Redditi polarizzati, concorrenza e carichi di lavoro spingono i giovani avvocati lontano dagli studi. Ma cresce anche l’esposizione a errori, contenziosi e responsabilità, rendendo il rischio professionale un fattore decisivo
La fuga dei giovani avvocati dagli studi professionali non è soltanto una questione di redditi bassi o di eccessiva concorrenza. Dietro il crescente disagio della professione si nasconde anche un aumento dei rischi operativi, delle responsabilità e delle pressioni che gravano soprattutto sulle nuove generazioni. Un quadro che emerge dai dati del Rapporto Avvocatura 2026 di Cassa Forense e che racconta una professione sempre più frammentata, esposta e meno attrattiva per chi si affaccia oggi al mercato legale. Secondo il rapporto, gli iscritti alla Cassa Forense sono oggi poco meno di 230 mila, contro il picco di oltre 245 mila registrato nel 2020. In sei anni la platea si è ridotta di oltre 15 mila professionisti. L’età media è salita da 44,1 a 49,5 anni, mentre il rapporto tra avvocati attivi e pensionati è sceso da 8,1 a 5,8. Un’avvocatura che invecchia e si restringe, pur mantenendo una delle più alte densità professionali d’Europa, con 3,6 avvocati ogni mille abitanti.
Pochi talenti giovani
«I dati mostrano una professione che sta cambiando rapidamente e che fatica ad attrarre e trattenere i più giovani», osserva Sauro Mostarda, amministratore delegato di Lokky, insurtech italiana specializzata in soluzioni assicurative digitali per piccole imprese, professionisti e freelance. «Alla pressione economica si aggiunge una crescente esposizione ai rischi professionali: oggi gestire uno studio significa confrontarsi con responsabilità, adempimenti e potenziali contenziosi molto più complessi rispetto al passato». La fragilità emerge anche dalla struttura organizzativa del settore. Il 66,2% degli avvocati opera in studi monopersonali. Tra gli under 40 solo il 42,4% è titolare di studio, mentre oltre un quarto lavora come collaboratore e quasi il 16% in regime di monocommittenza. Una condizione che rende molti professionisti più dipendenti da pochi clienti e più vulnerabili ai ritardi nei pagamenti e alle controversie contrattuali.
I ritardi nei pagamenti
Non a caso, il 33,9% degli avvocati individua proprio nei ritardi dei pagamenti il principale rischio per il proprio futuro reddituale, seguito dagli adempimenti amministrativi e fiscali e dall’eccessiva concorrenza. Nel luglio 2026 la riforma dell’ordinamento forense ha cercato di rispondere ad alcune di queste criticità, introducendo nuove tutele per la monocommittenza e rafforzando i meccanismi di garanzia nei pagamenti. La complessità del lavoro quotidiano contribuisce ad aumentare l’esposizione al rischio. Nel civile ogni avvocato gestisce mediamente 15 procedimenti pendenti e altrettanti sopravvenuti; nel penale quasi 9 procedimenti pendenti e oltre 10 sopravvenuti. I tempi della giustizia restano elevati: mediamente 503 giorni per una causa civile e 380 per un procedimento penale, con punte che in alcuni distretti superano ampiamente questi valori.
Il rischio di contenziosi
«Quando i carichi di lavoro aumentano e i tempi della giustizia si allungano, cresce inevitabilmente anche il rischio di errori, contestazioni o incomprensioni con i clienti», sottolinea Mostarda. «Per i professionisti più giovani, che spesso lavorano da soli o in strutture molto piccole, questi fattori possono diventare un deterrente importante alla permanenza nella professione». Anche i numeri economici mostrano una forte polarizzazione. Nel 2024 il volume d’affari complessivo dell’avvocatura ha superato i 16,4 miliardi di euro e il reddito Irpef gli 11,2 miliardi, in crescita del 7,1% rispetto all’anno precedente. Tuttavia il 61,7% degli avvocati dichiara meno di 35 mila euro annui, mentre solo il 7,9% supera i 121.900 euro.
La grande fuga
In questo contesto, il dato più significativo riguarda la tenuta stessa della professione: il 30,3% degli avvocati ha valutato di abbandonarla nell’ultimo anno e, nel 58,6% dei casi, la ragione è di natura economica. Ma il fattore economico non è l’unico elemento di pressione. Secondo l’esperienza osservata sul mercato assicurativo, tra i sinistri più frequenti figurano le controversie con i clienti, i problemi legati al recupero dei crediti, le violazioni contrattuali, gli errori nella redazione degli atti, il mancato rispetto dei termini processuali e le contestazioni in materia di privacy.
L’errore professionale
«L’errore professionale non è più percepito come un evento eccezionale, ma come un rischio operativo da gestire», spiega Mostarda. «La sfida per gli studi, soprattutto quelli più piccoli, è sviluppare una vera cultura della prevenzione e della protezione, perché oggi la sostenibilità di uno studio passa anche dalla capacità di affrontare eventuali contenziosi senza compromettere la propria attività». In questo scenario cresce l’attenzione verso gli strumenti di protezione professionale. Se la responsabilità civile professionale tutela il patrimonio dell’avvocato dalle richieste di risarcimento per danni causati a terzi, la tutela legale interviene invece sui costi necessari per affrontare una controversia, coprendo spese legali, peritali e processuali e offrendo assistenza anche nella fase stragiudiziale.
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