L’Europa degli estremi e il manifesto per un nuovo centro riformista


L’Europa sta attraversando una fase politica che sarebbe pericoloso sottovalutare. Crescono forze nazionaliste, radicalmente anti-immigrazione e, in alcuni casi, apertamente xenofobe. Non sono più semplici movimenti di protesta: stanno modificando gli equilibri politici tradizionali. Il segnale più recente arriva dalla Germania. In Sassonia-Anhalt l’AfD ha ottenuto quasi il 44% dei voti. È un Land orientale con caratteristiche particolari e sarebbe sbagliato considerare quel risultato rappresentativo dell’intera Germania. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidarlo come un fatto locale: un partito di estrema destra al 44% in una regione tedesca costituisce inevitabilmente un segnale per tutta l’Europa. In Francia il Rassemblement National è ormai una componente strutturale della competizione politica e Marine Le Pen continua a guidare le rilevazioni in vista delle presidenziali del 2027.

Anche in Italia qualcosa si sta muovendo rapidamente. L’ultimo sondaggio YouTrend per Sky TG24 assegna a Fratelli d’Italia il 26,5%, al PD il 22,2%, al Movimento 5 Stelle il 12,6%, ma soprattutto Futuro Nazionale di Roberto Vannacci al 7,9%, davanti a Forza Italia al 7,1%, mentre la Lega scende al 4,4%. La crescita di Vannacci non ha ancora le dimensioni dell’AfD nella Germania orientale o del Rassemblement National francese, ma è la sua rapidità a meritare attenzione. Una Lega stabilmente intorno al 4% rischierebbe la marginalità e potrebbe essere spinta, nonostante la traumatica separazione, a ricercare proprio con Vannacci una ricomposizione della destra più radicale. Giorgia Meloni potrebbe allora trovarsi davanti a una scelta: consolidare una destra conservatrice, pragmatica ed europeista oppure dipendere sempre più da componenti nazionaliste e radicali.

Tutto questo accade mentre Germania, Francia e Italia, cuore politico ed economico dell’Unione, affrontano un quadro geopolitico difficilissimo: Ucraina, rapporti sempre meno scontati con gli Stati Uniti, Cina, Medio Oriente, energia, difesa e competitività industriale. In un mondo dominato da grandi potenze continentali, un’Europa di ventisette Stati nella quale un singolo Paese può bloccare le grandi decisioni strategiche rischia semplicemente di non poter decidere.

Governare l’immigrazione – Sarebbe però troppo facile spiegare l’avanzata delle destre radicali soltanto con la xenofobia. La xenofobia esiste e va contrastata. Ma se milioni di cittadini europei votano forze che pongono l’immigrazione al centro della propria proposta politica, bisogna anche chiedersi quali problemi reali la politica tradizionale non abbia saputo affrontare. Negare il problema significa consegnarlo agli estremisti. L’Italia ha bisogno di immigrati, ma non può accettare un’immigrazione incontrollata. Siamo un Paese che invecchia. Le imprese non trovano lavoratori; le famiglie cercano badanti e personale domestico; mancano addetti nella logistica, nel turismo, nell’agricoltura, nell’industria e anche in alcuni settori della sanità. Il decreto flussi 2026-2028 prevede infatti 497.550 ingressi regolari per lavoro, proprio sulla base dei fabbisogni dell’economia.

La linea dovrebbe essere semplice: meno immigrazione irregolare e più immigrazione regolare, programmata sulla base delle necessità reali del Paese. Imprese, famiglie e servizi dovrebbero contribuire ogni anno a individuare le professionalità necessarie. Gli ingressi dovrebbero essere programmati anche attraverso formazione nei Paesi d’origine. Chi arriva legalmente, lavora e rispetta le regole deve poter essere integrato. Chi ha diritto alla protezione internazionale deve essere accolto. Chi invece non ha titolo per rimanere deve essere effettivamente rimpatriato. Per questo occorre rafforzare fortemente la rete dei Centri di permanenza per il rimpatrio, arrivando almeno a un CPR per Regione: strutture sicure, dignitose e rispettose dei diritti fondamentali, ma capaci di rendere effettive le decisioni dello Stato. Non è xenofobia. È governare l’immigrazione. Ed è forse il modo migliore per sottrarre consenso proprio alla xenofobia.

