Dalla scuola alla sanità, dall’agricoltura al lavoro: le trenta proposte di Franco Arminio per fermare lo spopolamento e ridare futuro alle aree interne.
Un paese non muore tutto in una volta. Prima chiude un negozio. Poi scompare una classe dalla scuola. Poi il bus che passa sempre più di rado, dopo il medico che diventa un ricordo, infine la biblioteca abbassa la serranda. Le case restano vuote, le campagne si fanno più silenziose e selvatiche, i giovani partono e gli anziani rimangono a custodire quelle reliquie di vita che resta. Alla fine, quando qualcuno si accorge che quel paese è quasi scomparso, sembra che non ci sia più nulla da fare.
Il punto, sostiene Franco Arminio, è proprio questo: non arrivare alla fine.
Il poeta di Bisaccia, in Irpinia d’Oriente, mette in fila trenta idee per ripensare i paesi italiani, soprattutto quelli delle aree interne, e per provare a trasformare lo spopolamento da destino annunciato – ricordiamo tutto lo spopolamento irreversibile di Foti – in una questione politica, economica e soprattutto umana. Non è un piano organico, precisa lo stesso autore, ma una direzione possibile. Un invito a discutere, correggere, aggiungere, sperimentare, che viene direttamente da un “paesologo”.
Prima i numeri, per capire di cosa stiamo parlando: le aree interne comprendono circa quattromila comuni, occupano una parte enorme del territorio nazionale e ospitano milioni di persone. È troppo riduttivo, e forse troppo facile, considerarle un margine dimenticato della modernità: sono territorio, paesaggio, memoria, agricoltura, acqua, boschi, cultura. E sono anche lavoro possibile.
La prima svolta dovrebbe riguardare il modo in cui lo Stato guarda questi luoghi. I finanziamenti non possono essere distribuiti soltanto in base al numero degli abitanti: bisogna considerare anche l’estensione territoriale, l’altimetria e la distanza dai grandi centri, finanziando inoltre la cura degli animali e delle piante. (Punto 1)
Da qui nasce l’idea di un grande Piano nazionale di restauro, manutenzione e salvaguardia dei paesaggi dei paesi, capace di coinvolgere almeno trentamila giovani per dieci anni. Chi si prende cura di un bosco, di una sorgente o di un pascolo dovrebbe ricevere un vero e proprio “Reddito di premura”, perché custodire il territorio significa produrre un bene pubblico. Il Piano dovrebbe essere finanziato anche attraverso una piccola tassazione straordinaria sulle grandi ricchezze. (Punto 2)
Poi ci sono le case. Nei paesi spesso costano poco, ma rimangono vuote. Per questo Arminio propone che, chi acquista una casa in un comune sotto i tremila abitanti, possa essere esentato dalle tasse per dieci anni, salvo chi dispone di redditi elevati. E immagina un Catalogo delle case disponibili a prezzi contenuti, rivolto soprattutto a chi decide di trasferire la propria residenza dalla città al paese. L’obiettivo? Ecco, non riempire i borghi per qualche settimana d’estate – questo succede già – ma incentivare gli abitanti stabili. (Punto 3)
Anche gli edifici dei centri storici dovrebbero essere ripensati: una casa antica può essere abitazione, ufficio, laboratorio. E i palazzi storici, oggi spesso inutilizzati, dovrebbero tornare a vivere attraverso nuove funzioni. Per farlo, però, serve lo Stato, perché il mercato da solo raramente trova conveniente restaurare questi patrimoni. (Punto 10)
Una bella casa è patrimonio di tutti prima ancora che di una famiglia.E abitare un paese dovrebbe significare, ovviamente e primierebte, anche poterci e doverci lavorare. Per questo, nell’anno Domini 2026, occorre che la banda ultralarga gratuita arrivi anche nei comuni più sperduti e svantaggiati – non solo quelli pittoreschii: senza connessione, oggi, non c’è soltanto isolamento digitale, ma anche isolamento economico e professionale. E dunque niente lavoro. (Punto 4)
