Doveva essere l’ennesima estate dei record, con orde di turisti pronti ad assaltare le località marittime, pernottare qualche giorno in resort costruiti da poco e ripartire. Quest’anno però, l’estate albanese ha avuto altri protagonisti: i fenicotteri. E non si tratta solo degli uccelli rosa, ma dei manifestanti che stanno animando le piazze del paese da ormai quasi tre mesi. La Rivoluzione dei fenicotteri, come è stato definito il movimento di protesta, chiede le dimissioni del primo ministro Edi Rama, ma non solo. Lotta per il rinnovamento del sistema politico, per un serio contrasto alla corruzione, la fine della svendita del territorio a grandi investitori stranieri. Per il salario, per la democrazia.
Il casus belli, che ha scatenato le proteste più imponenti da quelle che portarono alla caduta del comunismo nei primi anni Novanta, è stata la costruzione di un resort di lusso nell’area protetta di Zvërnec e nell’isola di Sazan da parte del genero di Donald Trump Jared Kushner.
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Dal 30 maggio scorso, giorno in cui una prima protesta era stata repressa violentemente, la Rivoluzione dei fenicotteri ha attraversato tutto il paese e travalicato i suoi confini, riuscendo a mobilitare anche la diaspora. Sempre più persone hanno cominciato a partecipare alle manifestazioni e mettere in discussione il racconto idilliaco con cui Rama presenta sempre il suo paese all’estero.
La forza e la costanza del movimento rischiano di far vacillare l’attuale sistema, finora per nulla scalfito da scandali, arresti e critiche. I numeri imponenti delle manifestazioni e gli slogan ci raccontano di una mobilitazione generale, composta da storie personali tenute insieme da un comune malcontento. Le testimonianze che abbiamo raccolto aiutano a comprendere la composizione e le ragioni di un movimento che va ben oltre la contestazione al progetto immobiliare legato al resort di Sazan.
Gen Z, lavoratori e pensionati
A scendere in piazza non sono solo giovani della Gen Z, stanchi delle clientele e della corruzione che soffocano qualsiasi speranza per il proprio futuro. Accanto a loro è infatti possibile trovare studenti, artisti, lavoratori di tutti i settori, pensionati in difficoltà, bambini, associazioni ambientaliste come PPnea, EcoAlbania, Qendra Lumi, che provano a contrastare la svendita e lo sfruttamento selvaggio del territorio, collettivi queer e transfemministi, gruppi di sostegno alla causa palestinese e pacifisti.

Un movimento che appare quindi trasversale e intergenerazionale, che tiene dentro la lotta per la terra e la giustizia sociale, per un lavoro dignitoso e pensioni adeguate, per una più matura democrazia capace di ascoltare le necessità e le richieste dei cittadini, contro il drenaggio di risorse pubbliche in favore di specifiche élite politiche ed economiche. Si tratta di cittadini e cittadine ormai stanche della narrazione pubblica costruita e alimentata dal primo ministro Edi Rama che presenta il paese come un nuovo paradiso, dove passare le vacanze, dove investire e arricchirsi. Una narrazione che però stride enormemente con le reali condizioni materiali dei cittadini albanesi, costretti a fare i conti con salari bassi, limitati diritti sindacali e aumento dei prezzi.
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Il ruolo della diaspora
In questi mesi, il movimento è riuscito a farsi conoscere mediaticamente anche oltre i confini nazionali grazie al fondamentale contributo della diaspora. Secondo alcuni dati, sono circa 10 milioni le persone di etnia albanese sparse nel mondo, quasi cinque volte quelle che vivono nel paese. L’attivismo della diaspora ha seguito una doppia direttrice: da una parte l’organizzazione, specialmente in Europa e in particolare in Italia, di manifestazioni di solidarietà e incontri pubblici per spiegare i motivi delle proteste; dall’altro partecipando attivamente al movimento tornando in patria, chi definitivamente, chi solo per alcuni giorni. Un legame costante che ha contribuito a dare forza alle proteste e decostruire la narrazione del governo che alimenta all’estero l’idea di un’Albania ormai economicamente sviluppata e pronta per essere pienamente inclusa nel club dei paesi occidentali.
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La realtà però dice altro e lo sanno bene gli appartenenti alla diaspora, vittime di una transizione diseguale e ingiusta che li ha costretti a lasciare il proprio paese e che impedisce loro di tornare. Tra le iniziative più significative va segnalata l’organizzazione, da parte del collettivo Mesdhe già presente nelle battaglie contro i Cpr italiani in Albania, di una Global Sumud Flottilla che, composta da tre imbarcazioni, è partita da Brindisi alla volta delle coste albanesi.
Il rapporto con partiti e sindacati
La forza dirompente della Rivoluzione dei fenicotteri è resa ancora più sorprendente dall’assenza di partiti e sindacati alla sua testa. Come ci spiega Fioralba Duma, attivista del collettivo Italiani senza cittadinanza, “il movimento è apartitico, ma non significa che sia apolitico. Rifiuta i due partiti tradizionali (Partito Socialista e Partito Democratico, ndr), tre se contiamo l’LSI (Partito della Libertà), e nasce dalla convinzione che governo e opposizione condividano lo stesso modello fondato su rendita immobiliare, turismo di lusso, investimenti strategici e concentrazione del potere. Complessivamente la loro presenza è accettata, nella misura in cui non si trasforma in appropriazione della piazza”.
Una presa di distanza netta quindi, confermata anche da Valentina Bonizzi, artista e fondatrice di Kur’ajo Press, che registra come “alle manifestazioni partecipano anche sostenitori di nuovi partiti minori, come la sinistra di Lëvizja Bashkë, il partito liberale Mundësia di Agron Shehaj e Shqipëria Bëhet di Adriatik Lapaj, ma anche ex elettori del Partito Socialista delusi da Rama, ex sostenitori del Partito Democratico delusi da Berisha, persone vicine a posizioni conservatrici e cittadini che non si riconoscono più in alcun partito”. I sindacati invece, nonostante la protesta parli molto di salari, lavoro, costo della vita e sfruttamento, sono troppo deboli e con un basso livello di organizzazione nei luoghi di lavoro per poter dirigere il movimento.
L’organizzazione interna
Renald Hysi, autore della graphic novel L’invasione degli extraterroni, ci racconta come si svolgono le manifestazioni: “le proteste hanno una durata molto elevata. Cominciano con un assembramento a piazza Skanderbeg verso le 19. Proseguono con un piccolo corteo davanti al palazzo del primo ministro. Ad aspettarle c’è un altro assembramento con un impianto audio messo a disposizione dei cittadini. Lì si svolgono gli interventi brevi di chiunque voglia esprimere le sue lamentele e preoccupazioni riguardo il paese. Verso le 21:30 comincia poi il corteo vero e proprio che dura fino a mezzanotte. Inizialmente il punto di chiusura era sempre piazza Skanderbeg, ora invece si conclude di fronte al palazzo del primo ministro. Nelle prime ore si registra una presenza elevata di pensionati, madri e padri con i loro figli, lavoratori salariati di uffici e non, imprenditori, professori, gruppi studenteschi, ambientalisti, con un età media che si aggira intorno ai 40-50 anni. La conformazione cambia dalla fine dei talk fino alla chiusura del corteo, con un aumento consistente di studenti, giovani di diverse estrazioni sociali con un età media che cala a 20-30 anni. La provenienza dei manifestanti cambia molto a seconda del giorno della settimana. Dal lunedì al giovedì abbiamo una presenza di cittadini dei vari quartieri di Tirana, principalmente quelli della prima e seconda periferia. Nel weekend invece si aggiungono anche cittadini provenienti da altre città albanesi e dalla diaspora”.

