La mostra K.I.E.F.E.R. (“Controllo-Integrazione-Evidenziazione-Forma-Evoluzione-Riproduzione”), che si può visitare al Magazin Grando di Portorose sino al 4 settembre prossimo, comprende quattro sezioni ovvero installazioni, che ripercorrono le diverse fasi artistiche dei Laibach, unite da un’assidua ricerca sui rapporti tra ideologie, eredità industriale, memoria collettiva e uno stato di guerra che ormai si è rivelato essere permanente.
Il titolo scelto per la mostra è un riferimento diretto al pittore e scultore tedesco Anselm Kiefer, che nelle sue opere ha spesso ripercorso l’atroce passato dinnanzi a cui oggi in troppi voltano lo sguardo altrove (e le coscienze). Risvegliare le coscienze è stata, infondo, da sempre anche la mission del collettivo Laibach. Nella prima sezione, esposta all’ingresso col titolo “La strumentalità dell’apparato statale”, sono esposte le riproduzioni delle prime stampe del collettivo nonché alcune opere legate alla violenta dissoluzione dell’ex Jugoslavia alla fine degli anni Ottanta. Le idee alla base di questi lavori sono legate alla convinzione degli artisti-musicisti sloveni rispetto all’impossibilità di decretare con certezza l’originalità delle opere.
I Laibach non hanno mai preso veramente sul serio il concetto dell’originalità dell’opera e, dunque, del copyright. Così, per esempio, una delle opere in mostra al Magazzino del sale Grando raffigura il cervo, che, a torto, viene spesso associato ad un simbolo tipico della cultura slovena. In realtà la figura, che appare anche sulla copertina dell’LP Nova Akropola, si rifà all’opera di Edwin Landseer The Monarch of the Glen (1851), dapprima commissionata, ma poi non più voluta in quanto il risultato non sarebbe stato all’altezza.
Anni dopo, la stessa opera ha letteralmente incantato Paul McCartney il quale, non potendo acquistarne l’originale, commissionò una copia a Peter Blake. La seconda “copia” in circolazione appartiene invece ai primi Laibach, che la esibirono in una mostra nei primissimi anni Ottanta, in un contesto che, all’epoca, risultò per loro tutto fuorché favorevole.
Contestualizzato in base a queste informazioni, l’immagine del cervo laibachiano assume un significato che va ben al di là del valore estetico, mettendo in questione lo stesso concetto dell’originalità nell’arte contemporanea.
La prima installazione: Krvava gruda, plodna zemlja
Nell’ultima opera in ordine cronologico di questa installazione, dal titolo Krvava gruda, plodna zemlja, è raffigurata una colomba, figura che nell’immaginario collettivo è il simbolo della pace par excellence. Ma nel lavoro dei Laibach questo significato è stravolto. Il piccolo volatile infatti appare nella stretta di mani poco rassicuranti e sotto alle stesse ci sono delle linee che ricordano il fuoco, come per dire che la pace sta per concludersi. Per coglierne il significato è necessario comprenderne la genealogia e l’epoca di riferimento.
L’opera risale al 1987 ed è nata nel momento in cui i nazionalismi nell’ex Jugoslavia si stavano già infiammando. Era il periodo in cui Slobodan Milošević promuoveva già la politica nazionalista della “Grande Serbia” e le tensioni nazionaliste ed economiche in Jugoslavia si stavano intensificando. I segnali della guerra erano già evidenti, eppure, i politici – ciascuno a modo suo – andavano rassicurando la gente di avere pronta un’imminente soluzione per una pace e per una nuova idilliaca convivenza (ma così non fu).
La seconda installazione: Red Districts + Black Cross
La seconda installazione Red Districts + Black Cross e un richiamo ai tempi che furono, ovvero a quella cittadina industriale, Trbovlje, da cui i giovani membri dei primi Laibach mossero i primi passi. Alcuni di loro, ancora giovanissimi e prima di intraprendere la strada dell’arte a livello accademico o professionistico, hanno svolto delle esperienze lavorative in quelle fabbriche, anche semplicemente per guadagnare qualche soldino per aiutarsi con le vacanze estive.