“Quando torno al mio paese…”. Ci perdoni la Brancale e la sua hit che ci ha fatto ballare per mesi, però un paese non può vivere soltanto di ricordi, feste patronali e turismo. Bisogna tornare a produrre. Arminio ha una visione: immagina piccoli poli produttivi, ma realizzati senza metter su nuovi e antiestetici capannoni: possono rinascere scuole abbandonate, palazzi signorili, opifici dismessi. Gli edifici già esistenti, recuperati a dovere, diventerebbero così luoghi di lavoro e di impresa. (Punto 10)
Ma chi sarebbe in grado di accompagnare questa trasformazione? Ecco, in ogni territorio dovrebbe operare un gruppo interdisciplinare formato da esperti di progettazione europea, economia, agronomia, urbanistica, innovazione digitale e creazione d’impresa: un ponte permanente tra le decisioni nazionali e la realtà di tutti i giorni dei comuni. (Punto 5)
Anche il lavoro pubblico dovrebbe spostarsi. Serve un piano di decentramento delle attività e degli uffici dalle aree congestionate verso quelle a bassa densità. Non è giusto che chi vive in un paese debba sempre raggiungere il capoluogo per ogni necessità: bisogna creare anche le condizioni perché sia chi vive in città ad avere qualche ragione per andare nei paesi. (Punto 11)
E anche chi arriva dall’estero può diventare parte di questa nuova geografia. Chi arriva da un paese extracomunitario e lavora in un piccolo comune dovrebbe poter ricevere un reddito di integrazione di 500 euro al mese. L’idea è distribuire in modo più equilibrato la presenza dei nuovi abitanti sul territorio nazionale, anche sfruttando una disponibilità abitativa che nei paesi spesso esiste già. (Punto 6)
Una delle scommesse più forti per Arminio riguarda l’agricoltura.Le piccole imprese agricole biologiche, con meno di cinque ettari, dovrebbero essere esentate dalle tasse e aiutate a mantenere elevati standard produttivi, eliminando anche i costi della certificazione. I piccoli contadini vanno sostenuti: ogni orto coltivato potrebbe ricevere un contributo annuo di 500 euro, esclusi soltanto gli orti minuscoli sotto casa. (Punto 7)
Ma nessun prodotto dovrebbe essere venduto fuori senza che prima sia stato possibile lavorarlo nel paese o nei comuni vicini. Bisogna premiare le migliori produzioni agricole e le migliori creazioni artigianali, sostenere alcuni prodotti tipici e garantirne la qualità. Perché troppo spesso nei territori si raccontano eccellenze che poi, concretamente, dove si trovano? (Punto 27)
La grande distribuzione dovrebbe essere incentivata ad acquistare i prodotti dei paesi. I piccoli consorzi agricoli dovrebbero ottenere sgravi sul costo dell’energia. E ogni contadino dovrebbe poter contare su servizi alla persona e consulenze gratuite per la propria attività. (Punto 22)
Abbiamo parlato a lungo di incentivi economici. Ma nessun incentivo economico può sostituire il senso di comunità. Per questo Arminio propone un “Reddito di comunità” per chi organizza feste, manifestazioni culturali e iniziative collettive, attraverso agevolazioni che permettano alle associazioni di utilizzare gratuitamente i locali pubblici. Le associazioni, naturalmente, dovrebbero dimostrare di restituire qualcosa alla comunità: se non fanno nulla, i benefici pubblici decadono. (Punto 8)
E nei piccoli paesi dovrebbe esserci spazio anche per chi crea. Poeti, artisti e scrittori residenti nei piccoli comuni e privi di reddito da lavoro potrebbero ricevere un “Contributo pubblico di creatività” di 600 euro al mese. (Punto 8)
La cultura, quindi, non come decorazione del paese, ma come una delle sue possibili forme di vita. Chi dona una casa a un’associazione culturale, nei comuni sotto i mille abitanti, dovrebbe ricevere agevolazioni fiscali proporzionate al valore del dono. E ogni manifestazione culturale organizzata dai comuni dovrebbe nascere attraverso il confronto con le associazioni locali. (Punto 15)
Le iniziative culturali che coinvolgono più comuni dovrebbero ricevere finanziamenti maggiori. Gli artisti che si esibiscono nei paesi sotto i duemila abitanti dovrebbero beneficiare di uno sconto fiscale del 20 per cento sui compensi ricevuti: un modo concreto per rendere economicamente più interessante portare grandi artisti anche lontano dai grandi centri.
