Hai superato i 50 anni e il tuo stipendio ti permette finalmente di mettere da parte qualcosa alla fine del mese, tanto da iniziare a valutare l’iscrizione a un fondo pensione per integrare il futuro assegno pubblico. Una possibilità che acquista interesse soprattutto se i guadagni sono cresciuti nella seconda parte della vita lavorativa, dal momento che una retribuzione più alta negli ultimi anni non basta, da sola, a garantirsi una pensione altrettanto soddisfacente.
Per la quota calcolata con il sistema contributivo, infatti, contano i contributi accumulati nell’intero periodo soggetto a questo metodo, compresi gli anni in cui lo stipendio era più basso o il lavoro discontinuo. Tra l’ultima busta paga e la prima pensione può quindi aprirsi una distanza significativa, il cosiddetto tasso di sostituzione, con conseguenze sul tenore di vita raggiunto proprio quando si era finalmente conquistata una maggiore tranquillità economica.
È per ridurre questo divario che la previdenza complementare può rappresentare una soluzione, consentendo di costruire un reddito aggiuntivo da affiancare alla pensione pubblica. Chi non ha mai aderito, però, potrebbe chiedersi se cominciare dopo i 50 anni abbia ancora senso oppure se il tempo rimasto sia troppo poco per ottenere un’integrazione apprezzabile.
Aver superato questa soglia non impedisce di iscriversi a un fondo pensione, così come l’adesione può essere possibile a 60 anni e, a determinate condizioni, persino quando si percepisce già una pensione. Non bisogna quindi considerare il cinquantesimo compleanno come un termine oltre il quale ogni valutazione diventa inutile, anche se iniziare più tardi significa avere meno anni a disposizione per accumulare il capitale.
La questione, dunque, è capire quanto possa convenire aderire dopo i 50 o i 60 anni e quale integrazione sia ragionevole attendersi in rapporto alle somme che si possono versare e al tempo che manca al pensionamento.
Pensione complementare, prima inizi e meglio è
Alla domanda su quale sia l’età migliore per iscriversi a un fondo pensione si può rispondere con un principio generale: prima si comincia, maggiori sono le possibilità di costruire un’integrazione significativa, anche attraverso versamenti contenuti. La previdenza complementare funziona infatti secondo un sistema a capitalizzazione, nel quale le somme versate vengono investite sui mercati finanziari con l’obiettivo di far crescere il capitale, secondo il livello di rischio del comparto scelto.
Il tempo è un alleato soprattutto perché permette di beneficiare della capitalizzazione composta: i rendimenti eventualmente ottenuti vengono reinvestiti e possono produrre a loro volta ulteriori guadagni, con un effetto che diventa più rilevante all’aumentare degli anni di partecipazione. Cominciare presto consente quindi di distribuire lo sforzo economico su un periodo più lungo, riducendo, a parità di altre condizioni, la somma da accantonare periodicamente per raggiungere un determinato obiettivo.
Un orizzonte ampio permette inoltre di valutare comparti con una maggiore componente azionaria, che offrono prospettive di rendimento più elevate ma espongono anche a oscillazioni più marcate. Il rischio non scompare con il passare del tempo, ma chi ha molti anni davanti a sé dispone di maggiori margini per attendere un eventuale recupero dopo una fase negativa dei mercati.
Quando invece la pensione si avvicina, il tempo per recuperare possibili perdite si riduce e diventa generalmente opportuno orientarsi verso una gestione più prudente. Per ottenere lo stesso capitale di chi ha iniziato prima potrebbe quindi essere necessario aumentare i versamenti, senza pensare di compensare gli anni mancanti semplicemente accettando un rischio maggiore.
È anche in questa prospettiva che si inserisce l’idea di una nuova dote previdenziale per i nuovi nati, attraverso un contributo pubblico destinato ad avviare il risparmio integrativo fin dall’infanzia. L’obiettivo sarebbe arrivare all’ingresso nel mondo del lavoro con un capitale già accantonato, sul quale costruire la futura pensione complementare.
Pensione dopo i 50 anni, è conveniente?
Fermo restando quanto detto sopra, iniziare più tardi non significa rinunciare alla convenienza del fondo pensione, soprattutto quando si dispone di una buona capacità di risparmio e si possono destinare alla previdenza complementare somme che, negli anni precedenti, sarebbero state difficili da accantonare.
Chi aderisce intorno ai 50 anni, ad esempio, potrebbe avere ancora 15 o più anni di versamenti davanti a sé, a seconda del momento in cui andrà in pensione. Un periodo che, pur essendo più breve rispetto a quello di chi comincia all’inizio della carriera, può consentire di costruire un’integrazione apprezzabile.
Si pensi alle simulazioni elaborate da Consultique per Il Sole 24 Ore, che considerano un lavoratore cinquantenne nel 2027 con una retribuzione lorda annua di 32.000 euro: nello scenario di pensionamento per vecchiaia, il montante della previdenza complementare può raggiungere circa 109.544 euro lordi, con una rendita annua netta stimata di 4.531 euro, equivalente a circa 378 euro al mese su dodici mensilità. Si tratta di una proiezione legata alle ipotesi di contribuzione e rendimento adottate, che considera anche il Tfr e il contributo datoriale quando previsto, e non di un risultato assicurato a chiunque si iscriva a questa età.
La valutazione, inoltre, non si esaurisce nell’importo della futura rendita, perché i vantaggi fiscali possono rendere interessante l’adesione già durante gli anni di versamento. Ricordiamo, infatti, che i contributi del lavoratore e del datore di lavoro sono complessivamente deducibili dal reddito fino a 5.300 euro annui, mentre il Tfr resta escluso dalla deduzione. Per i dipendenti va poi considerato l’eventuale contributo del datore di lavoro, riconosciuto alle condizioni previste dal contratto applicabile: una somma aggiuntiva che concorre alla costruzione della pensione integrativa.
Occorre comunque ricordare che, per accedere alla prestazione pensionistica complementare, servono normalmente almeno 5 anni di partecipazione, oltre alla maturazione dei requisiti per la pensione nel regime obbligatorio di appartenenza. Il quinquennio rappresenta quindi un requisito minimo di accesso, mentre l’importo della rendita dipenderà dal capitale accumulato: iniziare a 60 anni può ancora avere senso, ma richiede aspettative coerenti con il tempo disponibile e con le somme che si potranno versare.
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