Il campo largo non basta – Dall’altra parte il cosiddetto campo largo può essere numericamente competitivo, ma resta politicamente molto eterogeneo. PD, Movimento 5 Stelle e AVS hanno posizioni differenti su Ucraina, difesa europea, politica estera, energia, economia, imprese e ruolo dello Stato. Possono trovare compromessi, ma essere uniti dall’obiettivo di battere Meloni non significa possedere una visione comune dell’Italia e dell’Europa. Tra una destra che rischia di radicalizzarsi e un campo largo ancora poco omogeneo può quindi aprirsi uno spazio politico nuovo.

Un nuovo centro riformista – Sommando Forza Italia e le diverse forze centriste, liberali e riformiste, l’ultimo sondaggio YouTrend individua teoricamente un’area intorno al 18-20%. È soltanto una somma aritmetica, perché quei partiti sono divisi da leadership e strategie differenti. Ma lo spazio elettorale esiste. Prima ancora di scegliere chi debba guidarlo, però, bisognerebbe cambiare il metodo. Il nuovo centro riformista non dovrebbe nascere dal solito accordo tra segretari, seguito dalla spartizione delle candidature e soltanto dopo dalla ricerca di un programma. Dovrebbe accadere l’opposto. Definire pochi ma chiari punti programmatici e sottoporli agli italiani attraverso una grande consultazione nazionale pre-elettorale: volete che su questo programma nasca un nuovo grande centro riformista, autonomo dalla destra e dalla sinistra? Non un referendum istituzionale e nemmeno primarie per scegliere un leader. Una consultazione politica aperta e trasparente sulla nascita stessa del nuovo soggetto e sui suoi contenuti. Prima il programma. Poi il mandato popolare a creare il nuovo centro. Soltanto dopo il federatore. A quel punto servirebbe una personalità esterna alle rivalità degli attuali partiti, autorevole in Italia e in Europa. Mario Draghi avrebbe caratteristiche difficilmente eguagliabili. Il centro, però, non dovrebbe nascere per Draghi. Semmai Draghi, se disponibile, potrebbe essere chiamato a federare un progetto che gli elettori hanno già chiesto di creare.

Autonomi alle elezioni, liberi dopo – Il nuovo centro dovrebbe presentarsi autonomamente alle elezioni e, se raggiungesse il 15-20%, potrebbe diventare decisivo per la formazione della maggioranza. Una moderna politica dei due forni, ricordando – in un contesto storico completamente diverso – la capacità del PSI di Craxi di trasformare una percentuale relativamente limitata in una grande forza negoziale. Il primo interlocutore dovrebbe essere Giorgia Meloni. Il secondo il PD. Ma nessun accordo in bianco: questo è il programma approvato dai nostri elettori; chi vuole governare con noi deve accettarne i punti fondamentali.

Più Europa e conti pubblici solidi – Un accordo con Meloni dovrebbe innanzitutto comportare una scelta europeista definitiva. Occorre superare progressivamente l’unanimità nelle grandi decisioni strategiche, soprattutto in politica estera e difesa; costruire politiche comuni sull’energia; rafforzare industria, innovazione, infrastrutture e difesa europea. Anche le regole fiscali dell’Unione dovrebbero diventare più razionali, distinguendo meglio la spesa corrente dagli investimenti strategici. Ma per l’Italia una maggiore flessibilità europea deve accompagnarsi alla rigorosa tenuta dei conti pubblici. Con il nostro livello di debito, la credibilità finanziaria è una condizione della libertà politica.

Una vera rivoluzione fiscale – Sul fisco servono due principi: equità e drastica semplificazione. A uguale capacità contributiva deve corrispondere un uguale carico fiscale. Redditi sostanzialmente uguali non possono essere tassati in modo profondamente diverso solo perché appartengono a categorie differenti. Ma occorre soprattutto eliminare la giungla di detrazioni, deduzioni, bonus, crediti d’imposta, regimi sostitutivi, agevolazioni ed eccezioni. Detrazioni e deduzioni dovrebbero essere drasticamente ridotte, mantenendo quelle realmente giustificate da esigenze sociali. I bonus non possono essere lo strumento ordinario della politica fiscale e i regimi speciali devono tornare ad essere eccezioni. Per i cittadini: meno adempimenti e regole comprensibili. Per le imprese: stabilità normativa, certezza del diritto, drasticamente meno burocrazia e maggiore vicinanza tra risultato economico e reddito fiscalmente imponibile. Semplificare e ridurre i privilegi allargherebbe la base imponibile e il numero di chi effettivamente contribuisce, permettendo finalmente di ridurre le aliquote. Il patto dovrebbe essere chiaro: meno deduzioni, meno detrazioni, meno bonus, meno regimi speciali e meno burocrazia; in cambio aliquote più basse e regole uguali e stabili per tutti.