All’inizio delle manifestazioni si è formato spontaneamente un comitato organizzativo formato principalmente da intellettuali, professionisti, lavoratori, studenti e ambientalisti senza nessun legame con i partiti. Proprio questa assenza di una leadership unica rende il movimento difficile da controllare o da ricondurre a un singolo soggetto politico. Altrettanto importanti sono poi le pratiche di cura all’interno dei cortei con spazi per bambini con pastelli, fogli per disegnare, l’angolo della poesia e attenzione all’accessibilità del microfono per le persone con disabilità.
La comunicazione
Un altro campo dove il movimento ha dimostrato grandi capacità è stato quello comunicativo.
Ancora Valentina Bonizzi: “I social media hanno sostituito quasi completamente i media tradizionali come principale fonte di informazione. Nelle prime settimane televisioni e giornali hanno ignorato le proteste o le hanno raccontate esclusivamente attraverso la narrazione governativa. Le piazze hanno così cominciato a costruire un proprio ecosistema comunicativo fatto di dirette, video, fotografie, verifiche dei fatti e condivisione continua di contenuti sfidando il governo proprio in uno dei suoi punti di forza”.
Tra gli slogan più urlati nelle piazze riecheggiano “L’Albania non è in vendita”, “Rama dimettiti”, “Rama/Berisha in galera”. Uno slogan, quest’ultimo, che, come sottolinea Fioralba Duma, “esprime tutto il rifiuto della nomenklatura che ha dominato il paese per oltre trent’anni di transizione”.

Le prospettive
In questi mesi, il movimento ha già ottenuto importanti risultati. In primo luogo è riuscito ad autoalimentarsi e a resistere oltre ogni aspettativa, nonostante i tentativi di delegittimazione messi in atto dal governo. In secondo luogo, è riuscito a smontare la narrazione idilliaca costruita dal Primo ministro Rama, particolarmente attento a presentarsi all’esterno come un leader ambizioso, capace di accontentare tutti. Un’altra vittoria del movimento è stata la capacità di coinvolgimento, riuscendo a creare un forte senso di comunità tra persone che si ritrovano in piazza, si riconoscono e provano a far convergere le lotte ambientali con quelle sociali, economiche e politiche.
Ma che prospettive ha la Rivoluzione dei fenicotteri? Per alcuni c’è il rischio che possa esaurirsi nel giro di qualche mese, per altri potrebbe trasformarsi in un nuovo soggetto politico, per altri ancora dovrebbe contribuire a rafforzare alcune delle nuove forze di opposizione. Il comun minimo denominatore tra queste posizioni resta comunque la caduta del governo, che però dispone ancora di una maggioranza parlamentare e di una macchina amministrativa molto radicata e diffusa, e un cambiamento strutturale della classe politica e del sistema elettorale. Secondo Renald, il “periodo di transizione, in vista di nuove elezioni, potrebbe essere gestito da un governo tecnico formato da persone non coinvolte in politica in precedenza e membri provenienti dalla diaspora, meno ricattabili, manipolabili e più indipendenti economicamente”. Il movimento deve però ancora trasformare la capacità di mobilitazione in una prospettiva politica più concreta.
Il governo, da parte sua, sembra puntare sul logoramento della protesta nel tempo dopo averle inizialmente presentate come una “guerra ibrida” portata avanti da account falsi e guidati da interessi stranieri (russi, islamisti, filo-iraniani, antisemiti, oppositori di Donald Trump…). Ad oggi è difficile dire quale strada prenderà la Rivoluzione dei fenicotteri. Una cosa è certa: dopo anni in cui sembrava impossibile scalfire il racconto ufficiale del paese, le piazze albanesi stanno finalmente dimostrando il contrario, raccontando di un’Albania ben diversa da quella dei resort e delle cartoline.
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