge […] s.m. e f. CO [av. 1332; dal lat. cŏniŭge(m), der. di coniungĕre “congiungere”] ciascuna delle due persone unite in matrimonio: abbandono del c., i diritti del c. | al pl., marito e moglie: liti, rapporti tra coniugi
consorte […] s.m. e f., agg. CO [1290 nella var. ant. consorto; dal lat. consŏrte(m), v. anche 1sorte] 1 s.m. e f. coniuge 2 s.m. e f. TS dir. in un processo civile, soggetto che si trova nella stessa posizione processuale insieme ad altri 3 s.m. e f. TS stor. appartenente a una consorteria 4 s.m. e f. OB parente, consanguineo 5 agg. (che condivide la stessa sorte, partecipe: nel suo aspetto tal dentro mi fei / qual si fe’ Glauco nel gustar de l’erba / che ’l fe’ c. in mar degli altri dei (Dante) | unito, congiunto: già li er’ al petto, / dove le due nature son consorti (Dante)
Le stesse indicazioni relative al genere si hanno nei due lemmi del recentissimo VELI:
còniuge s.m. e f. [sec. XIV] ciascuna delle due persone unite in matrimonio
~ Prestito latino: dal lat. coniu(n)x -iŭgis ‘consorte’ (più frequente femm.), der. di iux, dalla stessa radice di iŭgum ‘giogo’, col pref. co(n)- ║sp. cónyuge
consòrte s.m. e f. [sec. XIII] coniuge
~ Prestito latino: dal lat. consors-sortis che ha parte uguale, ‘compartecipe’, der. di sors sortis ‘sorte’ col pref. co(n)-║fr.consort, sp. consorte
Ora, mentre nel caso di consorte la possibilità di usare il nome sia come maschile sia come femminile è certa (è se mai, a mio parere, l’uso del plurale consorti nel senso di ‘coniugi’ che suscita dubbi), per coniuge solo qualche anno fa la situazione era diversa: è infatti registrato soltanto come maschile nel DELIn (secondo cui indica ‘ciascuna delle due persone unite fra loro in matrimonio’) e come prevalentemente maschile nel GDLI e nel Vocabolario Treccani online:
Còniuge, sm. Ciascuna delle due persone congiunte in matrimonio, considerata indeterminatamente e in relazione con l’altra. Per lo più al plur. i coniugi: per indicare marito e moglie. Raro al femm. la coniuge: moglie, sposa
Còniuge s. m. [dal lat. coniux –ŭgis, der. di coniungĕre «congiungere»]. – Ciascuna delle due persone unite in matrimonio, considerata rispetto all’altra e in modo indeterminato, senza cioè precisare se si tratti del marito o della moglie (è raro infatti il femm. la coniuge): il c. superstite; abbandono del c.; nel plur., i coniugi, il marito e la moglie: rapporti, liti tra coniugi
Resta tuttavia il fatto che espressioni come abbandono del coniuge e diritti del coniuge sono delle formule fisse, usate con il nome al maschile anche quando ci si riferisce alla moglie.
Sono esclusivamente al femminile gli esempi di coniuge e di consorte che trovano in italiano antico riportati nelle due voci del TLIO, che infatti glossa le parole come ‘moglie, sposa’. Per coniuge si tratta di due sole occorrenze, una in prosa e una in poesia, nel volgarizzamento da Boezio del fiorentino Alberto della Piagentina (Della filosofica consolazione), che confermano la datazione del DELIN e del GRADIT:
[1] Alberto della Piagentina, 1322/32 (fior.), L. 1, cap. 4, pag. 31.8: In sopra a ciò, la coniuge, la innocente casa, la compagnia degli onestissimi amici, il suocero Simaco eziandio santo…
[2] Alberto della Piagentina, 1322/32 (fior.), L. 3, 12.41, pag. 131: E le pregava con tenero affetto, / Che gli rendesson la coniuge amata, / Con la figura d’angelico aspetto.
Per consorte, il femminile è indicato esplicitamente ed esclusivamente per l’accezione 1.1.:
1.1 Femm. [Con rif. alla sorte coniugale:] moglie, sposa.
[1] Lett. palerm., 1375, pag. 107.2: di ki vi prigamu ki ni vuglati scriviri lu prosperu statu vostru et di la regina vostra consorti et di la infanti Maria vostra figla, et farritindi grandi plachiri
– Fig.
[2] Petrarca, Canzoniere, a. 1374, 135.6, pag. 187: Là onde il dì vèn fore, / vola un augel che sol senza consorte / di volontaria morte / rinasce, et tutto a viver si rinova.
