Zes e contratti al centro della manovra


La prossima legge di Bilancio non sarà soltanto una partita di finanza pubblica. Per il sistema produttivo italiano si prepara anche un intervento di riassetto degli strumenti con cui lo Stato sostiene investimenti, innovazione e accesso al credito. Nei ministeri è già partito il lavoro sulle misure che dovrebbero confluire nel prossimo pacchetto per le imprese, composto dalla manovra e dal decreto Imprese collegato. Sul tavolo ci sono alcuni dei principali strumenti di politica industriale: dall’estensione della Zes (Zona economica speciale), almeno in forma selettiva, al rifinanziamento dei contratti di sviluppo e della Nuova Sabatini, passando per il nuovo assetto del Fondo di garanzia per le Pmi e per la riforma degli incentivi gestiti dal ministero delle Imprese e del Made in Italy.

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È un cantiere che arriva in una fase nella quale il Governo punta a rendere più selettivo e concentrato il sistema delle agevolazioni. La direzione indicata dalla riforma è infatti quella di superare la proliferazione di strumenti e fondi, molti dei quali con dotazioni e platee relativamente ristrette, per convogliare le risorse verso un numero più limitato di obiettivi di politica industriale. La legge di Bilancio dovrà quindi dare anche una dimensione finanziaria concreta al riordino approvato dal Consiglio dei ministri il 22 giugno, individuando le misure da chiudere e le risorse da trasferire nel Fondo crescita sostenibile.

Zes, l’estensione al Nord resta il dossier più delicato

Tra le partite più complesse c’è quella della Zona economica speciale. Il modello oggi applicato al Mezzogiorno, oltre che a Marche e Umbria, potrebbe essere esteso in modo selettivo al Centro-Nord, ma non necessariamente attraverso una replica integrale dell’impianto esistente. L’ipotesi allo studio è soprattutto quella di utilizzare la Zes come strumento di semplificazione amministrativa per determinati settori e investimenti, con una particolare attenzione alle energie rinnovabili.

Il tema non è secondario. L’inserimento delle rinnovabili tra le filiere del Piano Zes potrebbe infatti servire a sbloccare progetti di investimento che oggi incontrano tempi autorizzativi lunghi a livello locale. Proprio questo comparto potrebbe diventare uno dei terreni sui quali sperimentare l’estensione del modello al Centro-Nord, mantenendo però una logica selettiva. Una delle ipotesi è anche quella di limitare la cosiddetta “nazionalizzazione” della Zes agli investimenti che superano una determinata soglia, sulla falsariga delle procedure straordinarie previste per gli investimenti esteri considerati di interesse strategico nazionale.

La partita, tuttavia, è soprattutto politica. L’estensione della Zes è una delle priorità della premier Giorgia Meloni e assume un peso ancora maggiore in vista dell’anno preelettorale. Le Regioni del Nord, a partire dalla Lombardia guidata da Attilio Fontana, chiedono infatti qualcosa di più della semplice estensione dello sportello digitale per l’autorizzazione unica. La richiesta è di poter utilizzare anche la leva fiscale, attraverso un credito d’imposta sugli investimenti analogo a quello oggi disponibile in alcune aree delle zone logistiche speciali.

È proprio qui che il dossier si complica. Un’estensione generalizzata degli incentivi fiscali deve infatti fare i conti con le regole europee sugli aiuti di Stato. Per il Mezzogiorno, il sottosegretario per il Sud Luigi Sbarra ha chiesto un rifinanziamento del credito d’imposta Zes per 4 miliardi di euro nel triennio, mantenendone però l’applicazione al Sud. Al momento, dunque, sembra più probabile una soluzione articolata: semplificazione amministrativa più ampia, ma vantaggi fiscali sottoposti a criteri territoriali, settoriali o dimensionali più stringenti.

La riforma degli incentivi manda in soffitta una ventina di misure

Il secondo pilastro della strategia riguarda il riordino degli incentivi alle imprese. La legge di Bilancio dovrebbe essere il passaggio attraverso il quale trasformare in numeri e stanziamenti la riforma approvata dal Governo lo scorso 22 giugno. L’obiettivo è ridurre la frammentazione del sistema, abrogando una serie di agevolazioni e trasferendone le risorse nel Fondo crescita sostenibile.

