Da una settimana a questa parte, l’interesse di alcuni media si è concentrato attorno a una polemica nata a partire da un post dello scrittore Christian Raimo (che aveva affermato: “Quando non c’è l’overturismo questo resta di quello che chiamiamo l’Italia, i borghi, gli antichi mestieri: resta l’alcolismo, il maschilismo, il razzismo”). Al centro della questione il macrotema delle aree interne: la differenza tra paese e borgo, i sintomi della marginalità e della stagnazione culturale, la retorica del “paesismo” e l’estetizzazione – dai risvolti anche politici – dell’abbandono.
Anche il poeta Franco Arminio si è inserito nel dibattito, per mezzo dei suoi canali social, commentando le parole di Raimo.
Venerdì scorso, anche in risposta alle accuse (che hanno seguito i suoi interventi sui social) di ritrarre un’immagine edulcorata e poco concreta dei paesi, Arminio ha diffuso tramite La Repubblica un documento articolato in 30 punti, con alcuni spunti per salvare i paesi dall’abbandono e restituire un futuro alle aree interne. L’autore precisava che non si tratta di un piano ufficiale e che egli non ha alcun ruolo istituzionale, dichiarandosi dunque aperto ad ogni contributo per svilupparlo ulteriormente.
Qualcuno ha definito il dibattito che si è sviluppato nell’ultima settimana “una questione inutile”. A nostro avviso, tuttavia, ci troviamo di fronte a una potenziale opportunità: il tema delle aree interne sembra aver infatti raggiunto – almeno per qualche giorno – l’interesse del grande pubblico. Al di là della polemica tra i due scrittori – e, quindi, tra due idee opposte di “paese” – riteniamo quindi importante tenere vivo il confronto su un argomento cruciale per il nostro paese.
Pertanto – dopo l’intervista a Raimo – proponiamo di seguito l’intervista de L’Altramontagna allo scrittore Franco Arminio.
Rispetto al dibattito sui paesi dell’entroterra, qualcuno addita la questione come un confronto inutile, volto a coltivare retoriche personalistiche. Sente che valga la pena precisare la sua posizione?
Accusare qualcuno di avere delle retoriche di un certo tipo e, allo stesso tempo, sostenere che il dibattito sia inutile è una contraddizione. A prescindere da chi ha ragione e chi ha torto, non è che due persone che discutono possano trasformare immediatamente quelle idee in una casa, in una strada o in una ferrovia. Ma questo non significa che il dibattito sia inutile.
Riguardo la mia posizione sui paesi – chi mi legge lo sa – è ben lontana dall’idealizzazione incondizionata. Questa operazione di benedizione, di sacralizzazione dei paesi, è esattamente l’opposto di quello che ho sempre fatto: ho sempre difeso i paesi, molto meno i paesani. Ho avuto scontri enormi con sindaci, con la politica e anche con i cittadini proprio su questo punto. Quindi dipingermi come qualcuno che vuole salvare il paese idealizzandolo non credo sia pertinente al mio approccio.
Il mio punto di vista sui paesi è nei miei libri, nel Festival di Aliano, nella mia vita di 66 anni in un paese.
Cosa risponde a chi le imputa uno sguardo estetizzante sull’abbandono?
Io ho scritto moltissime cose e, quando si scrive tanto, è chiaro che si può prendere una frase, o una cosa detta in un’occasione, e trasformarla in una categoria generale. Se uno va in un paese morto e dice che quel silenzio gli ha trasmesso una sensazione particolare, non significa che abbia detto che la soluzione è il vuoto.
Io non ho mai sostenuto che la soluzione sia lo spopolamento. Se per un momento, in un paese abbandonato, provo anche un sentimento di incanto o di pace, questo non significa che io abbia fatto morire quel paese o che voglia che muoia.
Io ho fatto battaglie di tutti i tipi: contro la chiusura degli ospedali, contro le discariche, contro il consumo del territorio, contro tante scelte che hanno danneggiato questi luoghi. Non credo che si possa prendere un singolo passaggio e classificare una persona senza considerare il lavoro di una vita. E poi io faccio letteratura, non scrivo documenti che il Parlamento deve necessariamente adottare. Le mie sono suggestioni, idee, proposte. Ma proprio per questo possono essere discusse.