[3] Petrarca, Canzoniere, a. 1374, 311.2, pag. 385: Quel rosignuol, che sì soave piagne / forse suoi figli o sua cara consorte, / di dolcezza empie il cielo et le campagne / con tante note sì pietose et scorte…
Le due occorrenze petrarchesche (riferite a coppie di uccelli) hanno assicurato la presenza nel Vocabolario della Crusca, fin dalla 1a ed. (1612), di consorte anche con questo significato: “Lo diciamo altresì per marito, e moglie. Lat. coniux” (cfr. anche Tommaseo-Bellini: “Consorte del tale o alla tale, dicesi di marito o di moglie”). In effetti, l’uso del termine anche al maschile nel senso di ‘marito’ è attestato abbastanza presto, come mostra questo esempio del GDLI, che riporto dopo la definizione di questa accezione fornita dal dizionario (che indica esplicitamente l’uso del termine anche al femminile e al plurale):
Consòrte (ant. consòrto), agg. e sm. e f. […]
7. Sm. Marito, sposo. – Sf.: moglie, sposa.
– Al plur.: i coniugi
[…]
[Angelo] Poliziano, Orfeo, [verso] 286: I’ non credetti, o dolce mio consorte, / che pietà mai venisse in questo regno: / or la veggio regnare in nostra corte, / et io sento di lei tutto ’l cor pregno.
Invece coniuge, assente come lemma nelle prime quattro edizioni del Vocabolario della Crusca e anche dal Tommaseo-Bellini (che però, s.v. Incapacità, registra la frase “Incapacità del conjugato di potere, vivente il coniuge, contrarre altro matrimonio”), entra soltanto nella 5a ed. (1863-1923) ed è trattato come nome maschile, con un’ottima definizione:
CONIUGE Sost. masc. Ciascuno de’ due coniugati: ma usasi solo in locuzione o discorso che importi idea di correlazione, a denotare il Marito rispettivamente alla moglie, e la Moglie rispettivamente al marito; e comunemente nel plurale, per indicare Il marito e la moglie.
Segue un esempio dal Dottor volgare, ovvero Il compendio di tutta la legge civile, canonica, feudale e municipale di Giovanni Battista De Luca (1673), in cui il termine compare al maschile plurale (li coniugi). Subito dopo, il Vocabolario aggiunge: “Trovasi anche come Sost. femm. a significare la Moglie”, con i soli due esempi di Alberto della Piagentina sopra citati. Effettivamente quei due esempi restano isolati e le attestazioni successive di coniuge, alquanto più tarde e di ambito pressoché esclusivamente giuridico, sono, anche al singolare, tutte al maschile, come documentano i tanti esempi presenti nelle diverse voci del GDLI. Le prime attestazioni del maschile che ho reperito in Google libri sono le seguenti:
Il natural de la tortora è che se caso la perde il coniuge, & co(m)pagno suo, altro più non cerca. O sposa de Christo assimiliate, & tu a questa tortora, & oltra Iesu Christo sposo tuo non cerchar altro amatore. (Sermoni divotissimi di messer Santo Bernardo abbate, dottore moralissimo, ad una venerabile sua sorella monacha, del modo del ben vivere, Venezia, [Domenico Giglio e fratelli], 1538, p. non numerata)
Simil cosa non havrebbe possuto fare il coniuge della pulcherrima Deiopea. Ma se sei così strenuo bellatore, indicami il Sinthema del fatto dell’armi. (Orazio Corcione, Amoroso scampo. Comedia nuova, 1613, p. 88)
[…] o che vivente il primo Coniuge havessero commesso adulterio, promettendosi di congiungersi in matrimonio, seguita che fosse la morte del primo Coniuge o concordemente al fine di prendersi poi insieme, havessero machinata la morte al Coniuge vivente; o che uno dei due adulteri, anche senza saputa dell’altro, havesse fatto morire il Coniuge primo, a fine di perder l’altro: o che havessero prima, o insieme, o con altri clandestinamente contratto matrimonio […]. (Decreta Synodalia eminentissimi et reverendissimi D. Cosmi S.R.E. Card. de Torres Perusiae episcopi, Perugia, Angelo Bartolo, 1632, p. 350)
Il seguente grafico di Google Books Ngram Viewer (le cui caratteristiche sono state già indicate all’inizio), che, grazie all’articolo determinativo, distingue i due generi sia per coniuge sia per consorte, sempre al singolare, mostra come dal 1800 a oggi il coniuge abbia una presenza di gran lunga maggioritaria rispetto a la coniuge.
