Per un centro finanziario globale delle dimensioni della Svizzera, il mero rispetto degli standard minimi sullo scambio d’informazioni non è sufficiente per affrontare i rischi di riciclaggio di denaro, corruzione ed evasione fiscale, sostengono Andres Knobel e Bob Michel del Tax Justice Network.
La Svizzera figura ancora una volta tra i principali facilitatori del segreto finanziario, classificandosi al secondo posto dell’Indice di opacità finanziaria 2026 del Tax Justice Network. Secondo la ponderazione dell’indice a livello globale, il Paese non è il più grande centro finanziario offshore al servizio di una clientela non residente: il valore della Svizzera equivale infatti solo al 14% di quello degli Stati Uniti.
La Confederazione non è nemmeno la giurisdizione più opaca del mondo. Panama e gli Emirati Arabi Uniti, per esempio, ottengono risultati peggiori in termini di solidità dei loro quadri normativi e di trasparenza. Tuttavia, se si combinano l’importante dimensione del suo settore finanziario e le persistenti carenze in materia di trasparenza, la Svizzera rimane al centro del sistema mondiale della segretezza finanziaria.
L’Indice di opacità finanziariaCollegamento esterno (Financial Secrecy Index) non suggerisce che tale segretezza sia il motivo per cui la Svizzera è diventata un centro finanziario così importante. Stabilità giuridica, reputazione, posizione geografica e molti altri fattori hanno senza dubbio contribuito al suo successo. Qualunque sia la ragione, però, essere un centro finanziario di tali dimensioni comporta delle responsabilità. Con una quantità tanto elevata di denaro che transita attraverso conti bancari, società, settore immobiliare e fiduciarie del Paese, i rischi di evasione fiscale, corruzione e riciclaggio di denaro sono considerevoli.
Eppure, il quadro svizzero in materia di trasparenza continua a rimanere indietro rispetto a quello di molte nazioni comparabili. Dietro la facciata del rispetto degli standard internazionali sullo scambio automatico d’informazioni e di altre iniziative dell’OCSE, si cela una tendenza costante a fare il minimo richiesto, senza spingersi oltre.
Molti Paesi dell’Unione europea e dell’OCSE superano la Confederazione quanto all’implementazione di misure per una maggiore trasparenza. Per una piazza finanziaria globale come la Svizzera, soddisfare soltanto gli standard minimi per lo scambio d’informazioni o rendere disponibili i dati sui beneficiari effettivi esclusivamente alle autorità, escludendo i media e le organizzazioni della società civile, non è sufficiente per fare fronte al rischio di riciclaggio, corruzione ed evasione fiscale.
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L’assistenza amministrativa nella riscossione delle imposte e lo scambio d’informazioni sui conti bancari sono un esempio emblematico. Grazie alle lacune nello scambio automatico d’informazioni previsto dal Foreign Account Tax Compliance Act (FATCA) rispetto alla norma comune di dichiarazione dell’OCSE, gli Stati Uniti stanno diventando sempre più attrattivi per i non residenti. Inoltre, patrimoni consistenti possono oggi spostarsi piuttosto verso centri finanziari come Dubai e Singapore. Tuttavia, questi sviluppi non dovrebbero certo costituire una scusa per la Svizzera per abbassare le proprie ambizioni in questo settore.
Gli Stati europei hanno una responsabilità e un debito nei confronti dei Paesi e delle comunità del Sud globale, dai quali – attraverso il colonialismo – hanno estratto risorse e ottenuto prosperità. Allo stesso modo, anche la Svizzera porta una specifica responsabilità per aver contribuito a progettare e mantenere un sistema globale di segretezza che facilita i flussi finanziari illeciti e agevola la fuga di capitali dai Paesi del Sud globale.
Per molte nazioni a basso reddito, l’accesso alle informazioni fiscali può essere prezioso quanto gli aiuti allo sviluppo. Consente infatti ai Governi di individuare patrimoni offshore non dichiarati, far rispettare la legislazione in materia di imposte e alimentare entrate che altrimenti andrebbero perse.
Il contributo più importante della Svizzera allo sviluppo internazionale non è quindi soltanto l’assistenza pubblica allo sviluppo. Bensì anche la sua capacità di condividere informazioni fiscali e garantire che i Paesi del Sud globale ricevano i dati necessari per applicare le proprie leggi, ridurre il divario fiscale e rafforzare la mobilitazione delle risorse interne di cui hanno tanto bisogno.
Per la Svizzera, significa andare oltre i limiti degli attuali sistemi di scambio d’informazioni e considerare la condivisione di dati fiscali come una forma di assistenza allo sviluppo.
Oggi molti dei Paesi più colpiti dagli abusi in questo ambito sono di fatto esclusi dal sistema dell’OCSE per lo scambio automatico d’informazioni sui conti finanziari. In base al Common Reporting Standard (CRSCollegamento esterno), infatti, ricevono informazioni soltanto se sono in grado di fornirne di equivalenti in cambio. Tuttavia, per molti Paesi del Sud globale, l’implementazione del CRS comporta costi estremamente elevati. Di conseguenza, a questi Stati può essere negato l’accesso alle informazioni sui conti bancari svizzeri detenuti dai propri residenti – semplicemente perché non dispongono delle risorse necessarie per partecipare pienamente al sistema, anche quando le informazioni che la Svizzera riceverebbe in cambio sarebbero tutto sommato trascurabili.
