Esercizio fisico come un farmaco: il medico di famiglia potrebbe prescrivere programmi personalizzati di movimento, con costi detraibili fiscalmente. È il principio al centro del disegno di legge n. 287, presentato al Senato dalla senatrice Daniela Sbrollini, che punta a introdurre l’esercizio fisico come strumento di prevenzione e terapia all’interno del Servizio sanitario nazionale. Il provvedimento interessa soprattutto le persone con diabete di tipo 2, obesità, malattie cardiovascolari, respiratorie e muscolo-scheletriche, ma anche chi presenta un rischio elevato di sviluppare una patologia cronica.
La riforma è all’esame del Senato: per ora non esistono né il rimborso generalizzato né una nuova detrazione già utilizzabile ma l’iter parlamentare potrebbe presto tradursi in una norma che affida l’esercizio fisico non più al generico consiglio di camminare o di iscriversi in palestra ma diventare una vera prescrizione sanitaria, definita dal medico in base alla malattia, all’età e alle condizioni della persona. Frequenza, intensità, durata e tipo di attività verrebbero indicati quasi come il dosaggio di una terapia.
La novità più rilevante dunque è il passaggio dall’attività fisica semplicemente “consigliata” a un programma strutturato e prescrivibile dal medico di medicina generale, dal pediatra di libera scelta o dallo specialista. Alla prescrizione dovrebbe accompagnarsi anche un’agevolazione economica, attraverso la detrazione fiscale delle spese sostenute per seguire il programma.
Tuttavia il Ddl non è ancora legge. Secondo la scheda ufficiale del Senato, al 3 giugno 2026 il provvedimento risulta ancora in corso di esame in Commissione. Non è stato quindi ancora approvato definitivamente dalle due Camere e le nuove spese per l’esercizio prescritto non sono, al momento, automaticamente detraibili nel 730.
Una ricetta contro la sedentarietà
L’obiettivo è affrontare uno dei principali fattori di rischio modificabili del nostro tempo: l’inattività fisica. Stare seduti molte ore e muoversi poco contribuisce all’aumento di peso, peggiora la sensibilità all’insulina, favorisce l’ipertensione e accelera la perdita di massa e forza muscolare. Non si tratta soltanto dell’assenza di sport. Una persona può anche andare in palestra due volte alla settimana e trascorrere comunque il resto delle giornate quasi completamente seduta. Inattività fisica e comportamento sedentario sono condizioni collegate, ma non perfettamente sovrapponibili: per proteggere la salute servono sia esercizio programmato sia frequenti interruzioni del tempo trascorso immobili.
Il rapporto congiunto dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Ocse stima che, portando la popolazione europea ad almeno 150 minuti settimanali di attività fisica moderata, potrebbero essere prevenuti entro il 2050 circa 11,5 milioni di nuovi casi di malattie non trasmissibili, fra cui 3,8 milioni di patologie cardiovascolari, un milione di casi di diabete di tipo 2 e oltre 400 mila tumori.
Come si prescrive il movimento
Trattare l’esercizio “come un farmaco” non significa che il medico debba limitarsi a scrivere “fare attività fisica”. Una prescrizione realmente terapeutica dovrebbe indicare almeno quattro elementi:
tipo di esercizio: aerobico, forza, equilibrio, mobilità o una combinazione;
intensità dello sforzo;
durata e numero delle sedute;
progressione nel tempo e controlli necessari.
Per una persona con diabete potrebbero essere previste camminata veloce, cyclette e attività di forza distribuite durante la settimana. In chi soffre di obesità il programma dovrebbe partire gradualmente, tenendo conto del peso, della funzionalità articolare e dell’eventuale presenza di ipertensione, apnea notturna o problemi cardiaci.
Nei pazienti anziani diventano fondamentali anche gli esercizi per forza ed equilibrio, utili a contrastare sarcopenia, fragilità e cadute. In presenza di cardiopatia, Bpco, artrosi avanzata o complicanze del diabete può essere necessaria una valutazione specialistica prima di aumentare l’intensità.
La prescrizione dovrebbe poi tradursi in un percorso seguito da professionisti qualificati, con verifiche periodiche e comunicazione tra medico e figure competenti nell’esercizio adattato. Una palestra qualsiasi, priva di personale adeguatamente formato e di procedure per le persone con malattie croniche, non può essere automaticamente considerata un luogo terapeutico.