In ogni provincia dovrebbe nascere almeno una “Casa dei maestri”, una sorta di bottega delle arti aperta a residenti e turisti, finanziata anche attraverso il contributo delle banche presenti sul territorio. (Punto 28)
I paesi devono però contare e pesare nella politica. Se devono rinascere, devono anche avere più peso nelle decisioni. I consiglieri dei piccoli comuni dovrebbero essere eletti con sistema proporzionale e restare in carica quattro anni. L’età media delle liste non dovrebbe superare i quarant’anni e nelle giunte dovrebbe esserci almeno una donna, una persona laureata e una persona sotto i trent’anni. (Punto 9)
I sindaci dovrebbero convocare almeno una volta l’anno un’assemblea pubblica nella quale ogni cittadino possa valutare apertamente l’attività amministrativa. Ogni Consiglio regionale dovrebbe avere almeno quattro consiglieri residenti nei comuni sotto i tremila abitanti; il 20 per cento dei parlamentari dovrebbe risiedere nei paesi sotto i cinquemila abitanti; almeno due ministri dovrebbero provenire da comuni sotto quella stessa soglia. Un rappresentante del Governo dovrebbe inoltre riferire ogni anno ai sindaci di tutte le province sulle attività svolte a sostegno dei paesi. (Punto 9)
E per rendere questa trasformazione concreta? Chiaramente occorrono anche nuovi strumenti di sviluppo. Il Governo dovrebbe aumentare il punteggio nei bandi per i comuni che possiedono una cooperativa di comunità, considerandola uno strumento di sviluppo locale e di crescita sociale e civile. La stessa politica dovrebbe avere come priorità il superamento della disoccupazione femminile. (Punto 16)
E un paese può rinascere soltanto se ci nascono anche dei bambini. Per ogni bambino che vive in un paese, lo Stato dovrebbe garantire 4.000 euro l’anno dalla nascita fino alla maggiore età. (Punto 20)
Bisogna inoltre riconoscere il lavoro invisibile della cura. Arminio propone un “Reddito di dolcezza” per chi si occupa di anziani, persone con problemi psichici o persone con disabilità. Ai servizi sociali va affiancata quella forma antica e preziosa di protezione che è l’attenzione del vicinato. (Punto 16)
Arminio si occupa anche dell’annosa questione dei trasporti. Pure un bellissimo paese diventa fragile se per raggiungerlo serve necessariamente un’automobile. Serve un trasporto pubblico fatto di piccoli mezzi, persino automobili, capace di adattarsi alla realtà dei territori. Chi decide di fermarsi per più di tre giorni in un paese dovrebbe poter viaggiare gratuitamente, con l’esclusione delle persone più abbienti. E ogni paese dovrebbe poter scegliere trenta giorni all’anno nei quali attivare trasporti straordinari o potenziare le linee esistenti: il giorno del santo patrono, durante un festival, in occasione di una manifestazione. (Punto 17)
Per i giovani sotto i quarant’anni, lo Stato dovrebbe sostenere metà degli investimenti necessari ad avviare una nuova impresa. Per le imprese agricole il contributo dovrebbe arrivare all’80 per cento. E i ristoranti che utilizzano pochissimi prodotti del territorio dovrebbero pagare più tasse: perché non basta avere un ristorante in un paese, bisogna anche creare un’economia che dialoghi con il luogo. (Punto 18)
Dopo le scuole superiori, inoltre, dovrebbe essere istituito un semestre di servizio civile nei paesi, retribuito con 500 euro al mese e finanziato attraverso una piccola tassazione straordinaria sulle grandi ricchezze. (Punto 21)
Prima di tutto: scuola, libri, salute. Per Arminio un paese senza scuola è un paese che perde il futuro. Per questo la proposta è netta: nessun paese senza scuola e senza biblioteca. Le pluriclassi devono essere sostenute con insegnanti specializzati e le aule possono diventare luoghi dove, per alcune attività, siedono accanto ai bambini anche gli anziani. Una generazione trasmette sapere all’altra, mentre la scuola torna a essere il cuore del paese. (Punto 13)
Chi apre una libreria o gestisce un museo dovrebbe poter ricevere aiuti fino all’80 per cento della spesa. I comuni capaci di organizzare residenze formative dovrebbero avere la precedenza nei finanziamenti pubblici. (Punto 13)
Poi c’è la salute. Nei paesi servono ambulatori dotati di strumenti diagnostici moderni e medici collegati con i migliori ospedali. L’ambulanza dovrebbe arrivare entro venti minuti e il ricovero in una struttura adeguata entro quaranta. I trasporti per le cure sanitarie dovrebbero essere gratuiti. E il medico di famiglia non dovrebbe avere più di 800 pazienti. (Punto 14)
C’è poi il tema delle risorse naturali. Le imprese che producono energia da petrolio e carbone dovrebbero destinare il 20 per cento dei profitti al territorio; per le energie alternative la quota proposta è del 10 per cento. Il livello di estrazione e produzione dovrebbe essere deciso insieme alle comunità locali, con controlli rigorosi e ripetuti sugli impianti. (Punto 23)
E i paesi che forniscono acqua ad altri territori dovrebbero ricevere ristori più importanti. Il principio è semplice: se un territorio offre una risorsa fondamentale al resto del Paese, non può essere lasciato soltanto con i costi.
