Nel 2024 piccole e medie imprese sono state interessate da 81.027 accertamenti fiscali, il 42,7% dei 189.578 complessivamente effettuati. Alle pmi sono stati contestati 9,098 miliardi di euro, quasi il 64% dei 14,225 miliardi di maggiore imposta accertata. Alle sole piccole imprese fanno capo 73.056 controlli e 5,115 miliardi contestati, mentre per le medie imprese si contano 7.971 verifiche e 3,983 miliardi. La distanza tra somme accertate e incassi resta, tuttavia, molto ampia: a fronte di contestazioni complessive per 14,225 miliardi, la riscossione si è fermata a 2,458 miliardi, pari al 17,3%. Spadafora: «La lotta all’evasione è indispensabile, ma non deve tradursi in una pressione sproporzionata sulle imprese più piccole. Occorrono controlli selettivi, contraddittorio preventivo e certezza delle regole».
Quasi un accertamento fiscale su due riguarda una piccola o media impresa e circa due terzi della maggiore imposta complessivamente contestata dal fisco sono riconducibili alle pmi. Nel 2024 gli accertamenti fiscali ordinari sono stati complessivamente 189.578, in aumento dell’8% rispetto all’anno precedente, ma ancora lontani dagli oltre 260.000 registrati prima della pandemia. Sul totale dei controlli, 81.027 hanno interessato le piccole e medie imprese, con un’incidenza del 42,7%. A questo segmento produttivo è stata contestata una maggiore imposta pari a 9,098 miliardi di euro, corrispondente al 64% dei 14,225 miliardi complessivamente accertati dall’amministrazione finanziaria.
È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale il peso maggiore ricade sulle piccole imprese, che hanno ricevuto 73.056 accertamenti: rappresentano il 38,5% di tutti i controlli effettuati nel 2024. La maggiore imposta accertata nei loro confronti è stata pari a 5,115 miliardi, cioè il 35,9% del totale. In media, ogni accertamento rivolto a una piccola impresa ha determinato una contestazione di circa 70.000 euro. Le medie imprese sono state interessate da 7.971 accertamenti, pari al 4,2% del totale. Nonostante il numero relativamente contenuto delle verifiche, la maggiore imposta contestata ha raggiunto 3,983 miliardi, il 28% dell’intero ammontare accertato.
La contestazione media si è attestata intorno a 500.000 euro per controllo. Complessivamente, pertanto, le pmi hanno ricevuto meno della metà degli accertamenti, ma hanno concentrato quasi due terzi delle somme contestate. La maggiore imposta media è risultata pari a circa 112.000 euro per ciascun accertamento: una cifra che sale sensibilmente per le medie aziende e si riduce nel caso delle imprese più piccole. Per i grandi contribuenti gli accertamenti sono stati 1.677, appena lo 0,9% del totale, mentre la maggiore imposta contestata è stata pari a 3,181 miliardi, il 22,4% dell’ammontare complessivo. Il valore medio per controllo è stato quindi vicino a 1,9 milioni di euro, circa 27 volte la contestazione media rilevata per le piccole imprese. I controlli sui professionisti sono stati 19.845, con una maggiore imposta accertata pari a 329 milioni: una media di circa 16.600 euro per posizione. Gli enti non commerciali hanno ricevuto 3.292 accertamenti per 163 milioni, con un valore medio di circa 49.500 euro.
Per le altre categorie, risultano 82.062 controlli e 1,432 miliardi contestati. Particolarmente debole appare il risultato degli accertamenti sintetici Irpef: a fronte di 799 controlli e 16 milioni di maggiore imposta, gli incassi effettivi sono stati pari ad appena 579.904 euro. La riscossione si è quindi fermata a meno del 4% delle somme contestate. Il problema principale riguarda più in generale la capacità di trasformare l’attività di accertamento in gettito effettivo. Su 14,225 miliardi di maggiore imposta complessivamente accertata nel 2024, le somme riscosse sono state 2,458 miliardi, pari al 17,3%. Quasi 11,8 miliardi, cioè oltre quattro quinti delle contestazioni, non si sono dunque tradotti nell’anno in entrate effettive.