Diabete: muscoli più attivi, glicemia più bassa
Nel diabete di tipo 2 l’attività muscolare favorisce l’utilizzo del glucosio e migliora la sensibilità all’insulina. Gli effetti possono comparire già dopo una singola seduta, ma per mantenerli è necessaria continuità.
L’esercizio aerobico aiuta il controllo glicemico e cardiovascolare; quello contro resistenza preserva o aumenta la massa muscolare, importante perché il muscolo rappresenta uno dei principali tessuti coinvolti nell’utilizzazione del glucosio. La combinazione delle due modalità è generalmente quella che offre i risultati metabolici più completi.
Il movimento non sostituisce automaticamente i farmaci. Può però potenziarne gli effetti e, insieme all’alimentazione e alla riduzione del peso, consentire in alcuni pazienti un miglior controllo della malattia. Chi assume insulina o medicinali che possono provocare ipoglicemia deve concordare con il medico tempi, controlli glicemici e possibili adattamenti terapeutici.
Obesità: non conta soltanto la bilancia
Nell’obesità il beneficio dell’esercizio non si misura esclusivamente nei chili persi. Anche quando la riduzione del peso appare modesta, un programma regolare può diminuire il grasso viscerale, migliorare pressione, glicemia, capacità respiratoria e funzionalità quotidiana.
L’allenamento di forza è particolarmente importante durante il dimagrimento perché aiuta a limitare la perdita di massa magra. La terapia dell’obesità può comprendere intervento nutrizionale, esercizio, supporto psicologico, farmaci e, nei casi indicati, chirurgia bariatrica. Il movimento rappresenta quindi una componente della cura, non una colpevolizzazione del paziente né una soluzione semplicistica.
La detrazione fiscale
Uno dei punti politicamente più significativi riguarda la possibilità di recuperare attraverso la dichiarazione dei redditi una parte delle spese sostenute per l’esercizio prescritto. Lo scopo è evitare che il movimento terapeutico resti accessibile soltanto a chi può permettersi palestra, piscina o programmi individuali.
La definizione concreta dell’agevolazione rappresenta però uno dei nodi ancora aperti: percentuale detraibile, tetto di spesa, beneficiari, strutture autorizzate, documentazione e copertura finanziaria dovranno essere stabiliti nel testo definitivo e nei successivi provvedimenti applicativi.
L’attuale detrazione per le attività sportive dei ragazzi tra 5 e 18 anni è una misura diversa, con regole e limiti propri. Non va confusa con la futura agevolazione per l’esercizio prescritto a fini preventivi o terapeutici.
Non è un farmaco senza controindicazioni
Definire il movimento un “farmaco” è una metafora efficace, ma non deve far pensare che qualsiasi esercizio sia adatto a tutti. Un’attività troppo intensa o non calibrata può provocare traumi, ipoglicemie, cadute o, nelle persone con patologie non controllate, eventi cardiovascolari.
Proprio come avviene per una terapia farmacologica, contano indicazione, dose, progressione e condizioni del paziente. Il valore della riforma starebbe esattamente in questo: trasformare un consiglio spesso generico in una prescrizione personalizzata, verificabile e integrata nel percorso di cura.
Che cosa cambierebbe davvero
Se il Ddl 287 arriverà all’approvazione definitiva, il medico di famiglia potrebbe diventare il primo punto di accesso a programmi di esercizio strutturato. Il paziente non riceverebbe soltanto l’invito a muoversi, ma un percorso con obiettivi clinici e controlli.
Perché la riforma non rimanga sulla carta serviranno però strutture territoriali, professionisti qualificati, collegamenti con Case della comunità e servizi di prevenzione, sistemi per registrare i risultati e risorse capaci di sostenere anche le persone con redditi più bassi. La vera svolta non consiste nel chiamare lo sport “farmaco”, ma nel riconoscere che prevenzione e cura non iniziano sempre in farmacia. In molti casi cominciano da una camminata, da un esercizio di forza o da una pausa attiva durante la giornata. Purché il movimento sia appropriato, accessibile e continuativo.
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