Le misure candidate alla chiusura sono al momento circa venti e, elemento politicamente significativo, sono quasi tutte riconducibili al Mimit, mentre dagli altri ministeri sarebbe arrivato un contributo molto più limitato al processo di riordino. Nel perimetro del trasferimento verso il Fondo crescita sostenibile rientrerebbero risorse oggi distribuite tra strumenti molto diversi: dal Fondo per il trasferimento tecnologico al Fondo per lo sviluppo industriale e biomedico, dal programma Nuove imprese a tasso zero al Fondo impresa femminile, fino al Fondo imprese creative.

La razionalizzazione riguarda anche misure nate per rispondere a emergenze o specifiche trasformazioni del sistema produttivo. Nel perimetro figurano infatti il credito alle aziende vittime di mancati pagamenti, gli incentivi per le imprese confiscate o sequestrate alle mafie, la Digital transformation, il Fondo transizione industriale, l’Economia circolare e il Green New Deal. A questi si aggiungono gli incentivi per gli investimenti nel capitale di rischio delle Pmi attive in comparti come aeronautica, chimica verde, componentistica auto ed energia rinnovabile, oltre al fondo per turismo e spettacolo introdotto nel periodo Covid.

La lista comprende inoltre gli incentivi alla blockchain e la maggiorazione del credito d’imposta 4.0 per gli investimenti legati al Pnrr. Il passaggio successivo sarà affidato al Mimit, che dovrebbe utilizzare il nuovo Fondo crescita sostenibile attraverso bandi attuativi dedicati a singole materie e obiettivi. Il cambio di filosofia è quindi netto: meno strumenti autonomi e più concentrazione delle risorse, con l’intento di rendere la politica industriale più leggibile e, almeno nelle intenzioni, più efficace.

Contratti di sviluppo, la domanda corre più della macchina amministrativa

Tra gli strumenti che il Governo considera prioritari non c’è però soltanto la razionalizzazione. Alcune misure sono candidate a ricevere nuove risorse. È il caso dei contratti di sviluppo, uno dei principali canali attraverso i quali il Mimit sostiene grandi programmi di investimento industriale.

Lo strumento era già stato rifinanziato nella precedente legge di Bilancio con 250 milioni di euro per il 2027, 50 milioni per il 2028 e altri 250 milioni per il 2029. La pressione sulle risorse è però aumentata insieme al numero delle domande. Il Mimit ha rilevato una crescita molto significativa delle istanze: dalle circa 90 domande l’anno tra il 2015 e il 2021 si è passati a circa 250 all’anno nel periodo 2022-2025.

Il problema è che alla maggiore velocità con cui le imprese presentano le richieste non corrisponde ancora una macchina amministrativa altrettanto rapida nell’approvazione dei progetti. Tra il 1° gennaio e il 30 aprile 2026 sono stati sottoscritti appena otto accordi tra ministero, imprese, Regioni interessate e Invitalia, che gestisce la misura. Per questo motivo, oltre al possibile rifinanziamento, il Governo lavora anche alla velocizzazione delle procedure. Un decreto ministeriale predisposto dagli uffici tecnici del ministro Adolfo Urso dovrebbe intervenire proprio su questo fronte.

La questione è cruciale per le imprese: una maggiore dotazione finanziaria ha un impatto limitato se i tempi amministrativi continuano a dilatare l’avvio effettivo degli investimenti. La sfida della prossima manovra sarà dunque duplice: mettere più risorse dove la domanda dimostra di esserci e, contemporaneamente, ridurre i tempi necessari per trasformare le agevolazioni in cantieri, macchinari e capacità produttiva.

Nuova Sabatini, nessuna emergenza ma il conto degli investimenti cresce

Anche la Nuova Sabatini è tra gli strumenti destinati a restare al centro della politica industriale. La misura, ormai storica, sostiene le Pmi nell’acquisto o nel leasing di beni strumentali attraverso finanziamenti agevolati e contributi che riducono il costo degli interessi.

Nell’ultima manovra erano stati stanziati 200 milioni di euro per il 2026 e 450 milioni per il 2027. I numeri aggiornati al 26 agosto mostrano tuttavia che non esiste, nell’immediato, una vera emergenza finanziaria: sono ancora disponibili circa 1,2 miliardi di euro sulla misura ordinaria e altri 77,2 milioni destinati alle Pmi impegnate in processi di capitalizzazione.

