A poche settimane dall’avvio della raccolta delle olive, Altragricoltura torna a lanciare l’allarme sulla situazione dell’olivicoltura italiana. L’organizzazione, attraverso la Federazione degli Agricoltori e dei Contadini e gli approfondimenti dell’Osservatorio sulle crisi del Centro di Documentazione PerlaTerra, prepara la discussione della Consulta Olivicola mettendo al centro una questione che rischia di diventare determinante nei prossimi mesi: la sostenibilità economica delle piccole e medie imprese agricole e della trasformazione artigianale.
Secondo Altragricoltura, il problema non riguarda soltanto il livello dei prezzi dell’olio, ma soprattutto la capacità del valore generato lungo la filiera di tornare a remunerare chi produce le olive. Il rischio è che le difficoltà di commercializzazione delle giacenze della campagna precedente si sommino ai costi della nuova raccolta, creando una situazione finanziaria insostenibile per molte aziende.
La nuova disciplina sulle miscele riaccende il confronto
Nel mirino dell’organizzazione c’è anche la nuova disciplina sulla classificazione commerciale dell’olio introdotta dal Ministero dell’Agricoltura con la circolare del 16 luglio 2026, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 23 luglio e successivamente integrata dalla nota ministeriale dell’11 agosto.
Altragricoltura precisa di non mettere in discussione la necessità di tutelare la qualità e la trasparenza nei confronti dei consumatori. La questione sollevata è un’altra: se la nuova normativa modifica le possibilità di commercializzazione di determinati prodotti, quali strumenti vengono messi a disposizione degli agricoltori per evitare che l’eventuale perdita di valore ricada interamente sul primo anello della filiera?
«Il problema dell’olivicoltore non è una definizione formale su un registro; è l’olio fermo nelle cisterne», sostiene l’organizzazione.
Il nodo diventa particolarmente delicato quando il prodotto è stato ottenuto sostenendo già tutti i costi di produzione, dalle potature alla raccolta, dal carburante all’energia, fino alla molitura e alla manodopera.
Un euro e trenta di differenza tra extravergine e vergine
Per evidenziare la dimensione economica del problema, Altragricoltura prende come riferimento i listini ISMEA di fine luglio sulle piazze di Brindisi, Lecce e Taranto. In quel periodo l’olio extravergine veniva indicato a 4,80 euro al chilogrammo, mentre il vergine si attestava a 3,50 euro.
La differenza, pari a 1,30 euro al chilogrammo, significa che una partita di 100 tonnellate che passasse dalla valorizzazione come extravergine a quella come vergine avrebbe, sul piano puramente teorico, una perdita di valore di circa 130 mila euro.
Un differenziale che, secondo Altragricoltura, rende evidente come una modifica della categoria commerciale possa avere conseguenze economiche molto concrete quando applicata a grandi quantità di prodotto.
Oltre 233 mila tonnellate di olio nei serbatoi italiani
Il quadro delle giacenze rappresenta un ulteriore elemento di preoccupazione. Secondo i dati ICQRF richiamati da Altragricoltura al 31 luglio 2026, nei serbatoi italiani risultavano oltre 108 mila tonnellate di olio extravergine di origine italiana.
Considerando invece il complesso degli oli presenti sul territorio nazionale, lo stock arrivava a 233.377 tonnellate, con una crescita del 43,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. All’interno del dato complessivo, le giacenze classificate come extravergine ammontavano a 185.373 tonnellate.
Per Altragricoltura, tuttavia, il dato aggregato non consente ancora di rispondere a una domanda fondamentale: chi possiede quelle scorte?
L’organizzazione chiede quindi maggiore trasparenza sulla composizione degli stock, distinguendo l’olio riconducibile alla produzione agricola italiana da quello di provenienza estera e separando le giacenze detenute dagli agricoltori e dalle strutture di trasformazione da quelle legate alle attività commerciali.
Il rischio di diventare il «magazzino di compensazione» del mercato internazionale
La preoccupazione è che l’olivicoltore italiano finisca per assorbire gli squilibri generati a valle della filiera e sui mercati internazionali.
«Il produttore italiano non può diventare il magazzino di compensazione degli squilibri del commercio internazionale», sostiene Altragricoltura, sottolineando come l’accumulo delle scorte possa trasformarsi rapidamente da problema commerciale a problema agricolo.
L’olio, infatti, non può essere conservato indefinitamente senza conseguenze. Il trascorrere del tempo può determinare processi ossidativi e un progressivo deterioramento delle caratteristiche qualitative. Il rischio è quindi che una partita rimasta troppo a lungo in cisterna perda valore proprio mentre l’azienda agricola ha bisogno di liquidità per affrontare la nuova stagione.
La nuova campagna incombe sulle aziende
È questo il passaggio che, secondo l’organizzazione, rende particolarmente delicata la situazione attuale. Le imprese devono contemporaneamente gestire le giacenze della campagna precedente e prepararsi a sostenere i costi della nuova.
Potature, manutenzione degli impianti, carburante, energia, manodopera e raccolta richiedono nuova liquidità. Ma chi possiede prodotto invenduto e deve rispettare le scadenze con banche, fornitori e lavoratori si trova in una posizione negoziale molto più debole rispetto a chi dispone di maggiori risorse finanziarie e può attendere un momento più favorevole per vendere.