La stessa cittadina appare oggi molto diversa rispetto agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, come anche il tipo di industria ed economia al suo centro. Ma l’ex centrale termoelettrica, le fabbriche di produzione di macchinari, ed altre grandi fabbriche di acciaio e vetro, che sono rappresentate nei quadri esposti, hanno sicuramente lasciato il segno sulla crescita di alcuni membri storici dei Laibach nonché sul loro modo di intendere il ruolo dell’arte.
La terza installazione: Assimilator
La terza installazione, Assimilator, che può essere ammirata al centro dell’ex deposito di sale, verte su un enorme cubo nero, sovrastato da scritte in una triade di colori verde-bianco-rosso. No, non sono i colori della bandiera italiana, bensì un riferimento ai colori dell’Iran (anche se ciascuno è poi libero di trovare una propria interpretazione individuale). Il cubo è tecnologico, ha all’interno dei sensori, che dovrebbero metterlo in moto, per riprodurre il senso delle scritte sovrastanti, come “Alle Gegen Alle”, “God Is God”, “Achtung!”, “Resistance Is Futile”, “Ordnung Und Disziplin”, oppure i suoni che lo circondano.

In realtà, a causa del caldo estivo di queste settimane, che si fa sentire anche all’interno dello spazio espositivo, il cubo laibachiano è finito per autoalimentarsi senza più rispondere ai suoni né agli stimoli umani, e riproducendo, invece, suoni che ricordano quelli di un bombardamento in corso, come per ricordarci che, dopo alcuni decenni di promesse di pace internazionale duratura con il trionfo dei mercati e la fine delle ideologie, la storia avesse preso una piega del tutto diversa.
Seppur incidentalmente, il black cube dei Laibach, in cui si può distinguere la croce nera (altro simbolo ricorrente nell’opus laibachiano), rimanda pure al recente caso dell’ingerenza dei servizi segreti israeliani nelle elezioni slovene, in cui la società israeliana dal nome Black Cube sarebbe stata arruolata per colpire su un piano mediatico il partito sloveno “Movimento Liberta” di Robert Golob. Potremmo dire che, come in passato, anche stavolta i Laibach hanno previsto gli accadimenti prima degli altri.
La quarta installazione: UNTERNEHMEN BARBAROSSA
Infine, alla guerra, alla persistente strumentalizzazione politica e, soprattutto, ai movimenti di resistenza è dedicata l’ultima installazione, la monumentale UNTERNEHMEN BARBAROSSA (titolo preso in prestito dall’omonimo codice per l’operazione speciale della Germania nazista del 1941) in cui, attraverso un disegno a penna e una tappezzeria concepiti sui motivi della Guernica di Picasso e le grafiche di Nikolaj Pirnat, viene fatto un parallelo tra le resistenze di un tempo e quelle contemporanee, seppure in diversi contesti storici e geopolitici.

L’evento conclusivo per la mostra K.I.E.F.E.R.
Nella serata conclusiva della mostra è atteso un evento straordinario. L’ensemble si esibirà nella performance intitolata We Forge The Future (“Forgiamo il futuro”), evocando l’esibizione del 23 aprile 1983 nell’ambito della Biennale di musica di Zagabria, in Croazia, che scatenò una feroce campagna mediatica e pubblica contro il complesso sloveno. Va ricordato che già qualche anno prima i Laibach organizzarono a Trbovlje un primo progetto multimediale, cioè un concerto e una mostra intitolati Alternativa alla cultura slovena, intesi a lanciare una sfida alle palesi contraddizioni della situazione politica e culturale del paese in quel periodo. L’evento fu vietato ancora prima che potesse iniziare, cancellando la prima esibizione pubblica del gruppo.
Per l’esibizione al Magazin Grando di Portorose, il gruppo includerà nel repertorio anche alcune nuove interpretazioni delle composizioni originali che dovevano essere eseguite già durante quell’occasione nel 1980. Si tratta in prevalenza dei brani quali 01.06.1924, Glück auf!, Smrt in pogin, Lepo-krasno e 27.09.1980 pubblicati nel gennaio del 2023 con il titolo Sketches of the Red Districts.
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