Non deve necessariamente essere così.
Nulla nel diritto internazionale impedisce alla Confederazione di condividere informazioni su base non reciproca. Potrebbe fornire annualmente ai Paesi a basso reddito, che attualmente non hanno accesso agli scambi d’informazioni, dati anonimizzati e aggregati, aiutando così chi governa a capire dove siano depositati i patrimoni offshore non dichiarati.
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Potrebbe inoltre condividere spontaneamente informazioni sui grandi conti bancari svizzeri detenuti da residenti delle nazioni più povere del mondo, laddove tali Paesi abbiano aderito alla Convenzione sulla mutua assistenza amministrativa in materia fiscale (MAAC)Collegamento esterno, il principale trattato mondiale sulla cooperazione fiscale internazionale. Per i Paesi non firmatari della MAAC, la Svizzera potrebbe allora istituire programmi ad hoc per sostenere la condivisione d’informazioni e l’applicazione delle normative fiscali. Nessuno di questi ostacoli è insormontabile.
La riluttanza della Svizzera ad andare oltre il minimo indispensabile non è d’altronde una novità. In materia di cooperazione fiscale internazionale, il Paese funziona in questo modo da decenni.
La Svizzera si è battuta a lungo per preservare il segreto bancario, opponendosi allo scambio d’informazioni quando le richieste erano basate su dati ottenuti tramite fughe di notizie. Ha inoltre cercato di impedire l’introduzione dello scambio automatico d’informazioni attraverso i cosiddetti accordi RubikCollegamento esterno, in base ai quali la Svizzera può riscuotere imposte sui conti elvetici non dichiarati per conto di altri Paesi, mantenendo però segreta l’identità delle persone titolari dei conti.
Quando questi tentativi sono falliti, la Svizzera ha utilizzato la propria influenza per inserire limitazioni nel sistema dell’OCSE per lo scambio automatico d’informazioniCollegamento esterno, tra cui i requisiti di reciprocità che ancora oggi escludono molti Paesi in via di sviluppo, e il principio di “specialità” (ovvero l’utilizzo delle informazioni esclusivamente per fini fiscali), che impedisce di impiegare tali dati per combattere il riciclaggio di denaro, la corruzione e altri reati non fiscali.
In altri ambiti dell’assistenza amministrativa, la Svizzera a malapena si limita a fare quanto richiesto dal punto di vista giuridico e politico. L’Indice di opacità finanziaria 2025 ha esaminato in che misura i Paesi ricorrano alle clausole di esclusione previste dalla MAAC. A differenza di molti suoi vicini, la Svizzera ha scelto di non assistere nella riscossione di debiti fiscali esteri e di non partecipare allo scambio d’informazioni riguardanti imposte diverse da quelle sul reddito e sul patrimonioCollegamento esterno. In pratica, ciò significa che la Svizzera non condividerà informazioni necessarie per l’accertamento di un’imposta di successione in un altro Paese, né collaborerà alla sua riscossione.
Queste non sono le caratteristiche di un Paese che mira a svolgere un ruolo di primo piano nella cooperazione fiscale internazionale. Le ricerche del Tax Justice Network mostrano che un ampio ricorso a queste clausole di esclusione previste dalla MAAC è associato in modo sproporzionato alle giurisdizioni che praticano il segreto bancario.
L’edizione 2026 dell’Indice di opacità finanziaria constata, ancora una volta, che la Svizzera è in ritardo rispetto a molti suoi pari in materia di trasparenza finanziaria. Il suo comportamento quanto alla trasparenza della titolarità effettiva e del settore immobiliare, è particolarmente degno di nota. Pur essendo circondata dall’Unione Europea, che da oltre un decennio è all’avanguardia nella trasparenza della titolarità effettiva, la Svizzera è ripetutamente rimasta indietro.
Solo il 12 giugno scorso il Paese ha annunciato che il tanto atteso sistema di registrazione dei titolari effettivi entrerà in vigore nell’ottobre 2026. Sebbene questo rappresenti un passo avanti, riflette anche uno schema ben noto: spesso la Svizzera finisce per adottare riforme in materia di trasparenza soltanto dopo una prolungata pressione internazionale, e spesso solo nella misura minima necessaria. Anche in questo caso, rimangono importanti lacune: il nuovo quadro normativo esclude alcune categorie di entità giuridiche, così come i trust esteri operanti in Svizzera.
È giunto il momento che la Confederazione rinunci a puntare sul segreto bancario come vantaggio competitivo. Il Paese dovrebbe rivalutare il proprio ruolo nel sistema finanziario globale e iniziare a sostenere quegli Stati del Sud globale che hanno sopportato i costi maggiori derivanti dal segreto offshore e dalla fuga di capitali.
Un buon punto di partenza sarebbe sostenere la Convenzione fiscale delle Nazioni Unite come strumento di cooperazione fiscale internazionale inclusiva e universale. Nonché rafforzare la trasparenza sulla titolarità effettiva e sugli immobili, e garantire ai Paesi a basso reddito l’accesso all’assistenza amministrativa e alle informazioni fiscali provenienti dalla Svizzera – anche quando ciò richieda la condivisione di dati su base spontanea o non reciproca.
A cura di Virginie Mangin/gw
Tradotto dall’inglese e verificato da lj
Le opinioni qui espresse sono quelle degli autori e non riflettono necessariamente la posizione di Swissinfo.
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