Il rischio, dunque, è che la necessità di fare cassa costringa alcune aziende a cedere il prodotto a prezzi non remunerativi, alimentando un circolo vizioso nel quale la perdita di valore dell’olio si traduce progressivamente in perdita di reddito agricolo.
La questione della doppia disciplina tra mercato interno ed export
Particolare attenzione viene dedicata da Altragricoltura anche alla nota ministeriale dell’11 agosto relativa alle miscele.
Secondo l’organizzazione, sul mercato nazionale la miscelazione tra olio extravergine e olio vergine determina il passaggio del prodotto nella categoria del vergine. Per l’esportazione, invece, sarebbe possibile commercializzare come extravergine il prodotto ottenuto dalla miscelazione qualora il risultato finale rispetti i parametri chimici e organolettici previsti per l’EVO.
Da qui nasce una domanda che Altragricoltura rivolge direttamente al Governo: se il prodotto finale rispetta tutti i requisiti dell’extravergine, perché la disciplina dovrebbe produrre effetti differenti sul mercato interno e su quello estero?
Secondo l’organizzazione, il rischio è quello di creare un sistema nel quale gli operatori dotati di maggiori capacità finanziarie e di una rete commerciale internazionale dispongano di strumenti più efficaci per gestire le proprie giacenze rispetto alle piccole e medie imprese agricole e ai trasformatori artigianali.
Dalla moratoria sul credito al Fondo per lo stoccaggio
Altragricoltura esclude la richiesta di un intervento pubblico indiscriminato per sostenere chiunque abbia prodotto o acquistato olio rimasto invenduto. Le eventuali risorse pubbliche, sostiene l’organizzazione, dovrebbero essere indirizzate alla tutela del reddito agricolo e della produzione reale, evitando di trasferire sulla collettività il rischio assunto dagli operatori commerciali.
Tra le proposte avanzate figura innanzitutto la dichiarazione dello stato di crisi nazionale del settore, accompagnata da moratorie bancarie e strumenti di garanzia sul credito. L’obiettivo sarebbe impedire che la necessità immediata di liquidità costringa le aziende a vendite forzate a prezzi non remunerativi.
Viene inoltre proposta la creazione di un Cruscotto Pubblico dell’Olio, gestito da ISMEA, capace di fornire un quadro digitale e trasparente delle giacenze nazionali. Per Altragricoltura, conoscere quantità, origine e detentori delle scorte è una condizione indispensabile per poter governare il mercato.
L’organizzazione chiede poi un Fondo straordinario per lo stoccaggio assistito, riservato all’olio di origine italiana riconducibile alla produzione agricola nazionale.
Più controlli contro le pratiche commerciali sleali
Un altro capitolo riguarda i rapporti lungo la filiera. Altragricoltura chiede un rafforzamento delle norme contro le pratiche commerciali sleali, con particolare attenzione all’utilizzo dell’olio come prodotto civetta nella Grande Distribuzione.
La richiesta comprende anche un rafforzamento della tracciabilità dei flussi di prodotto provenienti dall’estero, tema che l’organizzazione collega alle criticità evidenziate dalla Corte dei conti europea nella Relazione speciale n. 01/2026.
L’obiettivo dichiarato è impedire che la pressione commerciale esercitata a valle finisca per scaricarsi sistematicamente sui produttori agricoli.
«Perdere valore significa perdere gli oliveti»
Per Altragricoltura la posta in gioco va oltre il bilancio delle singole aziende. Quando il reddito derivante dalla coltivazione non è sufficiente a coprire i costi, le prime voci a essere sacrificate possono diventare proprio quelle legate alla manutenzione dell’oliveto e alla capacità di programmare la campagna successiva.
La crisi dei prezzi e delle giacenze rischia quindi di trasformarsi in una crisi strutturale del patrimonio olivicolo. Meno reddito significa minori investimenti, maggiore difficoltà nel sostenere la raccolta e, nel medio periodo, il rischio di abbandono degli oliveti.
Per l’organizzazione, difendere il valore dell’olio prodotto significa quindi difendere anche lavoro rurale, presidio del territorio, paesaggio e capacità produttiva nazionale.
Calabria e Puglia chiedono una strategia coordinata
Nel documento viene infine sottolineato il ruolo delle Regioni meridionali, dove si concentra una parte strategica dell’olivicoltura italiana. Calabria e Puglia hanno già chiesto al Governo di mettere in campo una strategia coordinata per affrontare la crisi.
Altragricoltura annuncia che nei prossimi giorni la Federazione degli Agricoltori e dei Contadini chiederà incontri alle Regioni meridionali, con l’obiettivo di costruire un pacchetto di proposte in vista delle iniziative autunnali.
La questione, secondo l’organizzazione, è ormai urgente: mentre le vecchie giacenze continuano a pesare sui bilanci, la nuova campagna è alle porte. E il rischio è che il costo della crisi venga sostenuto ancora una volta soprattutto da chi coltiva gli olivi.
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