Quando la scadenza perde progressivamente il suo significato, la dilazione commerciale rischia di trasformarsi in un finanziamento implicito del cliente. E il problema, prima ancora che finanziario, diventa culturale.
Quante volte, parlando di un cliente, hai detto o hai sentito dire: “Paga sempre, anche se un po’ in ritardo”?
È una frase apparentemente innocua. Anzi, suona quasi rassicurante. Il cliente paga, quindi il problema sembra tutto sommato sotto controllo.
Eppure è proprio quell’“anche se” che dovrebbe farci riflettere.
Perché se il pagamento arriva sistematicamente dopo la scadenza, e questo comportamento viene considerato normale, significa che qualcosa nel rapporto tra cliente e fornitore è cambiato. La scadenza smette di essere un impegno e diventa un’indicazione. Il ritardo smette di essere un’eccezione e diventa una componente della relazione commerciale.
I numeri italiani raccontano esattamente questa trasformazione.
Stando a CRIBIS, nel secondo trimestre del 2026 soltanto il 42% delle imprese ha pagato alla scadenza, contro il 44% dello stesso periodo del 2025. I ritardi entro i 90 giorni sono saliti al 53,6%, mentre quelli superiori ai 90 giorni si sono fermati al 4,4%.
Il fenomeno dominante non è quello delle imprese che smettono di pagare o accumulano ritardi estremi. È quello, molto più esteso, delle imprese che pagano, ma pagano dopo.
Il caso delle grandi aziende è ancora più significativo. Solo il 21,1% rispetta la scadenza, mentre il 72,4% dei pagamenti viene effettuato entro i trenta giorni successivi. I ritardi superiori ai 90 giorni rappresentano appena l’1,5%.
Difficile leggere numeri di questo tipo esclusivamente attraverso la lente della difficoltà finanziaria. Almeno in parte, siamo di fronte a una gestione dei tempi di pagamento che entra nelle logiche finanziarie e negoziali dell’impresa. Ed è qui che il confine tra credito commerciale e finanziamento implicito diventa sottile.
Concedere una dilazione è perfettamente normale. È uno degli strumenti attraverso cui un’impresa sostiene le vendite, costruisce relazioni e permette al cliente di organizzare il proprio ciclo finanziario. Il problema nasce quando alla dilazione si aggiunge sistematicamente un’altra dilazione, questa volta unilaterale e gratuita. A quel punto il fornitore non sta più semplicemente vendendo a credito, sta finanziando una parte del capitale circolante del proprio cliente.
Atradius, nel report “Payment Practices Barometer 2026”, ha fotografato un mercato italiano fortemente dipendente dal credito commerciale. Quasi due terzi delle vendite B2B in Italia vengono effettuate a credito, una quota nettamente superiore alla media dell’Europa occidentale. Al tempo stesso, soltanto due imprese italiane su cinque stabiliscono termini di pagamento entro trenta giorni e circa un quarto delle fatture risulta scaduto.
È una dinamica che diventa ancora più delicata quando si propaga lungo tutta la filiera.
L’“European Payment Report 2026” di Intrum rileva che il divario medio tra i termini concordati e il pagamento effettivo nelle transazioni B2B europee ha raggiunto 20 giorni, rispetto ai 16 del 2023. Le imprese concedono mediamente 43 giorni e incassano dopo 63. Inoltre, il 62% delle aziende ha dichiarato che essere pagato in ritardo le porta, a sua volta, a ritardare i pagamenti ai propri fornitori.
È il classico effetto domino e ci dice che il ritardo non rimane confinato nel rapporto tra due imprese. Si trasferisce.
Il cliente utilizza più capitale circolante del fornitore, il fornitore rinvia a sua volta alcune uscite, il suo fornitore fa lo stesso. Alla fine una scelta che può apparire razionale osservando il bilancio della singola azienda diventa inefficiente quando la si guarda dal punto di vista dell’intero sistema.
Sempre secondo Intrum, oggi il 12,13% dei ricavi delle imprese europee viene incassato in ritardo, una percentuale che ha già superato, seppur di poco, il 12,08% che le aziende stesse indicano come soglia sostenibile senza conseguenze sulle proprie attività. Il 57% dichiara inoltre di aver mancato obiettivi di crescita proprio a causa dei ritardi nei pagamenti.
Parliamo quindi di investimenti rinviati, capacità finanziaria assorbita, maggior ricorso al credito e risorse aziendali impegnate a rincorrere denaro che avrebbe già dovuto essere disponibile.
Per questo considero particolarmente significativa la posizione assunta a luglio dall’EU Payment Observatory. Il suo ultimo approfondimento sostiene esplicitamente che regole, sanzioni e strumenti finanziari da soli non bastano. Per ridurre realmente i ritardi serve un cambiamento culturale capace di rendere nuovamente il pagamento puntuale una normale pratica d’impresa. Tra le cause individuate ci sono anche squilibri di potere contrattuale, carenze nella gestione finanziaria e comportamenti che vengono progressivamente accettati senza essere messi in discussione.
Del resto, i dati dello stesso Osservatorio mostrano che nell’87% dei casi termini di pagamento più lunghi sono associati anche a tempi effettivi di pagamento più lunghi. Allungare la scadenza non garantisce necessariamente che quella nuova scadenza venga rispettata. Può semplicemente spostare più avanti l’intero comportamento di pagamento.
Qui entra in gioco il ruolo del credit manager, insieme alle funzioni amministrative e finanziarie.
Per troppo tempo il credito è stato considerato soprattutto nella sua fase patologica: sollecitare, recuperare, intervenire quando la fattura è già scaduta. Oggi la vera partita si gioca molto prima. Significa conoscere il cliente, misurarne l’affidabilità, definire condizioni coerenti con il rischio, osservare sistematicamente i comportamenti di pagamento e soprattutto evitare che le eccezioni diventino automaticamente nuove regole.
Serve anche un dialogo più stretto tra commerciale e credito, perché concedere trenta giorni in più può aiutare a chiudere una vendita, ma quei trenta giorni hanno un costo. E concederli implicitamente, dopo averne già accordati altri contrattualmente, significa trasferire quel costo interamente sul fornitore.
Credo che dovremmo tornare a porci una domanda molto semplice: “Quando un cliente paga sistematicamente venti o trenta giorni dopo la scadenza, chi sta finanziando chi?”
Finché continueremo a considerare quel ritardo fisiologico, probabilmente continueremo anche ad alimentarlo.
Ristabilire una cultura della puntualità non significa irrigidire i rapporti commerciali né rinunciare alla flessibilità. Significa restituire valore agli accordi presi e distinguere una dilazione consapevolmente concessa da un finanziamento che nessuno ha mai deciso di concedere.
Perché una scadenza può essere negoziata. Può essere lunga o breve, adattata al settore, al cliente e alla relazione commerciale.
Ma se diventa normale non rispettarla, allora non abbiamo più soltanto un problema di credito.
Abbiamo un problema di cultura d’impresa.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




