L’Italia è un Paese curioso che ha sviluppato una singolare teoria del cambiamento: ogni problema strutturale può essere affrontato senza affrontarlo davvero. Il sistema fiscale è troppo complicato? Una nuova detrazione. I salari sono troppo bassi? Un bonus. Le bollette aumentano? Un contributo straordinario. Le liste d’attesa esplodono? Un fondo emergenziale. Una categoria protesta? Una deroga. Due categorie protestano? Due deroghe. Dopo qualche anno, nessuno ricorda più quale fosse il problema originario, ma tutti ricordano il provvedimento che avrebbe dovuto risolverlo. Così il provvisorio diventa permanente e l’eccezione diventa la regola.
La politica ama questo modello perché è infinitamente più semplice distribuire correttivi che riparare meccanismi. Riformare davvero il fisco richiede tempo, competenza e la disponibilità ad affrontare interessi consolidati. Ridurre le liste d’attesa richiede personale, investimenti e responsabilità. Costruire una Pubblica Amministrazione efficiente richiede programmazione, continuità e una visione che vada oltre il ciclo elettorale. Annunciare un bonus, invece, richiede una conferenza stampa. Così, negli ultimi decenni, il governo delle istituzioni è stato progressivamente sostituito dal governo degli annunci. E il risultato è sotto gli occhi di tutti. Contrariamente a quanto si sente spesso ripetere, il problema dell’Italia non è avere troppo Stato. Il problema è avere troppo poca capacità statale e troppa burocrazia. Abbiamo costruito un sistema nel quale la complessità amministrativa ha gradualmente sostituito l’universalità dei diritti. Lo Stato promette molto, ma costringe i cittadini a una continua caccia al tesoro per ottenere ciò che promette. Chi possiede tempo, istruzione, consulenti e familiarità con la burocrazia riesce quasi sempre a orientarsi nel labirinto. Chi non dispone di questi strumenti spesso resta escluso. Non perché manchino le risorse. Perché manca la semplicità.
Ed ecco il grande paradosso italiano: strumenti creati per ridurre le disuguaglianze finiscono per avvantaggiare soprattutto chi possiede già i mezzi per beneficiarne. Il fisco rappresenta probabilmente l’esempio più evidente. Le agevolazioni fiscali vengono regolarmente presentate come strumenti di redistribuzione. Ma una detrazione produce effetti concreti soprattutto per chi dispone di un’imposta sufficientemente elevata da detrarre. Chi vive nella cosiddetta incapienza fiscale, milioni di lavoratori precari, pensionati a basso reddito e famiglie fragili, riceve spesso benefici limitati o addirittura nulli. In altre parole, abbiamo costruito un sistema che dichiara di voler aiutare chi sta peggio utilizzando strumenti che funzionano meglio per chi sta relativamente meglio. È difficile immaginare una contraddizione più evidente. Eppure, questa distorsione non nasce da una particolare cattiveria politica. Nasce da qualcosa di molto più ordinario. La pigrizia istituzionale.
Ogni governo aggiunge una misura. Nessuno elimina quelle esistenti. Ogni esecutivo lascia la propria impronta normativa senza preoccuparsi troppo della coerenza dell’edificio complessivo. Alla fine, il sistema fiscale non assomiglia più a una strategia economica. Assomiglia a un museo delle campagne elettorali. Per questo la soluzione non consiste nell’inventare il bonus numero cento. Consiste nell’abolire i novantanove che lo hanno preceduto. Un sistema fondato su un credito d’imposta rimborsabile, automatico e rivolto ai redditi medio-bassi sarebbe più equo, più semplice e meno costoso da amministrare. Ma avrebbe un difetto imperdonabile per gran parte della politica contemporanea. Funzionerebbe senza bisogno di essere annunciato ogni sei mesi. Lo stesso equivoco domina il dibattito sulla Pubblica Amministrazione. Da anni ci viene spiegato che per rendere efficiente lo Stato sia necessario ridurre personale, limitare il turnover e restringere le assunzioni. È una teoria affascinante. Peccato che la realtà racconti una storia diversa.
L’Italia fatica a progettare infrastrutture, spendere efficacemente i fondi europei, gestire la transizione digitale, monitorare la qualità della spesa pubblica e garantire servizi tempestivi ai cittadini. Eppure, continuiamo a comportarci come se il problema fosse l’eccesso di competenze anziché la loro scarsità. La filosofia del “taglia-idonei” voluta dal centrodestra di governo è l’espressione più chiara di questa ossessione. Si eliminano professionalità già selezionate attraverso concorsi pubblici per ottenere risparmi modesti e immediati. Poi ci si sorprende delle carenze di personale, dei ritardi amministrativi e dell’incapacità di trasformare le risorse disponibili in risultati concreti. È come se un agricoltore decidesse di vendere il trattore per risparmiare sul carburante e poi si meravigliasse del raccolto. Uno Stato moderno non dovrebbe selezionare meno talento. Dovrebbe contenderselo. Dovrebbe investire nella formazione, valorizzare gli idonei, premiare il merito e costruire una dirigenza valutata sui risultati anziché sulla vicinanza politica. Perché i servizi pubblici non funzionano grazie ai decreti. Funzionano grazie alle persone.
La stessa cecità emerge nella sanità. L’Italia continua giustamente a rivendicare l’universalità del Servizio Sanitario Nazionale. Formalmente quel principio esiste ancora. Ma un diritto che richiede mesi di attesa per essere esercitato rischia rapidamente di trasformarsi in un diritto teorico. La disuguaglianza più importante non è sempre quella del reddito. Sempre più spesso è quella del tempo. Quando una mammografia può essere ottenuta in pochi giorni pagando e in molti mesi aspettando, ciò che si sta acquistando non è una prestazione diversa. Si sta acquistando la possibilità di saltare la fila. Chi dispone di reddito compra velocità. Chi non lo possiede compra attesa. Le liste d’attesa non dimostrano il fallimento della sanità pubblica.
Ma il punto centrale va oltre il fisco, oltre la sanità e oltre la stessa Pubblica Amministrazione. Riguarda il tipo di Stato che un Paese decide di essere. Alla fine il vero spartiacque non sarà tra destra e sinistra. Sarà tra chi continua a credere che ogni fallimento possa essere corretto con una nuova eccezione e chi comprende che l’Italia ha bisogno esattamente del contrario: meno bonus, meno deroghe, meno scorciatoie. E molto più Stato. Perché una democrazia non declina quando mancano le promesse. Declina quando smette di costruire le istituzioni che dovrebbero mantenerle.
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