Parliamo del documento in trenta punti che ha recentemente proposto. Come ha preso forma?
Io ho già scritto decine di testi su questi temi. Ho partecipato al Manifesto di Trevigo, ho lavorato alla Strategia nazionale per le aree interne e ho scritto la Strategia per la montagna materana. Nel 2011, a Rieti, quando l’allora Ministro Barca presentò la Strategia nazionale, io ero coinvolto direttamente in quel lavoro. Sono stato consulente del ministro Provenzano. Quindi non mi sono svegliato ieri mattina pensando di occuparmi dei paesi.
Avevo già scritto questi punti e avevo già detto, prima ancora che si aprisse questa discussione, che dopo Aliano avrei voluto riflettere su questi temi. A un certo punto ho semplicemente deciso di mettere in ordine quelle idee. Ora mi stanno arrivando decine di mail da persone diverse: geologi, agronomi, persone che si occupano di crisi climatica. È un discorso serio e voglio continuare a lavorarci.
Alcuni punti erano già stati affrontati negli anni anche al Festival di Aliano. Per esempio, con Gianfranco Viesti abbiamo discusso il tema dei cinque mesi senza finanziamenti; altri temi li avevo affrontati con Paolo Mura. Adesso voglio fare una nuova scrittura, recuperando quello che avevo già elaborato e aggiungendo ciò che sta arrivando da questo confronto.
Quindi i trenta punti non vanno letti come qualcosa di definitivo?
No, vogliono essere un confronto aperto. Io non sono stato incaricato da nessuno di elaborare un piano. Sono semplicemente uno che da cinquant’anni si occupa di paesi e che si esprime attraverso i libri, i festival e gli interventi pubblici. Ho messo giù delle idee. Poi ciascuna di queste idee va calibrata per verificarne la validità: chi la deve attuare, come, quando, perché. Il problema è che, se continuiamo a personalizzare tutto, perdiamo il punto. Non mi interessa trasformare questa questione in una gara tra persone. Mi interessa capire come si rigenerano i paesi.
Può essere un tavolo con sindaci, intellettuali, amministratori, studiosi. Può essere una piccola riunione oppure una grande assemblea. Io sono disponibile in qualunque luogo, in qualunque momento e in qualunque forma. La mia sfida, però, è proprio questa: arrivare finalmente a un confronto con chi, sui paesi, abbia delle proposte concrete. Volevo mettere delle basi scritte su cui poter costruire un confronto: io ho già messo nero su bianco le mie idee e vorrei che anche gli altri facessero lo stesso.
Perché ritiene che questo tema sia oggi così urgente?
Perché la politica, in questi anni, ha avuto una visione molto pigra del problema. Non si rende conto di quanto sia cruciale, anche alla luce della crisi climatica, capire oggi che cosa significa rigenerare i paesi. È fondamentale per l’Italia. Non è un’elemosina che dobbiamo fare a questi territori. Portare persone nelle aree interne e sulle montagne è una necessità del Paese.
Oggi, tra l’altro, esiste un patrimonio edilizio importante che può essere recuperato. Ci sono case, edifici, borghi che possono tornare a vivere. Non possiamo limitarci a dire “aiutateci, aiutateci”. Dobbiamo capire che la rigenerazione dei paesi riguarda il futuro dell’Italia, e ragionare sulle cause alla base di una simile richiesta d’aiuto.
Allo stesso tempo, dobbiamo affrontare anche il problema delle grandi città. Napoli, Roma o Milano non è una soluzione: sono luoghi che hanno problemi enormi di congestione, di fragilità e di qualità della vita. Bisogna immaginare un equilibrio diverso.
Lei usa definirsi con il termine “paesologo”. Ci spiegherebbe meglio cosa intende?
Il paesologo si interessa ai paesi e soprattutto a come rigenerarli. Uno dei miei concetti fondamentali è la “sagra del futuro”: mi interessa la forma futura che possono assumere i paesi. Per me i paesi sono necessari all’Italia e al mondo e bisogna fare di tutto per non farli morire, per dare loro una nuova vita che non hanno mai avuto. La paesologia, quindi, non è nostalgia: è una riflessione sul futuro.