Il quadro cambia se si guarda al ritmo con cui le risorse vengono assorbite. La velocità di utilizzo si aggira infatti intorno ai 700 milioni di euro l’anno. Le statistiche ufficiali mostrano che tra agosto 2025 e luglio 2026 il contributo statale riconosciuto per abbattere gli interessi sui finanziamenti è salito da 5,1 a 5,8 miliardi di euro. Non è dunque una questione di emergenza immediata, ma di programmazione pluriennale. Se l’utilizzo continuerà su questi livelli, un nuovo rifinanziamento potrebbe diventare necessario per evitare che una delle poche misure percepite dalle Pmi come semplici e direttamente accessibili finisca per perdere continuità.

Transizione 5.0, i 4,75 miliardi di investimenti accendono il monitoraggio

Più complesso è il capitolo della Transizione 5.0. Parlare oggi di un rifinanziamento sarebbe prematuro, ma i numeri delle prime settimane di operatività sono già sufficienti a rendere la misura uno dei dossier da monitorare in vista del prossimo biennio.

La manovra 2026 ha previsto 9,8 miliardi di euro complessivi, con una distribuzione finanziaria che arriva fino al 2035. In poco più di due mesi dall’apertura della piattaforma del Gse, le imprese hanno presentato comunicazioni preventive relative a investimenti per 4,75 miliardi di euro. Il dato va però letto correttamente: non rappresenta la spesa dello Stato, ma il valore degli investimenti programmati dalle imprese. Inoltre, una parte significativa delle richieste si è accumulata nei primi sei mesi dell’anno in attesa dello sblocco dell’iter attuativo.

La misura non prevede un plafond rigido e il costo per l’Erario viene distribuito negli anni, seguendo i tempi di ammortamento dei beni. Non c’è quindi, almeno nell’immediato, un allarme sulle coperture. La relazione tecnica della norma aveva stimato, a fronte dei 9,8 miliardi di risorse pubbliche, circa 30 miliardi di euro di investimenti complessivi delle imprese nell’intero periodo di applicazione, dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028.

Alla luce delle comunicazioni già presentate, e ipotizzando che gli investimenti preannunciati vengano confermati, l’assorbimento delle coperture pubbliche sarebbe al momento nell’ordine di 1,5-1,6 miliardi di euro. Il tema che potrebbe riaprire la discussione in manovra non è quindi soltanto quello delle risorse, ma anche quello dell’ammissibilità delle spese. In particolare, resta aperta la questione dei software in cloud, che potrebbero essere nuovamente ammessi tra gli investimenti agevolabili oppure diventare oggetto di una misura specifica.

Fondo di garanzia, dal 2027 torna il principio del rischio

Un altro tassello fondamentale riguarda il Fondo di garanzia per le Pmi. Dal 1° gennaio 2027 il sistema dovrebbe tornare a un modello basato sulla copertura dei finanziamenti differenziata in funzione della classe di rischio dell’impresa. Il nuovo schema dovrebbe essere definito da un decreto interministeriale Mimit-Mef, ma la legge di Bilancio potrebbe diventare necessaria se la nuova configurazione dovesse evidenziare un fabbisogno aggiuntivo di risorse.

La logica sarà quella di modulare la garanzia in base al rischio. Per le operazioni destinate alla liquidità, la copertura dovrebbe essere del 40% per la fascia 1, quella meno rischiosa, del 50% per la fascia 2, del 60% per la fascia 3 e del 70% per la fascia 4. Per le operazioni di finanziamento del rischio sarebbe prevista una copertura unica del 50%.

Resterà invece più alta la protezione per gli investimenti. Per le operazioni finanziarie destinate agli investimenti, comprese quelle legate alla Nuova Sabatini, così come per le start up e le Pmi innovative, la garanzia dovrebbe rimanere all’80%. Lo stesso livello di copertura è previsto per le nuove imprese, il microcredito e le operazioni di importo ridotto, la cui soglia dovrebbe essere stabilmente portata fino a 100mila euro. In quest’ultima categoria potranno inoltre rientrare anche le imprese collocate nella fascia di rischio 5.

La manovra dovrebbe infine confermare due elementi particolarmente sensibili per il tessuto delle micro e piccole imprese: l’importo massimo garantito per singolo beneficiario, pari a 5 milioni di euro, e la gratuità dell’accesso al Fondo per le microimprese.


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