Ora, se si tiene presente che, all’interno della coppia, la tradizione patriarcale prevedeva la centralità dell’uomo (confermata dalle prime attestazioni solo al femminile e anche dalla predominanza, che come mostra il grafico resiste tuttora, di la consorte su il consorte), da questo dato si direbbe che, a dispetto del fatto che coniuge fosse ambigenere (e anzi soprattutto femminile) anche in latino, nell’àmbito giuridico (che è poi, come si è detto, quello che ne ha fatto più ampiamente uso) si impiegasse solo o soprattutto al maschile. Potrebbe trattarsi di uno dei consueti casi di nomi maschili usati anche per riferirsi a donne, ma io sarei più propenso a considerare in questo caso coniuge come nome epiceno, e cioè che mantiene il proprio genere grammaticale (nella fattispecie il maschile) a prescindere dal genere sessuale della persona a cui si riferisce. In effetti questo risulta, per esempio, dal seguente brano tratto da Google libri:
[…] e non col vantaggio del 2 per cento, che le leggi di tassa sul registro del 21 aprile 1862, e 14 luglio 1866 accordano al coniuge legittimo che succede all’altro coniuge. (“Annali della Giurisprudenza Italiana”, VII, 1873, p. 307)
Ancora nella legge n. 898/1970 (quella che ha istituito il divorzio), all’art. 9 comma 2, si legge:
[…] in caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno alimentare, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza.
Il successivo comma 3, a sua volta, dispone:
Qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui allo articolo 5. Se in tale condizione si trovano più persone, il tribunale provvede a ripartire fra tutti la pensione e gli altri assegni, nonché a ripartire tra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze.
Certo, in passato, e ancora fino a tempi relativamente recenti, il problema del sessismo linguistico era poco o per nulla avvertito e, come si è detto, nei testi giuridici dominava il maschile inclusivo, anche al singolare. Ma credo che in questo caso la scelta del maschile per coniuge fosse voluta e correlata al suo uso come epiceno. Infatti avviene tuttora, per esempio in rapporto alla dichiarazione dei redditi nel cosiddetto Modello 730 congiunto. In realtà nel testo del Ministero si parla semplicemente di “dichiarante” e di “coniuge” senza articoli, e quindi senza attribuire ai due termini il genere maschile, ma in molti testi correlati a questa incombenza fiscale l’uso esclusivo del maschile è presente, come in questa sintesi fornita da Gemini:
Nel Modello 730 congiunto, il dichiarante è il coniuge che trasmette il modulo e il cui datore di lavoro o ente pensionistico gestisce i conguagli fiscali (rimborsi o trattenute). Il coniuge è l’altro contribuente che unisce la propria dichiarazione alla sua. I redditi restano separati e non si sommano tra loro.
Che l’uso di coniuge come epiceno maschile nei testi giuridici cominci oggi a venire meno e che il nome inizi a recuperare la sua originaria natura di ambigenere sembra cogliersi dalla ricerca del termine – effettuata dall’amico accademico Federigo Bambi, che ringrazio – nel corpus Minerva (realizzato nell’ambito del progetto PRIN 2022 Atti sempre più chiari. VocAvv: le parole dell’avvocato, che presto sarà da tutti consultabile sul sito dell’Università di Genova), in cui delle 80 occorrenze totali del termine, in 5 è usato come femminile:
1) nell’4/2004, sebbene non vi fossero concrete esigenze di assistenza, veniva definitivamente collocato dalla coniuge nella Casa di Accoglienza sita a Loreglia in Ysabella Pianegonda, 95 […].
2) Applicando simili criteri di calcolo […], si ottiene che l’importo spettante alla coniuge Corpo Massimiliana, a titolo di danno “riflesso”, sarà pari ad € 20.387,84 (4.317 x 32 x 10%).
3) contratto per notar Rambaldo Civitillo del 13/7/2005 registrato a Narni il 26/7/2005 al numero 93292 e trascritto a Narni, il 27/7/2005 ai numeri 50395\03763 la coniuge superstite Lovisetti Marilena donava tutti i diritti vantati sugli immobili innanzi descritti […].
4) Interveniva in giudizio il sig. Ludi Carino Gennadio, coniuge dell’attrice, poiché aveva acquistato, in quanto in comunione dei beni, quote dei beni caduti in successione, aderendo alla domanda, richieste, eccezioni e documenti, formulate e depositati dalla coniuge, chiedendo l’attribuzione congiunta della quota.