Per come la intendo io, la paesologia è il contrario della paesanologia. Questa si interessa soprattutto al proprio paese. È un po’ come lo storico locale: se prendi cento paesanologi, la costante è che ciascuno tende a parlare della propria realtà, della propria storia, delle proprie tradizioni.
Un paesanologo di un comune lombardo e uno calabrese non avranno molto di cui parlare. A me interessa invece quel che possono diventare tutti i paesi italiani, anche nelle loro diversità. La paesologia nasce dalla necessità di guardare oltre il singolo luogo.
Qual è, allora, il punto da cui dovrebbe ripartire oggi la discussione?
Bisogna smettere di considerare i paesi come luoghi ai quali dare semplicemente un aiuto. La loro rigenerazione è una necessità nazionale. La politica non verrà spontaneamente a chiederci che cosa deve fare, se non ci sarà una spinta molto forte. E questa spinta, secondo me, deve arrivare soprattutto dai sindaci.
Quando i sindaci arriveranno a dire con forza: “O vi occupate veramente di questi luoghi o noi non sappiamo più che cosa fare”, allora forse qualcosa potrà cambiare.
Io mi occupo di paesi da cinquant’anni e continuerò a farlo fino alla fine dei miei giorni. Non mi interessa alimentare una polemica personale. Mi interessa che si apra finalmente una discussione seria sul loro futuro.
Il piano di Franco Arminio in 30 punti
- Dare i soldi ai paesi, non in base agli abitanti, ma all’estensione territoriale, all’altimetria e alla lontananza dai grandi centri. Vanno finanziate azioni anche per il benessere degli animali e delle piante.
- Se ti occupi di un bosco, di una sorgente, di un pascolo, hai diritto al “Reddito di premura”, un reddito riconosciuto a chi difende il territorio e produce beni pubblici. Le azioni dei singoli vanno integrate in un Piano nazionale di restauro, manutenzione e salvaguardia dei paesaggi dei paesi in cui impegnare almeno trentamila giovani per almeno dieci anni. Il Piano è finanziato con i fondi provenienti da una piccola tassazione straordinaria sulle grandi ricchezze.
- Se compri una casa in un paese che ha meno di tremila abitanti non paghi nessuna tassa per dieci anni, con esclusione di quelli che hanno redditi da benestanti. Costruzione di un Catalogo di case disponibili a prezzi contenuti per chi cambia la residenza da una città a un paese. Incentivare gli abitanti stabili più che il turismo estivo. Quando si interviene su un centro antico, le case vanno restaurate tenendo conto che possono essere adibite a varie funzioni: abitazione, ufficio, laboratorio.
- Banda ultra-larga gratuita nei paesi più sperduti e svantaggiati e comunque non superiori a tremila abitanti.
- In ogni territorio opera un gruppo interdisciplinare formato da esperti di progettazione europea, economia, agronomia, urbanistica, innovazione digitale, creazione d’impresa: un gruppo che interagisce coi singoli comuni e fa da cerniera tra i progetti nazionali e la loro attuazione locale.
- Ogni extracomunitario che lavora in un paese ha diritto ad un reddito di integrazione di cinquecento euro al mese. In questo modo si distribuirebbe lo loro essenziale presenza in modo più equilibrato in tutto il territorio nazionale (tra l’altro nei paesi sono disponibili alloggi a poco prezzo).
- Le imprese agricole biologiche e con meno di cinque ettari non pagano nessuna tassa. Bisogna aiutarle a mantenere elevati standard produttivi ed eliminare i costi per la certificazione. Favorire i piccoli contadini: ogni orto coltivato dà diritto a un contributo di cinquecento euro all’anno, esclusi gli orti da 5 metri quadrati sotto casa.
- Se organizzi feste e manifestazioni culturali acquisisci il “Reddito di comunità” sotto forma di agevolazioni: le associazioni dei piccoli luoghi non devono pagare il fitto dei locali, spesso chiudono proprio perché le azioni sembrano troppo sporadiche rispetto ai costi fissi. Le associazioni devono certificare azioni di pubblica restituzione, se non fanno nulla i benefici a carico dell’Ente pubblico decadono. Gli artisti, i poeti e gli scrittori residenti in piccoli paesi e privi di reddito da lavoro hanno diritto a un “Contributo pubblico di creatività” mensile di seicento euro al mese.
