La crisi della Politica, ma la Politica siamo noi
a 15 anni dalla morte di Mino Martinazzoli di straordinaria attualità resta la sua lettura di una crisi che dal crepuscolo della prima repubblica giunge a noi senza aver risolto gli interrogativi centrali
Il 28 aprile 1987, alla Camera dei Deputati, nel dibattito sulla fiducia all’ultimo governo di Amintore Fanfani, fu Mino Martinazzoli, allora capogruppo della Democrazia Cristiana, a pronunciare parole che oggi risuonano con una sorprendente forza profetica.
Era una stagione già segnata da tensioni, logoramenti, tatticismi. Il sistema politico mostrava le prime crepe profonde; i partiti, ancora solidi in apparenza, cominciavano a perdere autorevolezza. Il linguaggio pubblico si caricava di enfasi, di scontro, di parole sempre più abbondanti e sempre meno incisive (ndr proprio come ai giorni nostri).
Fu allora che Martinazzoli disse: “Confesso che, a proposito di tante e smisurate parole, non mi viene in mente niente.”
E aggiungeva: “Noi stiamo, in verità, con le nostre non volubili ragioni, con la nostra difficile, ma doverosa coerenza. Non stiamo al gioco.”
C’è in queste parole una difesa della coerenza, del limite, della responsabilità. Un rifiuto netto del trasformismo, della teatralità, del consenso cercato a ogni costo. Poi il passaggio che resterà come un monito: “Io credo che la politica sia altrove e che, prima o poi, dovrete tornarci. Noi vi aspetteremo lì.”
Due anni dopo (20.02.1989) il memorabile discorso all’ultimo congresso della D.C. prima della valanga Tangentopoli: «C’è la crisi della politica. Ma poiché noi siamo la politica, non è che questa crisi possiamo limitarci a contemplarla. Dobbiamo indagarla e riconoscerla per dominarla e superarla…», parole attualissime. Quella battuta, così essenziale eppure così vera, contiene un messaggio che richiama gli aspetti più alti e nobili della politica. La responsabilità che le classi dirigenti devono sapersi assumere nella guida del Paese, la necessità di saper ascoltare e tradurre in atti concreti i bisogni degli italiani. Insomma, la politica con la “P” maiuscola, intesa cioè come lo strumento per affrontare i problemi della società civile. Una concezione profonda che affonda le proprie radici nella tradizione storica del cattolicesimo democratico.
Questa crisi è una crisi di potere, di autorevolezza e di primato della politica. Oggi la tecnica e l’economia tendono a contare più della politica. Le ragioni sono molteplici. Una ragione è che gli strumenti, le istituzioni. i comandi della politica sono ancora quasi tutti contenuti nell’angustia delle dimensioni nazionali, mentre le competizioni della tecnica e dell’economia e financo quelle della società, si svolgono sempre di più secondo le lunghezze transnazionali (vedi anche il tema immigrazione).
Le alternative dirimenti della pace o della guerra, della tutela e della distruzione dell’ambiente, del farsi di una cultura della solidarietà piuttosto che del diffondersi del seme e delle strutture della violenza, non troveranno risposta esauriente dalla solitudine superba cd impotente della politica. Ma la politica, sc vuole conservare un senso e una memoria etica, non può disertare da questa frontiera cui è chiamata, col suo limite e con la sua modestia, in essi riconoscendosi e per ciò stesso facendo riconoscere il suo valore e la sua legittimazione.
La polarizzazione annunciata e i processi di aggregazione in atto salvano le differenze o ci troviamo di fronte a assembramenti privi di identità davvero connotate e alternative tra loro? A una progettualità dal fiato corto?
C’è molto movimentismo ed è una condizione che aggrava l’immagine della politica: a volte viene da interrogarsi sulle sorti della democrazia, là dove c’è democrazia. Oggi la politica sembra avere a che fare più con la biografia e la cronaca che con la storia.
Diceva Don Ferrante (Manzoni) che la storia senza la politica è come una guida che cammina senza guardare indietro per vedere se qualcuno la segue, ma la politica senza storia è come uno che cammina senza una guida. Oggi si ha l’impressione netta di una politica che cammina senza una guida. Non è possibile immaginare che la politica non sia un “disegno”, un’idea del futuro, un pensiero sul mondo, la vita, le cose. Anche per chi la osserva da lontano la politica di oggi è come un seguito di aneddoti spesso incresciosi. Una politica siffatta rinuncia all’ambizione del suo primato e non è legata all’idea di futuro, ma è invece condizionata e assillata da un costante “presentismo” e non è per caso tra l’altro che la descriviamo non più intorno a una teoria, a un’immaginazione, a una speranza, ma sull’esegesi delle diverse biografie. Oggi la politica è fatta di comunicati, di interventi sui social (importante non è cosa si dice ma dirlo per primi). Guardiamo la società politica della metamorfosi, dei fuoriusciti: anche nelle notizie di oggi, siamo alle prese con degnissime persone che hanno avuto una storia, un passato, un ruolo politico e ce l’hanno ancora, le quali, mentre stanno costruendo un partito che non è interamente fatto, già spiegano che sono insoddisfatte, non hanno più fiducia, che pensano ad altro. Mancano alla politica sempre di più le idee e la capacità di immaginazione.
Non nel clamore. Non nell’invettiva quotidiana. Non nella recita permanente di una presenza che spesso sostituisce il pensiero. Altrove: dove il linguaggio torna ad avere peso. Dove il dissenso non cancella il rispetto. Dove il potere si misura con il dovere. Dove governare significa assumersi una responsabilità, non soltanto occupare una scena. Governare, cioè chiedere a ciascuno di fare e patire qualcosa, risulta drammaticamente inutile e tecnicamente impossibile, se non si realizza un raccordo intenso tra cittadini e istituzioni che sappia mettere insieme diritti e doveri. Questa è l’impresa identificabile nell’esigenza di mettere insieme Stato di diritto e Stato sociale, legalità ed equità, norma e valore, interesse e solidarietà. Questo è il problema sempre attuale: perché uno Stato debole, uno Stato inefficiente, uno Stato partigiano è uno Stato che non corrisponde alle ragioni di solidarietà, ma è assai inerme ed arreso rispetto ai torti della prepotenza.
La storia politica non ò solo la storia delle scelte e delle decisioni di governo. E prima di tutto, la storia di un’idea che nasce e si incarna, si confronta, combatte, si arricchisce e si precisa nel contrasto ma cresce e, anche se sconfitta, riprende la sua strada, ritorna e vince quando ha diritto di vincere per il consenso che matura e per la speranza che suscita.
Per questo ciascuno in politica è evocato, per essere parte di un’impresa comune, è evocato all’assunzione intera di una responsabilità personale, costi quello che costi, anche una rinuncia, se questo può essere l’unico gesto veritiero, che ci sia consentito.
In tale senso Martinazzoli, mutuando le parole di un prete della Valle Padana, esortava: “…diceva don Primo Mazzolari che dovevamo attrezzarci per essere un poco all’opposizione. Ma, precisava, non all’opposizione degli altri, piuttosto all’opposizione di noi stessi, delle nostre grettezze, del nostro egoismo, se necessario delle nostre ambizioni.”
A quasi quarant’anni da quel discorso, la sensazione è che quel richiamo ci riguardi più di allora. Viviamo immersi in una nuova abbondanza di “smisurate parole”: dichiarazioni continue, polemiche istantanee, slogan che durano un giorno. Tutti parlano di politica, ma spesso ciò che manca è proprio la politica.
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