«La lotta all’evasione fiscale costituisce un dovere dello Stato e una condizione essenziale per garantire equità tra cittadini e imprese. Chi rispetta le regole non può essere chiamato a sostenere anche il costo di chi le elude. I dati, tuttavia, richiedono una riflessione sulla distribuzione e soprattutto sull’efficacia dei controlli. Le piccole e medie imprese ricevono il 43% degli accertamenti e concentrano quasi il 64% delle imposte contestate. È un’incidenza molto elevata per un sistema produttivo formato da aziende spesso sottocapitalizzate, con strutture amministrative ridotte e costi di conformità fiscale proporzionalmente superiori rispetto a quelli sostenuti dalle organizzazioni più grandi. Un accertamento, anche quando si conclude favorevolmente per il contribuente, può comportare spese professionali, assorbimento di risorse e lunghi periodi di incertezza. Non si tratta di chiedere minori controlli, ma verifiche più selettive e meglio indirizzate. La disponibilità di fatture elettroniche, dichiarazioni precompilate, comunicazioni finanziarie e banche dati pubbliche dovrebbe consentire di distinguere più accuratamente l’evasione intenzionale dagli errori formali o dalle divergenze interpretative. Il controllo fiscale deve intervenire dove esistono anomalie sostanziali e rischi reali per l’erario. Preoccupa, inoltre, la distanza tra quanto viene accertato e quanto viene effettivamente incassato. Se soltanto il 17% delle somme contestate si trasforma in riscossione, il problema non può essere valutato esclusivamente sulla base del numero delle verifiche o dell’ammontare iniziale delle contestazioni. Occorre misurare la qualità dell’accertamento, la sua tenuta nel contraddittorio e nel contenzioso e la capacità dell’amministrazione di riscuotere le somme definitivamente dovute. Per le pmi servono regole semplici, interpretazioni stabili, contraddittorio preventivo effettivo e tempi rapidi. Un rapporto più moderno tra fisco e imprese non indebolisce il contrasto all’evasione: al contrario, lo rende più credibile, concentra le risorse sulle violazioni rilevanti e rafforza la fiducia dei contribuenti corretti nelle istituzioni» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato dati della Corte dei conti, nel 2024 gli accertamenti fiscali ordinari sono stati 189.578, con una crescita dell’8% rispetto all’anno precedente. La ripresa dell’attività di controllo non ha tuttavia riportato i volumi ai livelli antecedenti alla pandemia, quando si superavano le 260.000 verifiche annuali. Rispetto a quella soglia, mancano ancora più di 70.000 accertamenti, con una distanza di almeno il 27%. L’amministrazione finanziaria sta quindi progressivamente aumentando l’attività, ma opera ancora su un numero di posizioni sensibilmente inferiore rispetto al passato. Al dato degli accertamenti ordinari si affiancano 185.673 accertamenti parziali automatizzati. La numerosità di questa seconda categoria conferma il peso assunto dall’incrocio delle informazioni e dalle procedure digitali nell’attività fiscale.
I controlli indirizzati alle pmi sono stati 81.027, equivalenti al 42,7% del totale. In termini assoluti, quasi 43 accertamenti ogni 100 hanno quindi riguardato una piccola o media impresa. All’interno del comparto, la distribuzione è fortemente sbilanciata verso le imprese minori. Le piccole aziende hanno ricevuto 73.056 verifiche, pari a oltre il 90% di tutti gli accertamenti effettuati sulle pmi. Le medie imprese si sono fermate a 7.971 controlli, meno del 10% del segmento. La diversa numerosità riflette la composizione del tessuto produttivo italiano, caratterizzato dalla larghissima prevalenza di imprese di dimensioni contenute. Resta però significativo che le sole piccole imprese assorbano il 38,5% dell’intera attività ordinaria di accertamento.
