Il Risiko è un gioco, ha una plancia, regole conosciute, un numero definito di partecipanti e, soprattutto, giocatori che partono con dotazioni sostanzialmente comparabili. Poi qualcuno conquista territori, qualcun altro li perde, si fanno alleanze, si tradiscono gli alleati. Alla fine si ripongono carri armati e bandierine nella scatola e si torna a casa.
Quello che sta accadendo tra le banche italiane ha caratteristiche piuttosto diverse. Le forze in campo sono enormemente diseguali, la partita si svolge su un’infrastruttura essenziale per il funzionamento dell’economia e, quando qualcuno conquista un territorio, quel territorio siamo noi: i nostri depositi, il risparmio, le imprese che devono finanziarsi, gli sportelli che restano aperti o chiudono, le decisioni su dove indirizzare centinaia di miliardi di euro. Qualunque sia il risultato, quindi, non si ricomincia da capo.
L’ultima puntata rende bene l’idea. A giugno Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta da 30,6 miliardi di euro su Monte dei Paschi di Siena. Mps ha risposto in agosto con due offerte parallele: 25,3 miliardi per Banco Bpm e 8,7 per Banca Generali, poco più di 34 miliardi complessivi. Le cifre messe sul tavolo sembrano persino comparabili. Le dimensioni dei contendenti assai meno.
Infatti, se riuscisse il progetto di Mps, mettendo insieme anche Mediobanca già acquisita, Banco Bpm e Banca Generali nascerebbe un gruppo con circa 466 miliardi di attivo, 245 miliardi di impieghi alla clientela, 315 miliardi di raccolta diretta e 810 miliardi di attività finanziarie della clientela. La capitalizzazione potrebbe essere nell’ordine degli 80 miliardi. Un colosso, apparentemente. Ma ben inferiore all’eventuale alternativa formata da Intesa-Mps: circa 1.700 miliardi di attività finanziarie della clientela, oltre 27 milioni di clienti e una capitalizzazione indicativa di circa 126 miliardi, ossia più del doppio delle masse finanziarie amministrate dall’aggregato alternativo costruito intorno a Siena.
È un confronto istruttivo. Per evitare di essere acquisita dal maggiore gruppo bancario italiano, Mps deve provare ad acquisire contemporaneamente una delle principali banche rimaste indipendenti e una delle maggiori reti italiane di gestione patrimoniale. E, se riuscisse nell’impresa, resterebbe comunque molto più piccola del suo aggressore. Più che Risiko, Davide e Golia. Con la variante che Davide, per provare a salvarsi, deve prima mangiarsi altri due Davide.
La questione interessa poco per stabilire chi sia più simpatico tra i banchieri in competizione. Interessa perché rende visibile una dinamica che dura da almeno trent’anni e che sta entrando probabilmente nella sua fase finale. Nel 2014 gli intermediari bancari italiani erano 510. A fine 2024 erano 134, organizzati in appena 53 gruppi e 81 banche individuali. In dieci anni ne sono scomparsi quasi tre su quattro.
Si può sostenere, con buoni argomenti, che tutto questo renda le banche più efficienti e più solide. I costi della tecnologia e della regolamentazione sono cresciuti enormemente; cybersecurity, compliance e infrastrutture digitali richiedono investimenti che un piccolo intermediario fatica a sostenere. La dimensione conta. Ma efficienza della singola banca ed efficienza del sistema non sono necessariamente la stessa cosa.
Un recente studio della Banca d’Italia permette di vedere il problema da una prospettiva diversa. Gli autori hanno ricostruito il sistema finanziario italiano come una rete composta da banche, assicurazioni e fondi di investimento e dalle relazioni finanziarie che li collegano. Il risultato è molto chiaro: al centro della rete ci sono le banche, che costituiscono gli hub principali; attorno le assicurazioni, in posizione intermedia, e una vasta periferia di fondi di investimento. È anche una rete sempre più intrecciata. Nel 2019 il 58% delle connessioni collegava intermediari appartenenti a settori diversi; oggi siamo intorno al 70%. E, pur essendo una rete molto poco densa, bastano in media 2,8 passaggi per andare da un intermediario all’altro. Pochi grandi nodi esercitano quindi un’influenza sproporzionata sull’intero sistema. Banca d’Italia osserva esplicitamente che il consolidamento riduce alcuni potenziali canali di contagio ma rende le istituzioni che restano più centrali, più interconnesse e più rilevanti sistemicamente.
