Una crisi che va ben oltre la robotica
La riluttanza a investire nella robotica non può essere considerata un fenomeno isolato, ma riflette piuttosto una crisi strutturale più profonda all’interno dell’intero Gruppo Bosch. Nell’esercizio 2025, Bosch ha registrato la sua prima perdita al netto delle imposte dalla crisi finanziaria del 2009, pari a 363 milioni di euro; a fronte di un fatturato di 91 miliardi di euro, il margine operativo è crollato dal 3,5% al 2%. Ciò è dovuto, tra l’altro, agli accantonamenti di 2,7 miliardi di euro per un ampio programma di riduzione del personale che interesserà circa 22.000 dei circa 130.000 posti di lavoro della divisione Mobility in Germania, ovvero circa un sesto dei posti di lavoro nel sottogruppo più grande.
L’azienda prevede di tagliare fino a 35.000 posti di lavoro in tutto il mondo entro il 2030, con circa 6.000 posizioni già eliminate in Germania entro il 2025, con conseguenti indennità di fine rapporto per quasi 900 milioni di euro. La sola divisione mobilità presenta un deficit di costi annuale di 2,5 miliardi di euro, che verrà colmato attraverso tagli al personale nell’arco di diversi anni. Alla fine del 2025, l’azienda impiegava circa 412.774 persone in tutto il mondo, circa 5.085 in meno rispetto all’anno precedente, mentre la produzione si sta spostando sempre più all’estero. Questi dati dimostrano che la riluttanza ad adottare tecnologie future come i robot umanoidi non è un fallimento gestionale isolato in una singola divisione, ma piuttosto il sintomo di un’azienda sottoposta a un’enorme pressione a causa del calo dei margini nel suo tradizionale business di fornitura per il settore automobilistico.
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Il sorprendente cambiamento al vertice dell’azienda
Un segnale particolarmente evidente della gravità della crisi in corso è stato il brusco cambio al vertice nell’estate del 2026. L’amministratore delegato Stefan Hartung si è dimesso il 30 giugno 2026, su sua richiesta, nonostante il suo contratto fosse stato prorogato fino al 2031 solo nell’ottobre dell’anno precedente. Il suo successore, a partire dal 1° luglio 2026, è stato il suo ex vice, Christian Fischer, che in precedenza aveva guidato la divisione beni di consumo con i marchi di elettrodomestici e utensili elettrici BSH e aveva svolto un ruolo chiave nell’acquisizione multimiliardaria delle attività di ventilazione e condizionamento dell’aria di Johnson Controls e Hitachi.
Con un mandato di soli quattro anni e mezzo circa, quello di Hartung è uno dei più brevi nei circa 140 anni di storia dell’azienda. Secondo quanto dichiarato dalla società, il cambio è stato effettuato in stretta consultazione con gli azionisti e il consiglio di sorveglianza, senza che venissero rese pubbliche le motivazioni specifiche. Per un’azienda come Bosch, tradizionalmente nota per la straordinaria continuità ai vertici, un cambiamento così brusco e imprevisto rappresenta un segnale d’allarme storico, che riflette il palpabile nervosismo all’interno della struttura azionaria.
Lo schema strategico alla base delle singole decisioni
Analizzando congiuntamente APAS, Kassow Robots, ACTIVE Shuttle e la collaborazione con Humanoid, emerge uno schema strategico ricorrente. In tutti i casi, Bosch possedeva solidità tecnologica, ingegneri qualificati e capitali sufficienti, eppure ha ripetutamente scelto di non sviluppare le proprie piattaforme a lungo termine. Al contrario, queste sono state abbandonate, vendute alla concorrenza o la creazione di valore è stata esternalizzata a fornitori di tecnologia esterni tramite la produzione a contratto.
Secondo quanto riportato da diverse fonti, questo schema si manifesta non solo nella robotica, ma anche nella tecnologia delle batterie, nel software per veicoli e nelle centraline di controllo, settori in cui le iniziative sono state ripetutamente avviate, ritardate e infine interrotte. Dal punto di vista economico, questo comportamento può essere interpretato come l’espressione di un’organizzazione che, sotto la pressione di parametri di redditività a breve termine, tende sistematicamente a sottovalutare gli investimenti tecnologici a lungo termine ma incerti, anche se questi investimenti potrebbero determinare in modo decisivo la sua futura posizione competitiva. Chi valuta prematuramente i progetti pionieristici in base alle aspettative di rendimento a breve termine rischia di perdere dati concreti, personale qualificato, accesso ai clienti e, in definitiva, influenza sugli standard che definiranno l’intero settore in futuro.
Il contesto competitivo internazionale
In un confronto internazionale, è sorprendente notare come i produttori cinesi, in particolare, stiano implementando su larga scala sistemi robotici umanoidi e collaborativi in ambienti operativi reali, apprendendo continuamente dall’utilizzo sul campo, mentre le aziende europee tradizionali spesso rimangono bloccate nella fase di valutazione del business case. Questa differenza nella velocità di innovazione ha conseguenze dirette sul posizionamento di mercato: chi per primo raccoglie dati sufficienti sul campo dalle operazioni reali ottiene un vantaggio pressoché insormontabile nell’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale sottostanti e nella definizione dei futuri standard tecnici.
Grazie alla collaborazione con Humanoid, Bosch si sta riposizionando come attore industriale nel campo della robotica umanoide, ma nel ruolo di fornitore e produttore, piuttosto che come fornitore di una propria piattaforma con marchio proprio e accesso ai relativi dati di utilizzo. Questa divisione dei ruoli implica che le risorse strategicamente più preziose di tale partnership, ovvero i dati di addestramento derivanti dall’utilizzo sul campo e il rapporto con il cliente finale, rimangano prevalentemente in capo all’azienda partner britannica, mentre Bosch beneficia principalmente dei margini di profitto derivanti dalla pura produzione.
Tra ristrutturazione e nuovo ruolo
Per l’attuale CEO, Christian Fischer, e il suo trio dirigenziale, che comprende anche il CFO Markus Forschner e il CEO della divisione Mobilità Markus Heyn in qualità di vicepresidenti, si presenta una duplice sfida. Da un lato, è necessario implementare con coerenza la continua riduzione dei costi nella divisione Mobilità, che registra un deficit annuo di 2,5 miliardi di euro. Dall’altro, l’azienda ha bisogno di una risposta credibile su come intende partecipare alla creazione di valore delle tecnologie future, come la robotica umanoide, l’intralogistica autonoma e l’intelligenza artificiale fisica, senza essere relegata ancora una volta al ruolo di mero produttore a contratto.
Per il 2026, il management punta a una crescita del fatturato compresa tra il due e il cinque percento, un obiettivo ambizioso visti i costi della ristrutturazione strutturale. La prevista produzione di massa di robot umanoidi a Bühl a partire dal 2027 può certamente essere vista come un primo passo per tornare in un settore in crescita. Tuttavia, finché Bosch manterrà principalmente il controllo sulla logistica di produzione e non quello tecnologico sul prodotto, resta da vedere se l’azienda riuscirà mai a riconquistare il suo ruolo di pioniere nella robotica industriale. I prossimi anni diranno se l’attuale fase di ristrutturazione servirà davvero come base per una rinnovata indipendenza tecnologica, o se si ripeterà il trend di mancate opportunità di pioniere nel settore della robotica, osservato per oltre un decennio.
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