- I consiglieri comunali dei piccoli comuni devono essere eletti col sistema proporzionale e durare in carica quattro anni. L’età media dei componenti di una lista elettorale non può essere superiore a quarant’anni. Nella giunta ci deve essere almeno una donna, una persona laureata e una persona che ha meno di trent’anni. I sindaci sono tenuti ad organizzare almeno un’assemblea pubblica una volta l’anno in cui ogni cittadino può esporre le sue valutazioni sull’attività amministrativa. Ogni Consiglio Regionale deve avere almeno quattro consiglieri residenti in paesi che hanno meno di tremila abitanti. Il venti per cento dei parlamentari deve essere residente in paesi che hanno meno di cinquemila abitanti. Almeno due ministri devono essere residenti in comuni che hanno meno di cinquemila abitanti. Un rappresentante del Governo deve riferire una volta all’anno sulle attività svolte a sostegno dei paesi in un incontro con i sindaci di tutte le province italiane.
- Creare piccoli poli produttivi senza costruire nuovi capannoni. Si possono usare scuole abbandonate, palazzi signorili, opifici dismessi. È importante che i palazzi storici dei paesi siano riempiti di nuove funzioni, compresa quella abitativa. Serve un piano specifico per i palazzi storici. Nessun privato è interessato all’acquisto e al restauro. Serve l’intervento dello Stato. Una bella casa è un patrimonio di tutti, prima che di una famiglia.
- Bisogna costruire un piano di decentramento dei lavori dalle aree affollate a quelle a bassa densità. Si deve immaginare anche il trasferimento di alcuni uffici pubblici. Chi vive nei paesi non deve andare per ogni motivo nel capoluogo, quelli del capoluogo devono avere qualche motivo per andare nei paesi.
- I comuni sotto i cinquemila abitanti possono spendere per le manifestazioni estive massimo cinquantamila euro del proprio bilancio. D’inverno si deve spendere una cifra uguale a quello che si spende d’estate.
- Nessun paese senza scuola e senza biblioteca. Insegnanti speciali per le pluriclassi. Immaginare aule in cui per alcune attività sui banchi siedono anche gli anziani. Chi apre una libreria o si occupa di gestire un museo riceve aiuti economici fino all’ottanta per cento della spesa. I comuni che organizzano residenze formative hanno la precedenza nei finanziamenti pubblici.
- C’è bisogno di ambulatori con attrezzature diagnostiche d’avanguardia e medici che lavorano in connessione con i migliori ospedali. L’ambulanza deve arrivare entro venti minuti, il ricovero in una struttura adeguata entro quaranta. I trasporti per cure sanitarie devono essere gratuiti. I medici di famiglia non possono avere più di ottocento pazienti.
- Chi cede una casa ad un’associazione culturale in comuni che hanno meno di mille abitanti ha diritto a sconti fiscali in base al valore del dono. Tutte le manifestazioni culturali organizzate dai comuni devono prevedere la consultazione delle associazioni locali.
- Il governo aumenta il punteggio dei bandi ai comuni che hanno una cooperativa di comunità come strumento di sviluppo locale e di crescita sociale e civile. Il governo assicura una priorità al superamento della disoccupazione femminile. Va istituito un reddito di dolcezza per chi si occupa di anziani o di persone con problemi psichici o con disabilità. Oltre ai servizi sociali, oltre la propria famiglia, bisogna tenere viva l’attenzione di vicinato.
- Trasporto pubblico con piccoli mezzi, anche con automobili: chi vuole passare più di tre giorni in un paese non paga le spese di viaggio, ovviamente esclusi i ricchi. Ogni paese ha diritto a scegliere trenta giorni all’anno in cui vengono attivate linee di trasporto eccezionali, oltre a rinforzare quelle presenti: per esempio il giorno del Santo Patrono o durante un festival.
- Lo Stato mette la metà degli investimenti per le imprese avviate da chi ha meno di quarant’anni. Per le imprese agricole il contributo sale all’ottanta per cento. I ristoranti che usano pochi prodotti del territorio pagano più tasse.
- La metà delle spese di riscaldamento nei paesi montani sotto i mille abitanti è a carico dello Stato, esclusi i benestanti. Per gli anziani a basso reddito lo Stato provvede all’intera spesa, ma solo se i consumi non superano una certa soglia.