Pensioni: libertà e responsabilità – Chi vuole andare in pensione prima dovrebbe poterlo fare, accettando una proporzionale riduzione dell’assegno. Maggiore libertà individuale, quindi, ma senza trasferire il costo della scelta sulle generazioni successive.

Una giustizia radicalmente diversa – Anche la giustizia richiede una riforma vera, senza paura delle corporazioni e, quando siano necessarie modifiche costituzionali, senza paura del referendum. Tre obiettivi: più carceri, meno durata, più certezza. Più strutture penitenziarie, moderne e dignitose. Processi civili e penali drasticamente più brevi. E il coraggio di rivedere i gradi di giudizio. Si dovrebbe discutere un sistema con un solo grado ordinario di giudizio di merito e poi la Cassazione per le questioni di legittimità, eliminando l’appello ordinario. Nel penale dovrebbe inoltre valere un principio chiaro: se l’imputato viene assolto in primo grado, il processo finisce. Per il condannato dovrà naturalmente restare il controllo richiesto dalle garanzie costituzionali ed europee, costruendo tecnicamente il sistema più appropriato. Il risultato deve essere ciò che interessa al cittadino: certezza dei tempi, certezza della decisione, certezza della pena.

Meno Comuni, amministrazioni migliori – L’Italia ha quasi ottomila Comuni. Non significa cancellare paesi, identità o comunità locali, ma chiedersi se abbia ancora senso mantenere migliaia di amministrazioni autonome spesso troppo piccole per disporre delle professionalità e delle tecnologie necessarie. Occorre favorire con decisione fusioni e aggregazioni: meno strutture duplicate, più competenze, più digitalizzazione e maggiore efficienza.

Sanità e scuola: contano i risultati – Anche in sanità e nella scuola va superata la contrapposizione ideologica tra pubblico e privato. Strutture sanitarie pubbliche e private accreditate devono essere valutate con gli stessi criteri: qualità delle cure, tempi di attesa, costi, efficienza e risultati per il paziente. Lo stesso principio dovrebbe valere nella scuola: standard rigorosi comuni, valutazione della qualità dell’insegnamento e dei risultati degli studenti, maggiore autonomia e libertà di scelta delle famiglie tra scuola statale e paritaria.

Un centro per riformare – Questo dovrebbe essere il nuovo centro riformista. Non una sommatoria di sigle. Non un’operazione di Palazzo. Non il rifugio di chi non vuole scegliere tra destra e sinistra. Un centro non per moderare, ma per riformare. Prima il programma. Poi la consultazione popolare sulla sua nascita. Poi il federatore. Poi le elezioni. E soltanto dopo il confronto con Meloni o con il PD. Un centro europeista ma non burocratico; rigoroso sui conti ma favorevole alla crescita; capace di ridurre le aliquote attraverso un sistema fiscale più semplice ed equo; aperto all’immigrazione necessaria ma fermo sull’irregolarità; favorevole a pensioni flessibili ma sostenibili; garantista nella giustizia ma convinto della certezza della pena; deciso a semplificare lo Stato e a giudicare sanità e scuola sui risultati anziché sull’ideologia pubblico-privato.

Mario Draghi potrebbe esserne il federatore più autorevole, ma il progetto deve venire prima dell’uomo chiamato a guidarlo. Un centro del 15-20% potrebbe consentire anche a Giorgia Meloni una scelta storica: consolidare definitivamente una destra conservatrice ed europeista e governare senza dipendere dalle componenti più radicali e xenofobe. Se invece scegliesse un’altra strada, quel centro dovrebbe conservare la libertà di rivolgersi al PD. In un’Europa nella quale gli estremi avanzano e i vecchi equilibri politici si sgretolano, forse è proprio questo che manca all’Italia: non un altro piccolo partito di centro, ma un grande centro riformista, nato su un programma preventivamente sottoposto agli elettori, capace di governare il cambiamento prima che siano gli estremi a governarlo.

Mauro Peveri




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