Dalla sicurezza alla difesa: le cinque sigle del “Patto” uniscono le forze e chiamano a raccolta il Paese. Il 14 settembre a Napoli, presso la sala Convegni dell’Hotel Gold TOWER di Napoli , parte la sfida decisiva per la dignità di chi garantisce la nostra libertà.
La sicurezza del Paese non può essere solo una questione di mera percezione ma deve essere concretamente riconosciuta dai cittadini, alla cui tutela è rivolto l’impegno quotidiano di tutti gli appartenenti alle Forze armate ed alle Forze di polizia.
I cittadini si sentono sicuri perché hanno consapevolezza che per ogni situazione di rischio o di pericolo c’è un operatore delle Forze armate o delle Forze di polizia pronti ad intervenire a loro tutela E’ questa consapevolezza che crea il rispetto che deve essere riconosciuto a chi ha una funzione sociale di così alto valore e ogni giorno è al servizio della collettività, sacrificando se stesso e la propria famiglia.
Il valore umano del servizio: chi protegge chi ci protegge?
La scelta delle Forze Armate e delle Forze di Polizia ad ordinamento militare di alzare la testa e scendere in piazza a Roma non è stata una protesta corporativa. È stato un grido di dignità nato dalla viva voce di chi il servizio lo vive sulla propria pelle, ogni singolo giorno.
A fronte di un’abnegazione totale, lo Stato ha risposto negli ultimi anni con una progressiva disattenzione: stipendi divorati dal costo della vita, tutele legali insufficienti per chi rischia incriminazioni solo per aver fatto il proprio dovere, e una previdenza complementare promessa da decenni e mai realmente attuata, che rischia di penalizzare duramente chi lascia il servizio dopo una vita consumata dall’usura biologica del lavoro.
A tutto questo si aggiunge una questione che non può più essere ignorata: gli aumenti stipendiali ed i relativi arretrati non sono mai stati sufficienti a compensare la perdita di acquisto delle retribuzioni conseguente all’inflazione. Peraltro, per anni gli arretrati stipendiali non sono stati corrisposti integralmente, ma con erogazioni una tantum.
Non si tratta soltanto di una differenza contabile o di una voce mancante nella busta paga. Quando somme che spettano al personale vengono riconosciute solo parzialmente o attraverso meccanismi una tantum, il danno può prodursi su due livelli.
Il primo è immediato: il lavoratore e la sua famiglia perdono una parte della retribuzione che avrebbe dovuto essere riconosciuta, proprio in un periodo caratterizzato da inflazione, aumento del costo della vita e crescente difficoltà nel sostenere le spese quotidiane.
Il secondo danno è ancora più subdolo e riguarda il futuro. Nel sistema pensionistico contributivo, infatti, ciò che non viene effettivamente percepito e che non concorre alla base contributiva non può produrre gli stessi effetti sulla posizione previdenziale del lavoratore.
In altre parole, una somma che avrebbe dovuto essere stabilmente riconosciuta e che invece non viene corrisposta come componente ordinaria della retribuzione può tradursi non soltanto in una perdita economica nel presente, ma anche in una minore contribuzione e, conseguentemente, in un possibile trattamento pensionistico più basso domani.
È una penalizzazione che rischia di trasformare una rinuncia economica subita in un danno previdenziale destinato a protrarsi per tutta la vita del lavoratore dopo il servizio.
La domanda, allora, deve essere posta con chiarezza: chi ha garantito per anni la sicurezza del Paese può essere chiamato a pagare due volte — prima con una retribuzione non pienamente adeguata e poi con una pensione penalizzata da una contribuzione che non ha potuto maturare?
È a questo punto che deve scattare la coscienza di ogni cittadino.
Come può un operatore garantire la sicurezza della collettività con la necessaria serenità e lucidità, se lo Stato per primo ne calpesta i diritti elementari, ne impoverisce la famiglia e rischia di compromettere persino la sicurezza economica della sua vecchiaia?La risposta è semplice: non può.
Un servitore dello Stato abbandonato a se stesso rende l’intero Paese più vulnerabile.
La forza del “Patto”: cinque sigle per la prima volta insieme.
Di fronte a questa deriva, è accaduto qualcosa di storico. Per la prima volta, cinque organizzazioni sindacali rappresentative delle Forze Armate e di Polizia ad ordinamento militare — NSC, SINAFI, ITAMIL, SILMM e USAMI — hanno abbattuto le barriere e si sono unite idealmente nel “Patto per la Sicurezza e la Difesa del Cittadino”.
Una massa critica di oltre 20.000 lavoratori in divisa che ha scelto di superare le frammentazioni per costruire un fronte programmatico condiviso e incrollabile. Non è un’alleanza d’occasione, ma un blocco d’urto sociale che difende la specificità del lavoro con le stellette e, attraverso di essa, la qualità della sicurezza fornita agli italiani.
Sostenere queste cinque sigle non significa “tifare per un sindacato”: significa schierarsi dalla parte delle donne e degli uomini che difendono la nostra libertà, dando forza a chi ha il coraggio di pretendere risorse concrete, tutele legali, il pieno riconoscimento degli arretrati spettanti e una dignità previdenziale che non venga sacrificata dalle distorsioni del sistema retributivo e contributivo.
La svolta di Napoli.
Dopo la grande scossa di Roma, la mobilitazione entra nella sua Fase 2 e sposta il baricentro dell’azione politica direttamente sul territorio. Il prossimo 14 settembre la carovana della dignità farà tappa a Napoli, dando il via a un ciclo di incontri che culminerà a Roma, alla vigilia della Legge di Bilancio.
A Napoli non ci sarà spazio per le passerelle politiche o le solite dichiarazioni di facciata. Le cinque sigle del Patto metteranno sul tavolo proposte di riforme normative fondate su tre pilastri non negoziabili:
1. Fondi strutturali e autonomi per la Specificità Militare, nettamente separati dal semplice recupero dell’inflazione sullo stipendio base.
2. Sistema previdenziale integrato, per risarcire il danno storico subito e tutelare chi lascia il servizio attivo per usura di stato.
3. Piena agibilità e tutele per i sindacati, per garantire ai dirigenti la libertà di difendere i colleghi senza il timore di ritorsioni o procedimenti disciplinari.
4. Pieno riconoscimento degli arretrati stipendiali spettanti, superando la logica delle erogazioni una tantum, protagonista per anni dei rinnovi contrattuali, in quanto queste non restituiscono integralmente e strutturalmente quanto dovuto e non producono gli effetti economici e contributivi che deriverebbero dalla corretta corresponsione della retribuzione.I tempi della solidarietà a parole sono finiti.
Difendere i diritti di chi porta la divisa significa difendere le nostre strade, le nostre case e il futuro dei nostri figli. Significa anche impedire che chi oggi serve lo Stato venga domani penalizzato economicamente e previdenzialmente proprio per non aver ricevuto per intero ciò che gli spettava.
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Il 14 settembre a Napoli per difendere chi ci protegge.
NSC, SINAFI, ITAMIL, SILMM e USAMI
La Segreteria Regionale Campania del Nuovo Sindacato Carabinieri
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