5) La circostanza che il de cuius sia stato a contatto diretto e continuativo con l’amianto e la silice e che la malattia abbia avuto natura professionale appare del tutto evidente e appurata tant’è vero che il nesso causale fra l’esposizione agli agenti nocivi e l’insorgenza del mesotelioma pleurico ed il decesso è stata corroborata dalle considerazioni contenute nella relazione clinica della ASL di Varedo […] e dal parere sugli esiti mortali dell’INAIL […] nonché dal riconoscimento della rendita INAIL alla coniuge Rosaura Stracuzzi […].
Particolarmente interessante è l’esempio 3), perché nel medesimo atto, a proposito della stessa persona, si hanno 10 occorrenze al maschile, di cui si riporta qui la prima, che mostra la resistenza al cambiamento:
[…] pervenuto al de cuius, per acquisto, insieme al coniuge, Lovisetti Marilena, in comunione di beni, atto notar Degennaro Leido del 7/2/1972, trascritto A zd4, in data 8/3/1972, nn. 3278/0206 […].
Un caso analogo si rileva, come mi segnala ancora l’amico Federigo Bambi, nella sentenza della Cassazione penale n. 23129 del 18 giugno 2026, in cui coniuge compare al femminile nella massima della sentenza che si legge nella banca dati Giuffrè “De jure”, mentre è maschile nelle 4 occorrenze all’interno del testo (nella prima delle quali è correlato all’epiceno femminile persona):
Cassazione penale sez. IV, 18/06/2026, n. 23129
Annulla con rinvio, TRIBUNALE LOCRI, 24/03/2026 In tema di ordinamento penitenziario, la richiesta di effettuare colloqui con la propria coniuge in condizioni di intimità, avanzata sulla scorta della sentenza della Corte costituzionale n. 10 del 2024, a seguito di matrimonio celebrato all’interno del carcere, non può essere rigettata in ragione della mancanza di pregressa stabilità del vincolo affettivo o dell’assenza di precedente convivenza tra i coniugi, posto che il diritto all’affettività discende dalla stessa celebrazione del matrimonio, afferendo le menzionate condizioni ai soli rapporti “more uxorio”.
[…]
3. In relazione all’oggetto dell’istanza avanzata dal detenuto, va osservato che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 10 emessa il 26 gennaio 2024, ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 18 ord. pen. “nella parte in cui non prevede che la persona detenuta possa essere ammessa, nei termini di cui in motivazione, a svolgere i colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia”. […]
6. […] Peraltro, a tale proposito, va sottolineato un ulteriore passaggio della motivazione della pronuncia della Consulta, nella parte in cui la stessa ha fatto proprio specifico riferimento all’ipotesi in cui il detenuto abbia contratto matrimonio in carcere; evidenziando che il dato normativo – specificamente quando non siano concedibili permessi premio e non essendo applicabile l’istituto del permesso per necessità (come rilevato, proprio in riferimento al diritto del detenuto alla sessualità con il coniuge a seguito di matrimonio in carcere, Sez. 1, n. 882 del 29/09/2015, dep. 2016, Rv. 265717 – 01) – è tale da determinare “in tal modo il fenomeno usualmente indicato con l’immagine dei ‘matrimoni bianchi’ […]” […].
D’altra parte, tale interpretazione è avvalorata dalla stessa parte dispositiva della pronuncia della Corte Costituzionale, la quale – come sopra osservato – ha dichiarato l’illegittimità della norma nella parte in cui non prevede l’autorizzazione dei colloqui riservati “con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente”; dovendosi ritenere che proprio l’utilizzo della disgiuntiva “o” non renda ostativa la mancanza del dato della pregressa convivenza in caso di richiesta di colloqui riservati con il proprio coniuge. […].
Per riassumere brevemente e concludere il discorso, possiamo dire che è certamente corretto adoperare sia coniuge sia consorte anche come nomi femminili. Tuttavia, l’uso esclusivo del maschile di coniuge, riferito a un singolo elemento di una coppia sposata in rapporto all’altro, ha una lunga tradizione nel linguaggio giuridico e ha una sua legittimità. Aggiungerei che il riconoscimento delle unioni civili tra coppie dello stesso sesso (si tratti di due uomini o anche di due donne) potrebbe spingere a mantenere l’uso del termine come maschile “epiceno” e a estenderlo a questo istituto giuridico.
Paolo D’Achille
4 settembre 2026
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