Allo stesso modo, nei paesi montani sotto i mille abitanti lo Stato dovrebbe sostenere metà delle spese di riscaldamento, escludendo le famiglie più abbienti, e arrivare a coprire l’intera spesa degli anziani a basso reddito entro una determinata soglia di consumo. (Punto 19)
Non tutto lo spopolamento si vede nelle statistiche. Cresce un senso di solitudine, di perdita, una comunità che si sfalda quando chiude ogni luogo d’incontro. Per questo le risorse derivanti da una maggiore tassazione delle grandi ricchezze dovrebbero essere destinate anche alla salute mentale e alla rigenerazione sociale. (Punto 24)
Infine vi è un’altra forma di migrazione da invertire: quella degli italiani che sono partiti. Un pensionato che torna nel proprio paese potrebbe ricevere un contributo annuo di 3.000 euro, se non dispone di una pensione elevata. Chi invece torna per lavorare avrebbe diritto a 9.000 euro l’anno per i primi cinque anni. L’obiettivo è attrarre soprattutto persone capaci di produrre reddito vivendo nel paese. (Punto 25)
In tal modo alcuni comuni potrebbero diventare veri e propri luoghi di sperimentazione per l’agricoltura, la medicina, la formazione e i trasporti. In questi territori entrerebbe in scena una nuova figura: l’“Allenatore dei paesi”, una persona incaricata di affiancare il sindaco e seguire l’andamento delle sperimentazioni. (Punto 26)
È un’idea che rovescia il paradigma: il paese non più come luogo dove arrivano soluzioni progettate altrove, ma come luogo dove sperimentare soluzioni che potrebbero poi essere utili anche al resto dell’Italia. E anche università, industrie e ospedali che decidono di aprire strutture o avviare attività nei piccoli comuni dovrebbero ricevere detrazioni fiscali. (Punto 23)
Il criterio decisivo, alla fine, è quello della produttività sociale: ogni paese dovrebbe avere un punteggio specifico per gli interventi assistenziali e per quelli produttivi. Per ogni euro destinato all’assistenza, la proposta è di prevederne tre per il lavoro. E quando un’azienda decide di eliminare posti di lavoro, la scelta dovrebbe essere resa pubblica in un Consiglio comunale: il datore di lavoro dovrebbe spiegare le ragioni della decisione davanti alla comunità. (Punto 29)
L’ultima punto è forse il più radicale. Per cinque mesi, ogni paese dovrebbe fermarsi e discutere del proprio futuro. Cinque mesi senza un euro, durante i quali si bloccherebbero i bandi e lo Stato non erogherebbe nuovi fondi. Non per abbandonare i paesi, ma per costringerli — e permettere loro — a guardarsi allo specchio.Assemblee pubbliche, esperti, discussioni, progetti. Ogni comunità dovrebbe costruire una visione possibile dei propri prossimi anni. (Punto 30)
E poi una regola sorprendente: per vent’anni niente nuove pavimentazioni o rifacimenti di piazze, salvo gli interventi indispensabili per sicurezza e decoro. Basta spendere denaro pubblico semplicemente perché bisogna spendere. I progetti senza ricadute verificabili sulla comunità dovrebbero essere penalizzati nei bandi successivi. Premiati, invece, quelli capaci di generare effetti collettivi.
Trenta idee, dunque, sono quelle proposte daL paesologo e poeta irpino. Alcune semplici, altre radicali, alcune forse difficili da realizzare. Ma tutte unite da una stessa intuizione: il paese non può essere trattato come una cartolina da conservare o come un problema da assistere. Va rimesso nella condizione di produrre lavoro, cultura, cibo, relazioni, cura e futuro.
E per farlo bisogna smettere di pensare che ogni luogo debba essere trattato nello stesso modo. Non tutte le proposte possono funzionare ovunque. In alcuni paesi se ne potranno avviare due, in altri cinque, in altri ancora dieci. Si parte da ciò che è pronto e si costruiscono, passo dopo passo, le condizioni per ciò che ancora non lo è. Si decide insieme. È questa la vera parola chiave dell’intero progetto: comunità. Rigenerare i paesi significa rigenerare l’Italia.
Foto di Anna Rizzo
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