Quasi due terzi delle imposte contestati alle pmi. Il dato diventa ancora più rilevante osservando gli importi. Alle pmi sono stati contestati complessivamente 9,098 miliardi, pari al 64% dei 14,225 miliardi accertati. Le piccole imprese hanno concentrato contestazioni per 5,115 miliardi, il 35,9% del totale nazionale. Le medie imprese, pur rappresentando soltanto il 4,2% degli accertamenti, hanno ricevuto contestazioni per 3,983 miliardi, equivalenti al 28%. Ne consegue che il peso economico dei controlli sulle medie aziende è molto superiore al loro peso numerico. Ogni 100 accertamenti, soltanto quattro riguardano una media impresa, ma a queste verifiche sono riconducibili 28 euro ogni 100 di maggiore imposta contestata.
Grandi contribuenti: pochi controlli, importi elevati. I grandi contribuenti sono stati interessati da 1.677 accertamenti. In termini numerici rappresentano appena lo 0,9% dell’attività complessiva, ma il valore delle contestazioni raggiunge 3,181 miliardi, pari al 22,4% della maggiore imposta accertata. Il confronto evidenzia due modelli molto diversi. Sulle piccole imprese l’azione è diffusa e caratterizzata da un numero elevato di accertamenti con importi medi relativamente contenuti. Sui grandi contribuenti i controlli sono molto meno numerosi, ma ciascuna verifica produce una contestazione media prossima a 1,9 milioni.
Le medie imprese si collocano in una posizione intermedia: pochi controlli rispetto alle piccole aziende, ma un peso economico molto consistente.
Professionisti ed enti non commerciali. I professionisti sono stati destinatari di 19.845 accertamenti, il 10,5% del totale. La maggiore imposta è stata pari a 329 milioni, corrispondente al 2,3% dell’intero ammontare. L’importo medio per accertamento, circa 16.600 euro, è sensibilmente inferiore a quello registrato per tutte le categorie di impresa. Gli enti non commerciali hanno ricevuto 3.292 accertamenti, l’1,7% del totale, per una maggiore imposta pari a 163 milioni, l’1,1% del valore complessivo. La contestazione media è stata vicina a 49.500 euro.
Per gli altri contribuenti risultano 82.062 posizioni controllate e 1,432 miliardi accertati. Si tratta del 43,3% dei controlli, ma soltanto del 10,1% della maggiore imposta: circa 17.500 euro per accertamento. Il basso rendimento della riscossione.
Il risultato finale dell’attività di controllo deve essere valutato confrontando la maggiore imposta accertata con le somme effettivamente incassate. Nel 2024, a fronte di 14,225 miliardi contestati, sono stati riscossi 2,4577 miliardi. Il tasso di riscossione è quindi pari al 17,3%. Per ogni 100 euro inizialmente accertati, meno di 18 sono entrati effettivamente nelle casse pubbliche durante il periodo osservato. La differenza, pari a circa 11,767 miliardi, può dipendere da rateizzazioni, adesioni, annullamenti, contenzioso, difficoltà di riscossione o differimenti temporali. Questo scarto suggerisce di non valutare l’efficacia dell’amministrazione sulla sola base della maggiore imposta accertata. Un importo contestato non equivale necessariamente a un credito definitivo e, soprattutto, non corrisponde automaticamente a una maggiore entrata. Il caso degli accertamenti sintetici Irpef. Nel 2024 gli accertamenti sintetici Irpef sono stati 799, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. La maggiore imposta accertata è stata pari a 16 milioni, con una media di circa 20.000 euro per verifica. Le somme effettivamente riscosse si sono tuttavia fermate a 579.904 euro. Il rapporto tra incassi e contestazioni è stato quindi di appena il 3,6%: poco più di tre euro riscossi ogni 100 accertati. È uno dei dati più problematici dell’intero quadro, perché segnala un rendimento immediato estremamente contenuto nonostante la crescita del numero degli accertamenti.
Le piccole imprese assorbono 73.056 verifiche. Alle medie aziende quasi 4 miliardi di maggiore imposta.
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