di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Lo stretto di Hormuz non compare quasi mai nelle bollette che le famiglie italiane pagano ogni mese, eppure è lì, in un braccio di mare a ottomila chilometri da Roma, che si sta scrivendo una parte importante dell’inflazione che tornerà a farsi sentire nei prossimi mesi. Il conflitto mediorientale ha spinto le stime sui prezzi verso il 3%, un livello che solo un anno fa sembrava un ricordo archiviato dopo la lunga fase di rientro post-pandemica. È la dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto l’economia reale italiana resti esposta a variabili che sfuggono completamente al controllo della politica economica nazionale.
Il meccanismo di trasmissione è noto e, purtroppo, collaudato. Un rischio geopolitico che tocca le rotte petrolifere del Golfo si traduce quasi immediatamente in un rincaro dei carburanti, che a sua volta si propaga lungo tutta la filiera produttiva e logistica: trasporti, materie prime, energia per l’industria manifatturiera. Per le piccole e medie imprese italiane, che operano tipicamente con margini più ridotti rispetto ai grandi gruppi e con minore capacità di assorbire shock di questa natura, l’aumento dei costi energetici non è mai un dato macroeconomico astratto. È una voce di bilancio che si ripercuote direttamente sulla competitività, in un momento in cui l’accesso al credito resta oneroso e, per le realtà più piccole, in progressiva contrazione.
Va detto con onestà che il quadro complessivo non è quello drammatico degli anni dello shock energetico seguito all’invasione dell’Ucraina. L’Italia ha diversificato negli anni scorsi le proprie fonti di approvvigionamento, riducendo la dipendenza da un’unica area geografica, ed è anche per questo che l’aumento dei prezzi previsto resta contenuto rispetto ai picchi passati. Ma proprio la ricorrenza di questi episodi, uno ogni pochi anni, da fonti diverse ma con effetti analoghi, dovrebbe indurre a una riflessione più strutturale sulla sicurezza energetica del sistema produttivo nazionale, che non può continuare a dipendere dall’esito di crisi che si consumano a migliaia di chilometri di distanza e sulle quali non abbiamo alcuna voce in capitolo.
Il rischio concreto, per le imprese, è un’inflazione che eroda margini già compressi proprio mentre la Banca centrale europea mantiene una politica monetaria restrittiva avviata da mesi. È una combinazione poco favorevole: da un lato i costi di produzione che salgono per ragioni energetiche, dall’altro il costo del denaro che resta elevato per ragioni di politica monetaria, con il paradosso di tassi sui prestiti alle piccole imprese che in alcune regioni del Mezzogiorno superano il 10%. Le due dinamiche insieme rischiano di soffocare proprio quella capacità di investimento che servirebbe alle imprese per rendersi più resilienti agli shock energetici futuri, in un circolo che si autoalimenta se non viene interrotto da politiche mirate.
Da qui l’appello che Unimpresa rivolge alle istituzioni, nazionali ed europee: la sicurezza energetica non può più essere trattata come un tema settoriale, da affrontare episodicamente quando la crisi di turno si presenta, ma va inserita stabilmente tra le priorità strategiche del Paese, con investimenti strutturali nella diversificazione delle fonti e nell’efficientamento energetico delle imprese. Servono anche strumenti di sostegno mirati per le piccole e medie imprese più esposte ai rincari, capaci di intervenire con rapidità quando le tensioni internazionali si traducono in aumenti dei costi, senza attendere i tempi lunghi della programmazione ordinaria. Il conflitto in Medio Oriente ci ricorda, ancora una volta, che la competitività del sistema produttivo italiano dipende anche da equilibri che si decidono altrove: la risposta più efficace resta comunque quella di rafforzare, in casa nostra, gli anticorpi economici che ci permettono di attraversare queste fasi con meno danni possibili.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

