di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Novantaquattro virgola due punti. Poco più di due punti in un mese può sembrare una variazione statistica minore, di quelle che passano inosservate tra le tante rilevazioni periodiche che l’Istat pubblica ogni settimana. Ma quando l’indicatore in questione misura la fiducia dei consumatori italiani, e quando quella fiducia sale da 92,4 a 94,2 nel giro di trenta giorni, accompagnata da un miglioramento parallelo del clima di fiducia delle imprese, il dato merita una lettura più attenta di quella riservata a un semplice numero tra i tanti. La fiducia, in economia, non è un sentimento astratto: è la variabile che precede e in larga misura determina le decisioni concrete di spesa, di risparmio, di investimento che famiglie e imprese assumeranno nei mesi a venire.
Il meccanismo è noto agli economisti da decenni, ma raramente trova spazio adeguato nel dibattito pubblico, più incline a rincorrere l’ultimo dato negativo che a valorizzare i segnali di ripresa. Una famiglia che si sente più fiduciosa rispetto al proprio futuro economico tende ad anticipare acquisti che aveva rinviato, a programmare una vacanza, a considerare un investimento sulla casa. Un’azienda che percepisce un miglioramento del contesto tende a confermare gli investimenti pianificati, talvolta ad anticiparli, e soprattutto smette di trattare ogni decisione di spesa come un rischio da rinviare all’infinito. È la differenza tra un’economia che si contrae su se stessa per prudenza diffusa e un’economia che si mette in moto perché le persone, gli imprenditori in testa, tornano a credere che valga la pena rischiare.
Il miglioramento del clima di fiducia arriva in un momento particolarmente significativo del calendario economico italiano, proprio mentre si aprono i lavori sulla manovra di bilancio 2027 e mentre l’Ufficio parlamentare di bilancio ha rivisto al rialzo le stime di crescita per l’anno in corso. Non è un caso isolato, ma un tassello che si inserisce in un mosaico più ampio di segnali convergenti: un’economia che, pur scontando le difficoltà note, tensioni geopolitiche, inflazione in risalita, costo del credito ancora elevato, mostra una capacità di tenuta superiore a quella che il dibattito pubblico tende talvolta a rappresentare. La fiducia che cresce non cancella questi problemi strutturali, ma indica che famiglie e imprese italiane li stanno affrontando con uno spirito meno rassegnato di quanto si potrebbe pensare.
Per il tessuto delle piccole e medie imprese, questo tipo di segnale ha un valore particolare, perché la fiducia delle imprese non si distribuisce mai in modo uniforme tra grandi gruppi e realtà di dimensioni minori. Le PMI, prive della capacità di programmazione a lungo termine e degli ammortizzatori finanziari di cui dispongono i grandi gruppi industriali, sono spesso le prime a percepire, nel bene e nel male, i cambiamenti del clima economico generale, perché reagiscono con maggiore rapidità alle variazioni della domanda e alle condizioni concrete in cui operano ogni giorno. Un miglioramento della fiducia diffusa a livello di sistema si traduce, per una piccola impresa, in ordini più stabili, in clienti meno inclini a rinviare gli acquisti, in un rapporto meno teso con fornitori e istituti di credito.
Va detto, per completezza di analisi, che un singolo dato mensile non costituisce ancora una tendenza consolidata, e che la storia recente dell’economia italiana ha già mostrato quanto rapidamente la fiducia possa essere erosa da shock esterni, geopolitici o finanziari, che sfuggono al controllo delle politiche economiche nazionali. Le tensioni mediorientali che continuano a pesare sui prezzi dell’energia, così come l’incertezza che ancora circonda i dettagli della prossima legge di bilancio, restano fattori capaci di invertire in fretta una tendenza che oggi appare positiva. Ma proprio per questo, ogni segnale di miglioramento merita di essere riconosciuto con la stessa attenzione che normalmente si riserva alle notizie negative, non per un ottimismo ingenuo, ma perché la fiducia si costruisce anche attraverso il modo in cui viene raccontata.
Il dato è interessante, ragion per cui è compito delle istituzioni economiche e delle rappresentanze datoriali consolidare, non disperdere, i segnali positivi che l’economia reale manda. Una manovra di bilancio costruita con equilibrio, capace di offrire alle imprese un quadro fiscale stabile e prevedibile, può trasformare questo miglioramento congiunturale della fiducia in una crescita più solida e duratura degli investimenti. Il compito non è semplice, ma i numeri di agosto suggeriscono che le condizioni di partenza, questa volta, non sono le peggiori.
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