A guardarla così, la vicenda Mps sembra quasi la rappresentazione dal vivo di quel paper. Mps incorpora Mediobanca, che possiede una quota rilevante di Generali. Intesa vuole Mps. Mps, per difendersi, vuole Banco Bpm e Banca Generali. Crédit Agricole possiede il 29,3% di Banco Bpm e, se il progetto Mps riuscisse integralmente, diventerebbe con circa l’11% uno dei maggiori azionisti del nuovo gruppo; insieme a Delfin, Caltagirone e Generali. Dall’altra parte Unipol è pronta a rilevare una parte della rete Mps nell’ambito dell’operazione Intesa e a integrarla nel sistema che ruota attorno a Bper.
Altro che una fila di banche indipendenti che competono tra loro. Siamo davanti a conglomerati che intrecciano credito, assicurazioni, wealth management, fondi, investment banking, grandi patrimoni e partecipazioni societarie. La domanda, allora, diventa inevitabile: a che cosa serve tutta questa forza finanziaria?
Perché, mentre le banche diventavano meno numerose, più grandi, più patrimonializzate e più redditizie, il credito bancario alle imprese ha preso la direzione opposta. A fine 2025 i prestiti bancari alle imprese italiane erano circa 606 miliardi di euro. A metà dello scorso decennio erano oltre 800 miliardi nominali; riportando quelle grandezze ai prezzi di oggi, la contrazione nell’arco di poco più di dieci anni è nell’ordine del 40% in termini reali. Ossia, il nostro sistema economico ha perso l’equivalente di 400 miliardi di euro di credito: più del doppio dell’intero Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano.
C’è poi un secondo paradosso, forse ancora più allarmante. Dal 2017 una legge obbliga le banche a offrire il cosiddetto conto di base, pensato per garantire l’accesso ai servizi finanziari essenziali anche alle persone economicamente più fragili. Ebbene, Banca d’Italia ha dovuto di recente emanare specifici orientamenti di vigilanza perché le proprie verifiche hanno riscontrato “numerosi casi” nei quali l’accesso al conto viene ostacolato o scoraggiato ingiustificatamente: prodotto assente dal catalogo, personale che non sa proporlo, difficoltà per non residenti o persone considerate a rischio, procedure informatiche incapaci di riconoscere documenti perfettamente legittimi, clienti indirizzati verso prodotti più costosi. Eccoci, dunque, davanti a una scena quasi perfetta: un sistema capace di muovere in pochi giorni offerte da 30 miliardi di euro fatica da nove anni a mettere a disposizione delle persone più fragili un conto corrente elementare previsto dalla legge.
È questa la questione che scompare quando raccontiamo tutto come fosse un Risiko. Ci appassioniamo alla mossa di Intesa, alla contromossa di Mps, al ruolo dei francesi, all’italianità di Generali, alle strategie di Unipol, alle simpatie del governo. Come se fossimo davanti a una sofisticata “Champions League della finanza” e dovessimo limitarci a scegliere la squadra per cui tifare.
La politica stessa sembra molto più interessata a chi controlla una banca piuttosto che a cosa quella banca farà una volta controllata. Proteggere un azionista italiano da uno francese è più semplice che chiedersi quanto credito arriverà alle piccole imprese, quanti centri decisionali resteranno nei territori, quali servizi saranno garantiti alle fasce più deboli, quanto sarà realmente contendibile un mercato dominato da pochi grandi conglomerati.
Eppure questi esiti non sono inevitabili. Un mercato bancario è una costruzione istituzionale. Regole prudenziali, fiscalità, garanzie pubbliche, disciplina della concorrenza, requisiti patrimoniali, sistemi di pagamento, tutela dei depositi e incentivi definiscono continuamente ciò che per una banca è conveniente fare. Si può rendere più conveniente finanziare l’economia produttiva. Si possono tutelare il pluralismo degli intermediari e le forme bancarie diverse dalla grande società per azioni. Si può imporre davvero l’accessibilità dei servizi essenziali. Si può valutare una concentrazione anche per gli effetti che produce sui territori e sui clienti, oltre che per la capacità del nuovo gruppo di produrre utili e sinergie.
Per questo sarebbe utile cominciare almeno dalle parole. Non chiamiamolo Risiko. Un gioco presuppone giocatori, una partita e un vincitore. Qui, a ogni giro, i giocatori diventano meno numerosi, quelli rimasti diventano più grandi e la partita successiva parte da condizioni ancora più diseguali. E chi perde siamo noi.
Alessandro Messina, di formazione economico-finanziaria, si occupa da 25 anni di banche, Terzo settore e politiche pubbliche per lo sviluppo. È stato direttore generale di Banca Etica. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, “Manager cooperativi” e “Money for nothing” dal quale è stato tratto anche il podcast
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