- Per ogni bambino che vive in un paese lo Stato fornisce un contributo di quattromila euro annui dalla nascita fino alla maggiore età.
- Dopo le scuole superiori viene istituito un semestre di servizio civile nei paesi, retribuito con cinquecento euro al mese. Il servizio civile è pagato con i fondi provenienti da una piccola tassazione straordinaria sulle grandi ricchezze.
- La grande distribuzione è incentivata ad approvvigionarsi di prodotti provenienti dai paesi. I produttori agricoli riuniti in piccoli consorzi hanno degli sgravi sul prezzo dell’energia. Ogni contadino deve poter godere di servizi alla persona e di avere consulenze gratuite sulla propria attività.
- Industrie, università, ospedali che avviano azioni o strutture nei piccoli paesi hanno diritto a detrazioni fiscali. Le imprese che producono energie dal petrolio e dal carbone devono dare il venti per cento dei profitti al territorio. Le imprese che producono energie alternative devono dare il dieci per cento. Il livello di estrazione e produzione è deciso in accordo con le comunità locali. Servono controlli rigorosi e ripetuti sugli impianti. I paesi che forniscono acqua ad altri territori devono avere ristori più importanti.
- Le risorse provenienti da un aumento della tassazione sui ricchi vanno destinate a progetti per la salute mentale e la rigenerazione sociale. La crisi sociale ed economica, la solitudine legata al crollo del sentimento comunitario, rischiano di creare dinamiche da manicomio a cielo aperto.
- Se torni al tuo paese come pensionato hai diritto a un contributo annuo di tremila euro, ovviamente se non hai una pensione da ricco. Se torni per lavorarci hai diritto a un contributo annuo di novemila euro per i primi cinque anni: si tratta di attrarre in primo luogo persone che possano produrre reddito vivendo nel paese.
- Alcuni paesi e i loro territori vengono scelti come luoghi di sperimentazione per l’agricoltura, la medicina, la formazione, i trasporti. In questi comuni viene istituita la figura dell’Allenatore dei paesi, una persona che affianca il sindaco sull’andamento delle attività sperimentali.
- Quello che viene prodotto nei paesi, tipo il grano, deve diventare pasta, biscotti, pane. Nessun prodotto deve essere venduto altrove senza che ci siano lavorazioni nel paese o nei paesi vicini. Istituire un premio per le migliori produzioni agricole e le migliori creazioni artigianali. Va promossa la produzione adeguata di alcuni prodotti tipici, garantendone la qualità. In troppi territori si parla di prodotti che poi non si trovano.
- Le iniziative culturali che prevedono incontri in altri comuni hanno finanziamenti maggiori. Gli artisti che si esibiscono nei paesi sotto i duemila abitanti hanno diritto a uno sconto fiscale del venti per cento sulla cifra incassata. È un modo per stimolare grandi artisti a esibirsi in piccoli paesi. In ogni provincia viene istituita almeno una “Casa dei maestri”, cioè un luogo che diventa bottega delle arti per residenti e turisti. La casa è finanziata con il contributo delle banche presenti nella provincia.
- Ogni paese ha un punteggio riservato agli interventi di assistenza e a quelli produttivi. Per ogni euro dedicato all’assistenza se ne prevedono tre per il lavoro. Ogni azione che prevede la perdita di posti di lavoro va resa pubblica durante un consiglio comunale in cui il datore di lavoro deve spiegare le ragioni della sua scelta.
- Cinque mesi senza un euro, cinque mesi dove ogni paese discute in assemblee dedicate al futuro e in cui tutti i bandi sono bloccati e lo Stato non eroga nessun fondo. Ogni paese si concentra su una visione possibile del suo futuro, potendo contare sulla consulenza di esperti. Per i prossimi vent’anni è vietato qualunque intervento di rifacimento di piazze e nuove pavimentazioni di spazi pubblici, tranne i casi in cui è strettamente necessario per la sicurezza e per il decoro urbano. In caso di progetti che spendono soldi pubblici senza nessuna ricaduta verificabile il paese viene penalizzato nei bandi successivi. Sono premiati i progetti che hanno una maggiore ricaduta comunitaria: non si lavora per far girare le betoniere, ma per cementare i legami sociali.
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