Il dibattito sulla possibilità di tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche tende rapidamente a polarizzarsi. Da una parte c’è chi considera quasi scandaloso che un’impresa realizzi profitti elevati mentre famiglie e attività produttive sopportano il peso dell’aumento dei prezzi; dall’altra chi vede in qualsiasi tassazione straordinaria un attacco all’impresa e alla libertà economica.
Credo che la questione meriti qualche distinzione.
Il profitto non è una colpa. È una componente essenziale dell’economia di mercato: remunera il capitale investito, il rischio assunto, l’innovazione, l’efficienza e la capacità imprenditoriale e, soprattutto, consente di finanziare gli investimenti futuri. Un’impresa che produce utili, anche elevati, non deve quindi giustificarsi per il fatto di produrli.
Esistono però circostanze eccezionali nelle quali una parte di questi utili non deriva da maggiore efficienza, innovazione o capacità imprenditoriale, ma da eventi esterni: una guerra, una crisi geopolitica, un’improvvisa scarsità di materie prime o finite, un’alterazione violenta degli equilibri fra domanda e offerta. È in questi casi che la questione degli extraprofitti può assumere, oltre a quella economica, anche una dimensione etica.
La nostra società è, in fondo, il risultato di un patto antichissimo. Gli uomini hanno scoperto che vivere insieme e organizzarsi in comunità era più conveniente che vivere isolati, perché consentiva a ciascuno di beneficiare del contributo degli altri. Le forme sono cambiate, ma il principio di reciprocità è rimasto.
Anche l’impresa più efficiente non opera nel vuoto. Utilizza infrastrutture costruite dalla collettività, scuole e università che formano i suoi tecnici, istituzioni che garantiscono i contratti, reti energetiche e di trasporto, un sistema che assicura legalità e sicurezza e, in caso di prosperità, genera lavoratori e fornisce consumatori. In cambio l’impresa crea occupazione, produce beni e servizi, investe, distribuisce reddito e paga imposte.
È un grande “do ut des” sul quale si reggono le moderne economie di mercato. Per questo non considero incompatibile con il liberismo il principio secondo cui, in circostanze veramente eccezionali, a chi abbia ottenuto dalla congiuntura un beneficio altrettanto eccezionale possa essere chiesto di restituirne temporaneamente una parte alla comunità. Non è socialismo e non è una punizione del profitto: è il riconoscimento della reciproca dipendenza fra mercato e società.
Naturalmente il problema è stabilire che cosa sia realmente un extraprofitto. Un utile elevato non lo è necessariamente: può essere il risultato di investimenti fatti molti anni prima, quando altri non ebbero il coraggio di farli, può remunerare rischi considerevoli o compensare periodi nei quali i risultati furono modesti o negativi. Non sarebbe accettabile uno Stato pronto a partecipare agli utili eccezionali e distratto quando le stesse imprese devono affrontare le perdite.
Un eventuale prelievo dovrebbe quindi essere realmente straordinario, fondato su criteri oggettivi, limitato nel tempo e tale da non compromettere gli investimenti né penalizzare le imprese italiane rispetto ai concorrenti internazionali. Una tassa mal costruita può produrre più danni dei benefici che intende ottenere.
Ma cosa dovrebbe fare lo Stato con queste risorse? Se si chiede alle imprese un sacrificio straordinario, lo Stato dovrebbe assumersi una responsabilità straordinaria. Troverei poco convincente tassare gli extraprofitti per finanziare l’ennesimo bonus o una temporanea riduzione generalizzata delle accise. Sono provvedimenti che possono alleviare un disagio immediato, ma esaurito il finanziamento ci riconsegnano esattamente il problema di partenza.
Quelle risorse dovrebbero invece essere destinate prevalentemente a investimenti capaci di ridurre le cause della nostra vulnerabilità: sicurezza e indipendenza energetica, reti elettriche, sistemi di accumulo, ricerca, efficienza energetica, sviluppo razionale delle rinnovabili, diversificazione degli approvvigionamenti e, senza preclusioni ideologiche, tutte le tecnologie che possano diminuire strutturalmente la dipendenza energetica italiana. Utilizzare una parte della ricchezza eccezionalmente generata da una crisi energetica per rendere il Paese meno vulnerabile alla crisi successiva darebbe al prelievo una giustificazione economica, oltre che etica.
Sono quindi poco convinto che si possa continuare a rispondere alle difficoltà economiche esclusivamente con aiuti destinati alle fasce di reddito più basse. Naturalmente chi si trova in condizioni di reale difficoltà deve essere protetto, ma negli ultimi anni una parte consistente del ceto medio ha progressivamente perso capacità di acquisto; continuare a fissare una soglia al di sotto della quale si viene aiutati, presumendo che chi si trova appena sopra possa sopportare ogni nuovo aumento, rischia semplicemente di spostare sempre più persone sotto quella soglia. Una buona politica economica deve aiutare i poveri, ma dovrebbe soprattutto evitare di crearne di nuovi.
Lo stesso ragionamento vale per la riduzione dei consumi energetici. È certamente positivo consumare meno combustibili fossili se ciò avviene perché disponiamo di automobili più efficienti, trasporti pubblici migliori, elettrificazione, fonti rinnovabili e abitazioni meno energivore. È cosa ben diversa se una famiglia consuma meno carburante semplicemente perché non può più permettersi di riempire il serbatoio. Questo non è efficientamento e riduzione dei consumi ma distruzione della domanda attraverso l’impoverimento.
L’obiettivo deve essere una riduzione strutturale dei consumi attraverso tecnologia, efficienza e investimenti, non attraverso l’erosione del reddito disponibile.
È dunque possibile, a mio avviso, difendere contemporaneamente il profitto e il principio di una tassazione straordinaria degli extraprofitti. Il profitto remunera chi investe e rischia ed è indispensabile alla crescita. Ma quando una crisi produce benefici eccezionali per alcuni e costi altrettanto eccezionali per gran parte della comunità, chiedere a chi può sostenerlo un contributo temporaneo non significa negare il mercato.
A una condizione: che il patto valga per entrambi. Se alle imprese viene chiesto di restituire alla collettività una parte di un beneficio straordinario, lo Stato deve trasformare quelle risorse in investimenti e non disperderle in provvedimenti di breve respiro.
È forse questa la vera giustificazione etica di una tassa sugli extraprofitti: non colpire chi ha guadagnato molto perché ha guadagnato molto, ma utilizzare una parte della ricchezza prodotta da una circostanza eccezionale per rendere l’intera comunità più forte e meno vulnerabile alla prossima crisi.
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