SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Le
parole e i comunicati ufficiali possono provare ad abbellire la
realtà. I numeri e i documenti, invece, non mentono mai. E quando ci
si addentra nell’analisi contabile e gestionale del Centro
Agroalimentare delle Marche (CAAM), la distanza tra la propaganda
delle promesse e la cruda realtà dei fatti diventa voraginosamente
ampia. Alla vigilia dell’assemblea del 10 settembre, chiamata a
rinnovare le cariche sociali, un interrogativo si impone con forza
non solo tra i banchi dei soci, ma di fronte a tutta l’opinione
pubblica locale: sulla base di quali risultati si potrebbe anche solo
ipotizzare la riconferma dell’attuale Amministratore Delegato, la
Dott.ssa Francesca Perotti? A suscitare questa domanda –
squisitamente gestionale e industriale, prima ancora che politica –
sono i dati stessi. Mettendo a confronto il Piano Industriale
2023-2025 del CAAM con i bilanci consuntivi approvati, il bilancio
dell’ultimo triennio si rivela infatti sconcertante.
La favola dei ricavi e la realtà
delle briciole
Nel 2023, il CdA sottoscriveva un Piano
Industriale preciso e ambizioso. Per l’esercizio 2025 si promettevano
ai soci:
-
1,135 milioni di euro di
ricavi; -
5,126 milioni di euro di
valore della produzione; -
575 mila euro di risultato
operativo; -
493 mila euro di utile
netto.
Poi è arrivata la realtà dei
consuntivi. Il bilancio 2025 presenta numeri impietosi: i ricavi si
fermano a 899 mila euro (addirittura inferiori a quelli del
2022!), il valore della produzione non va oltre i 924 mila euro
(mancano all’appello oltre 4 milioni), il risultato operativo crolla
a 71 mila euro (-88%) e l’utile netto sfiora il ridicolo,
attestandosi ad appena 1.490 euro. Un risicato segno più
ottenuto, tra l’altro, grazie alla contrazione degli ammortamenti.
L’utile reale equivale allo 0,3% di quello promesso. Parlare
di “rilancio” di fronte a simili evidenze contabili suona
come un’offesa all’intelligenza di chi nel CAAM ha investito
risorse ed energie.
PNRR e il giallo dei “ricavi
pari a zero”: il cortocircuito del CdA. La vicenda si fa
ancora più paradossale sulla gestione dei fondi PNRR. Nel Piano
2023, la dirigenza annunziava in grande stile che i circa 7,8
milioni di euro di investimenti pubblici avrebbero generato
“nuovi introiti e sviluppo in settori come la logistica”.
Eppure, quando durante l’assemblea
dello scorso 17 luglio il piccolo socio Fondazione Fabbrica
Cultura ha chiesto conto di come si intenda mettere a valore
questi 8 milioni di nuovo patrimonio, il presidente Paolo Vulpiani e
l’Ad Francesca Perotti hanno risposto svelando un retroscena
spiazzante: nel modello di funding gap
inviato per ottenere i fondi europei, i ricavi incrementali
dell’opera per i prossimi vent’anni erano stati indicati pari
a zero.
Come si concilia la promessa fatta ai
soci di produrre ricavi con una rendicontazione ufficiale che
dichiara l’incapacità dell’investimento di generare un solo euro di
guadagno aggiuntivo? È una contraddizione dolorosa che dimostra
l’assenza di una visione industriale a lungo termine. Mentre persino
un piccolo socio con lo 0,18% di quote si è preso la briga di
redigere e presentare un business plan pieno di idee per valorizzare
l’impianto fotovoltaico e gli spazi coperti, inviandolo via posta
elettronica certificata a tutti i soci, il CdA e l’Ad uscente non
hanno saputo presentare uno straccio di piano di sviluppo.
L’ombra dell’IMU e il dovere della
responsabilità
A completare
questo quadro già compromesso si aggiunge la tegola tributaria:
oltre 820 mila euro complessivi tra IMU non versata, sanzioni e
interessi, nei confronti del socio di maggioranza
relativa, il Comune di San Benedetto del Tronto, pesano come un
macigno sulle passività della società. Altro che la società
finanziariamente solida e con debiti azzerati promessa nel triennio!
Nessuno vuole trasformare questa analisi in un attacco personale
verso Francesca Perotti. Ma in un’azienda, specialmente se a
prevalente capitale pubblico, la responsabilità gestionale fa capo a
chi ha detenuto le deleghe operative e l’amministrazione diretta.
L’Amministratore Delegato è il motore dell’azione societaria;
non può essere considerato uno spettatore dimenticato al momento di
tirare le somme.
Le partecipate pubbliche non sono
“poltrone da conservare”
Il 10 settembre i soci del CAAM non si
troveranno semplicemente a votare dei nomi su una scheda. Si
troveranno a giudicare tre anni di gestione. Una società pubblica
non è un luogo dove premiare la continuità per abitudine, per
logiche di appartenenza o per equilibri politici soprattutto quando
si parla di denaro pubblico. Si valuta sulla base della capacità di
centrare gli obiettivi, tutelare i soldi dei contribuenti e far
crescere il territorio.
Ebbene, di fronte a un utile azzerato,
a ricavi in calo, all’assenza di un piano per i fondi PNRR e a un
carico di debiti fiscali, la riconferma dell’Amministratore Delegato
Francesca Perotti appare palesemente inopportuna e ingiustificabile.
I soci – a partire dal Comune di San Benedetto del Tronto, la
Regione Marche e dagli enti pubblici coinvolti – avranno il
coraggio di prenderne atto e voltare finalmente pagina?
Picusonline continuerà a vigilare affinché il CAAM torni a
essere una risorsa per la comunità e non un cantiere di promesse
infrante.
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