La politica industriale del Partito Comunista crea una iperproduzione artificiale. Secondo l’Ocse, il 60% del boom della manifattura è dovuto a sussidi e credito di Stato. Le conseguenze del super export
La Cina è un campione straordinario di «economia circolare». Non nel senso inteso da chi, in Occidente, propugna un’economia verde, però. Nel senso che gira su sé stessa: crea enormi volumi di prodotti in un circolo, appunto, dal quale non può uscire se non attraverso la negazione del modello di sviluppo degli ultimi due decenni. Cioè il modello dirigista che guida l’economia sulla base degli obiettivi del Partito Comunista.
Il centro politico di Pechino stabilisce target di politica industriale finalizzati a creare lo sviluppo di settori, quelli avanzati in competizione soprattutto con gli Stati Uniti, ma anche quelli meno sofisticati e a basso costo della manodopera, in competizione con i Paesi in via di sviluppo.
Questi target vengono trasmessi a livello locale ai funzionari responsabili sul territorio, i quali hanno la loro carriera legata ai risultati così imposti, che siano sostenibili o meno. Cercheranno in ogni modo di realizzare gli obiettivi. Quindi vendono terreni per fare cassa, con i denari sussidiano incentivi alla produzione, la costruzione di nuove fabbriche o addirittura di distretti industriali, vanno a credito dalle banche locali e da quelle grandi di Stato.
Gli ostacoli
Il ciclo deve ripetersi ogni anno: gli obiettivi imposti dal centro vanno rispettati e le autorità provinciali e municipali non hanno altri modi per farlo. Con grandi difficoltà: la bolla immobiliare scoppiata già prima dell’epidemia da Covid continua a pesare e la vendita di terreni per operazioni immobiliari è un canale quasi asciutto. Uscire da questo loop è un’enorme difficoltà per la Cina, ammesso che sia politicamente possibile: significherebbe fare fallire un’infinità di aziende, creare disoccupazione e penalizzare la crescita economica già poco brillante. Le politiche industriali dettate dai governi hanno quasi ovunque nel mondo effetti distorsivi: quando sono il cuore del comando economico come nella Cina di Xi Jinping possono essere disastrose. Più di un economista, negli ultimi tempi, ha iniziato a mettere in dubbio la solidità dell’economia cinese. La prestigiosa rivista Foreign Affairs ha da poco pubblicato un’analisi del presidente dell’americano Council on Foreign Relations, Michael Froman, intitolato «La prossima crisi economica globale potrebbe essere Made in China» (vedi anche commento a pagina 8). Il grande «Second Chinese Shock» del quale si parla in questo periodo, cioè l’enorme massa di esportazioni hi-tech ma non solo, potrebbe essere questo: l’implosione del modello Pechino. Non è scontato, naturalmente, e tutto potrebbe finire non in un crash ma in un progressivo deterioramento dell’economia: il problema, però, è molto serio e avrà conseguenze ben al di là della Cina, ormai produttrice del 30% della manifattura mondiale (del 48% nel 2030, secondo alcune previsioni).
Le distorsioni
Gli effetti dell’«economia circolare» stanno già producendo distorsioni.
I dati economici non sono al momento entusiasmanti. La crescita è al momento un po’ sotto il già basso obiettivo del 4,5% posto dal Partito per il 2026; l’aumento della produzione industriale in luglio è sceso a più 4,5% dal 5,3% di giugno; nei primi sette mesi di quest’anno, gli investimenti fissi sono calati del 6,7%; la disoccupazione urbana è al 5,2% e quella dei giovani laureati attorno almeno al 20%; l’investimento immobiliare, che in passato è stato il motore maggiore della crescita cinese, è crollato anche nell’ultimo anno di quasi il 20%; le vendite al dettaglio sono aumentate dello 0,6% in luglio contro aspettative dell’1,5%; la deflazione è durata tre anni prima di avere un leggero stop nei mesi scorsi solo grazie all’aumento del costo dell’energia.
Le esportazioni
In compenso, le esportazioni strabordano: l’anno scorso, l’avanzo commerciale di Pechino è stato di 1.200 miliardi di dollari e nei 12 mesi tra il luglio 2025 e il giugno scorso l’export è ulteriormente aumentato del 23,9%. E proprio questo boom spiega molto delle tensioni interne all’economia del Paese: non è solo che il «China Shock 2.0» sta spingendo il resto del mondo a prendere contromisure, anche drastiche, per proteggersi da quella che è spesso vista come un’aggressione commerciale; è che il modello di sovvenzioni pubbliche, nazionali e locali, spinge l’export ma allo stesso tempo crea un tessuto industriale debole, popolato da aziende zombie che non possono essere lasciate fallire perché il Partito Comunista, così come gli imperatori del passato, non può tradire il «Mandato del Cielo», il quale gli impone di curarsi del benessere del popolo, pena la perdita della legittimità del comando.
L’Ocse ha calcolato che il 60 per cento del boom cinese nella manifattura è stato guidato da sussidi di Stato, in particolare dall’accesso privilegiato al credito delle banche pubbliche da parte delle imprese dei settori «strategici» individuati nella politica industriale. In luglio, per esempio, gli investimenti fissi sono complessivamente calati ma nell’industria dell’information sono saliti del 26 per cento, nella manifattura elettronica di quasi l’8 per cento, nel trasporto aereo del 16 per cento. In tutta una serie di settori — dall’intelligenza artificiale alle tecnologie verdi alle auto elettriche ma anche in industrie più mature — l’input politico e il privilegio nell’accesso al credito portano le imprese a dare un peso insufficiente all’efficienza e alla sostenibilità finanziaria.
La competizione mondiale
Non solo: in questo modo nascono imprese che senza denaro di Stato non sarebbero nate: ciò provoca una concorrenza spietata giocata più sulla riduzione dei prezzi che sulla capacità d’impresa. «Una corsa al ribasso», nota Froman su Foreign Affairs, con margini sempre più bassi quando non negativi per conquistare quote di mercato. Quasi il 30% delle imprese industriali cinesi lavora in perdita (prima del Covid era il 20%). Come detto, non possono essere lasciate fallire e quindi lo Stato e le sue banche continuano a sostenerle: l’«economia circolare» rischia essa stessa di diventare un’immensa bolla. Gran parte di questa iperproduzione deve necessariamente andare all’estero, essere esportata. Anche perché la crescita dei consumi è stimolata al minimo dal Partito: la rete di sicurezza sociale e pensionistica è fragile e le famiglie spendono poco, risparmiano per sanità e scuola e in vista della vecchiaia.
La priorità di Xi Jinping è di fare della Cina un Paese autosufficiente, che cioè importa sempre meno ma domina l’export e il commercio mondiali. Mercantilismo in purezza: qui niente circolarità, molta merce esce dai confini e poca ne entra. Finché dura.
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