Esiste una prestazione che applica l’aliquota agevolata anche alle somme che, per regola generale, ne resterebbero escluse. Va chiesta, non arriva da sola.
Chi confronta Tfr e fondo pensione si ferma quasi sempre al primo numero: quanto pago di tasse. Ma il calcolo cambia a seconda della prestazione che si sceglie al momento dell’uscita, e una in particolare sposta l’esito in modo sensibile. In questo articolo vedremo come si paga meno tasse sul fondo pensione con la Rita, la rendita integrativa temporanea anticipata. È l’unica prestazione che applica l’aliquota agevolata, dal 15 al 9 per cento, anche al montante accantonato prima del 2007, cioè proprio alla porzione che altrimenti verrebbe tassata con criteri assai più onerosi.
Perché il fondo pensione batte il Tfr sul piano fiscale
Il vantaggio si concentra sui redditi medio alti, e la ragione sta nel meccanismo di calcolo.
Il Tfr è soggetto a tassazione separata, operata in due tempi, e si basa sostanzialmente sull’aliquota media Irpef del lavoratore riferita ai cinque anni precedenti. Più alta la retribuzione, più alta l’aliquota che si applica alla liquidazione.
Le percentuali: per il Tfr trattenuto in azienda o confluito al Fondo di Tesoreria Inps si va dal 23 per cento a oltre il 33 per cento per redditi superiori a 80mila euro, e al 35 per cento oltre i 100mila.
Le prestazioni di un fondo pensione riferite a montanti accantonati dal 2007 scontano invece un’imposta che parte dal 15 per cento e scende fino al 9, con una riduzione dello 0,3 per cento per ogni anno di permanenza oltre il quindicesimo. Chi resta iscritto trentacinque anni raggiunge il minimo.
Francesco Lomartire, head of South Europe di State Street IM, ricorda che al vantaggio si aggiungono altri due elementi: il contributo del datore di lavoro, che spetta a fronte di un contributo minimo del lavoratore in aggiunta alla destinazione del Tfr maturando, e la deducibilità dei contributi versati, la cui soglia è stata di recente innalzata a 5.300 euro annui.
Nonostante questo, i dati Covip sul 2025 raccontano una scelta collettiva diversa. Dei 32,5 miliardi di Tfr maturati, circa la metà è rimasta in azienda, 16,4 miliardi. Il 30 per cento, 6,5 miliardi, è confluito al Fondo di Tesoreria Inps per le imprese sopra i 50 dipendenti. Solo il 20 per cento, altri 6,5 miliardi, è finito nei fondi pensione.
La proporzione potrebbe cambiare con la riforma che dal 1° luglio 2026 prevede, per i nuovi assunti nel settore privato, il conferimento automatico del Tfr al fondo pensione di categoria, salvo opposizione entro 60 giorni. Chi non dice nulla, aderisce.
Cosa si perde in flessibilità versando il Tfr al fondo
Il confronto non si esaurisce nelle aliquote, e qui il Tfr ha argomenti propri.
Il primo è la rivalutazione: il Tfr rende l’1,5 per cento più il 75 per cento dell’inflazione. Con l’inflazione bassa è poco, con l’inflazione in rialzo torna competitivo.
Il secondo è la liquidabilità, e pesa più di quanto si creda. Il Tfr, per quanto tassato in modo sfavorevole, viene incassato in unica soluzione al momento della cessazione del rapporto di lavoro. È denaro contante, subito disponibile. Sono inoltre previsti anticipi in determinate circostanze e a precise condizioni.
La previdenza complementare consente a sua volta anticipazioni, ma il trattamento fiscale peggiora: la tassazione sale al 23 per cento, salvo per le spese sanitarie, dove resta l’aliquota agevolata.
Esiste poi un limite che molti scoprono solo all’uscita. Superati circa 100mila euro di montante, l’aderente può incassare in capitale solo il 50 per cento di quanto cumulato. Il resto deve essere trasformato in una delle tipologie di rendita o nelle altre prestazioni previste, ampliate dal 1° luglio 2026 proprio per rendere più appetibile l’incasso frazionato.
Chi accumula 150mila euro nel fondo non può ritirarli tutti. Settantacinquemila in capitale, il resto in rendita. Chi contava sulla somma intera per estinguere un mutuo deve rifare i conti.
Che cos’è la Rendita Integrativa Temporanea Anticipata
La Rita risponde proprio al problema appena descritto.
Antonello Orlando, partner dello studio Nevio Bianchi, la definisce un assegno periodico, una sorta di ponte finanziario, a cui si accede nel periodo che va dalla cessazione del lavoro fino al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia.
Il funzionamento: il montante maturato viene parcellizzato in rate anticipate, erogate nell’arco di quel periodo di attesa. Chi smette di lavorare a sessantatré anni e maturerà la vecchiaia a sessantasette copre quei quattro anni con le rate del proprio fondo.
Il punto fiscale è quello che conta. Attraverso la Rita si usufruisce della tassazione agevolata, dal 15 al 9 per cento, che in questo caso si applica anche al montante accantonato nel fondo prima del 2007.
È un’eccezione mirata. La regola generale prevede che alle somme maturate prima del 2007 si applichi il criterio del pro-rata, cioè il regime fiscale proprio del periodo di maturazione. La Rita è l’unica prestazione che supera quel criterio.
Chi ottiene il risparmio più alto combinando le due mosse
La combinazione indicata da Orlando unisce due operazioni distinte e produce il risultato fiscale migliore.
Primo passaggio: ottenere dal datore di lavoro il trasferimento del Tfr pregresso al fondo pensione. È un’operazione che richiede il consenso dell’azienda e riguarda le somme ancora detenute presso il datore di lavoro.
Secondo passaggio: al momento dell’uscita, chiedere la Rita anziché la prestazione ordinaria.
Il risparmio si concentra sulle quote di Tfr maturate prima del 2007. Se richieste sotto forma di rendita o di capitale ordinari, quelle somme avrebbero scontato la tassazione separata per la parte in capitale, cioè lo stesso regime del Tfr, e la tassazione ordinaria per la parte in rendita, dal 23 al 43 per cento. Con la Rita scendono nella fascia agevolata.
Il confronto fra un 43 e un 9 per cento sulla stessa cifra spiega perché l’operazione meriti di essere valutata da chi si trova nelle condizioni per farla.
Le verifiche da fare prima di scegliere
La decisione dipende da alcuni dati che ciascuno può ricostruire con precisione.
Il livello di reddito, anzitutto, perché il vantaggio fiscale del fondo cresce al crescere della retribuzione: sotto una certa soglia il divario fra le due aliquote si assottiglia.
Il montante previsto all’uscita, per capire se si supererà la soglia dei 100mila euro oltre la quale la disponibilità immediata si dimezza.
Gli anni di iscrizione alla previdenza complementare, perché l’aliquota scende sotto il 15 per cento solo dopo il quindicesimo anno.
E la distanza fra la cessazione prevista del rapporto di lavoro e l’età per la pensione di vecchiaia, perché è quella finestra a rendere la Rita accessibile. Senza quello spazio temporale la prestazione non si attiva, e con essa svanisce l’unica via per portare il montante ante 2007 nella fascia al 9 per cento.
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