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Nel primo semestre 2026 gli investimenti in private equity e venture capital si fermano a 5,1 miliardi di euro, appena il 2% in meno rispetto a un anno prima, Ma il fundraising crolla del 60% a 674 milioni. Il buyout traina gli impieghi, mentre il venture capital resta primo per numero di operazioni. I dati Aifi e PwC
Il mercato italiano del private equity e venture capital mantiene i volumi di investimento, ma mostra una crescente debolezza sul fronte della raccolta. Nei primi sei mesi del 2026 gli operatori hanno investito 5,1 miliardi di euro, in calo del 2% rispetto ai 5,2 miliardi dello stesso periodo del 2025, mentre il fundraising complessivo si è fermato a 674 milioni, il 60% in meno rispetto agli 1,7 miliardi raccolti un anno prima. È la fotografia dell’analisi AIFI in collaborazione con PwC Italia, che evidenzia anche una riduzione del numero di operazioni, 291 contro 370, a fronte di una maggiore concentrazione degli investimenti nelle operazioni di grandi dimensioni.
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Raccolta ai minimi
Il rallentamento riguarda per il secondo anno consecutivo la capacità degli operatori di attrarre nuovi capitali. I soggetti che hanno raccolto nel primo semestre sono stati 21, contro i 29 dello stesso periodo del 2025. Considerando la sola raccolta sul mercato, il dato scende a 574 milioni di euro, il 54% in meno rispetto ai 1,25 miliardi dell’anno precedente. Tra le fonti della raccolta indipendente prevalgono fondi pensione e casse di previdenza, con il 29%, seguiti da investitori individuali e family office con il 17% e da settore pubblico e fondi di fondi istituzionali con il 13%. La provenienza dei capitali rimane fortemente domestica: il 96% arriva da investitori italiani. Quanto alla destinazione prevista, il 59% della raccolta è indirizzato al buyout, mentre il 31% all’early stage. «Nel primo semestre dell’anno il fundraising ha registrato, per il secondo anno consecutivo, una significativa contrazione», osserva Innocenzo Cipolletta, presidente AIFI. «È necessario intervenire con misure forti e immediate per invertire questa tendenza. Senza nuove risorse non è possibile sostenere adeguatamente l’economia reale e, senza la crescita delle imprese, non può rafforzarsi la competitività del Paese».
Meno deal, ma più grandi
La relativa tenuta degli investimenti nasconde una composizione più concentrata. I 5,085 miliardi di euro investiti nel semestre derivano infatti da 291 operazioni, il 21% in meno rispetto alle 370 del primo semestre 2025, distribuite su 207 società. A sostenere gli importi complessivi sono soprattutto le operazioni di maggiore dimensione. Nel semestre sono state sette quelle superiori a 150 milioni di euro, contro le cinque di un anno prima. Al di sotto di questa soglia, invece, gli investimenti sono scesi a 2,058 miliardi, dai 2,732 miliardi del primo semestre 2025. Anche la provenienza degli investitori evidenzia una forte presenza internazionale. Gli operatori esteri hanno investito 3,658 miliardi di euro, pari al 72% dell’ammontare complessivo, mentre i soggetti domestici hanno realizzato 201 operazioni, il 69% del totale. «Continua la crescita del buy-out, trainata dalle operazioni realizzate dai grandi operatori internazionali», sottolinea Francesco Giordano, Private Equity Leader di PwC Italia. I large e mega buy-out rappresentano circa due terzi del totale investito nel comparto, anche grazie all’ingresso di nuovi operatori internazionali sul mercato italiano.
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Il buyout traina gli investimenti
La distribuzione per strategia conferma il peso delle operazioni di maggiore dimensione. Il buyout ha raggiunto 3,306 miliardi di euro, con una crescita del 20% rispetto al primo semestre 2025, pur a fronte di una riduzione del numero di operazioni, scese del 15% a 69. Il venture capital resta invece il comparto più attivo per numero di deal, con 188 operazioni, ma registra una contrazione sia degli importi sia dei volumi: gli investimenti sono scesi dell’11% a 404 milioni e il numero di operazioni del 20%. Ancora più marcato il rallentamento dell’expansion, che ha visto gli investimenti diminuire del 66% a 92 milioni, con 13 operazioni, il 57% in meno rispetto al primo semestre 2025. Le infrastrutture, infine, hanno registrato 13 operazioni, contro le 20 di un anno prima, per un ammontare di 1,105 miliardi di euro, in calo del 35%.
Piccole imprese al centro
La distribuzione per dimensione delle aziende conferma comunque il ruolo del private capital nel segmento delle imprese più piccole. Le società con meno di 50 milioni di euro di fatturato hanno rappresentato l’85% del numero complessivo di operazioni, contro l’87% del primo semestre 2025. A livello settoriale, l’ICT è stato il comparto più attivo per numero di operazioni, con 111 deal, pari al 38% del totale. Seguono il medicale con 42 operazioni, il 14%, e beni e servizi industriali con 39, il 13%. Se si considera invece l’ammontare investito, la graduatoria cambia. Al primo posto si trovano beni e servizi industriali, con 1,415 miliardi di euro, pari al 28% del totale. Seguono manifatturiero-moda con 827 milioni, il 16%, e trasporti con 817 milioni, anch’essi pari al 16%.
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Investimenti concentrati al Nord
La distribuzione territoriale continua a mostrare una forte concentrazione geografica. Delle 258 operazioni realizzate in Italia, il 78% è stato effettuato nel Nord, con 200 investimenti. Al Centro sono state 32, il 12%, mentre Sud e Isole hanno registrato 26 operazioni, pari al 10%. La Lombardia da sola rappresenta il 51% del totale, con 132 operazioni. Seguono Lazio con 18 deal, il 7%, Veneto con 16, il 6%, ed Emilia-Romagna con 15, anch’essa al 6%.
Exit in aumento, ma valori dimezzati
Sul fronte dei disinvestimenti, il primo semestre ha registrato 76 exit, distribuite su 62 società, contro le 71 dello stesso periodo del 2025: un incremento del 7%. Al netto dei write-off, tuttavia, il numero scende da 71 a 54, con una contrazione del 24%. Più netto il calo dell’ammontare disinvestito, calcolato al costo storico di acquisto: 1,183 miliardi di euro, contro i 2,724 miliardi del primo semestre 2025, con una diminuzione del 57%. Per numero di società disinvestite, la vendita a soggetti industriali è stata la modalità prevalente, con 24 società, pari al 39% del totale. In termini di valore, invece, prevale la vendita a un altro operatore di private equity, che ha raggiunto 786 milioni di euro, il 66% dell’ammontare complessivo. Il primo semestre restituisce così un mercato caratterizzato da una netta divergenza tra raccolta e investimenti: mentre il capitale impiegato resta sostanzialmente sui livelli dell’anno precedente, grazie soprattutto ai grandi buyout internazionali, il fundraising arretra sensibilmente. La riduzione del numero complessivo di operazioni e la concentrazione degli importi nelle transazioni di maggiore dimensione completano una fotografia nella quale la capacità di mobilitare nuove risorse rappresenta il principale elemento di attenzione per la seconda parte dell’anno.
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