cambia il credito alle imprese senza rating


La Commissione europea ha tracciato le linee guida del prossimo pacchetto legislativo sulla competitività bancaria, atteso per il primo trimestre del 2027, mettendo al centro del dibattito il trattamento prudenziale delle esposizioni verso imprese prive di giudizio da parte di agenzie di rating. La comunicazione COM(2026) 615 final, pubblicata il 17 luglio 2026, punta a rivedere l’impatto dei vincoli di capitale sul finanziamento delle piccole e medie imprese, aprendo un confronto serrato tra esigenze di stabilità, competitività continentale e sostenibilità dei requisiti patrimoniali degli istituti.

La Commissione lega l’intervento a un fabbisogno di investimento che nel dibattito pubblico viene spesso ricondotto al rapporto Draghi sulla competitività, ma che nel frattempo si è mosso al rialzo. Il rapporto Draghi, presentato nel settembre 2024, stimava un fabbisogno aggiuntivo di 750-800 miliardi di euro l’anno. Le stime più recenti, che tengono conto anche dell’aumento della spesa per la difesa, parlano di circa 1.200 miliardi; uno studio di Oliver Wyman per la Federazione bancaria europea, pubblicato a giugno 2026, arriva fino a 1.400 miliardi. È questa cornice in evoluzione — più che il singolo numero del 2024 — a giustificare, agli occhi di Bruxelles, una revisione delle regole che negli ultimi quindici anni si sono sedimentate a difesa della stabilità del sistema.

Il nodo dell’output floor per le imprese senza rating

Oggi le esposizioni verso imprese senza rating ricevono una ponderazione del 100% nel metodo standardizzato, secondo l’art. 122 del Regolamento UE 575/2013 come modificato dal Regolamento UE 2024/1623. Esiste un regime transitorio, valido fino al 2032, che consente alle banche con modelli interni di applicare una ponderazione ridotta al 65% per le imprese con probabilità di default sotto lo 0,5%. Resta inoltre in vigore il fattore di sostegno alle PMI dell’art. 501 del CRR.

La Commissione annuncia ora di voler intervenire su un meccanismo più specifico: l’output floor, il limite che impedisce alle banche con modelli interni di scostarsi troppo dai risultati del metodo standardizzato. L’obiettivo dichiarato è rivedere le disposizioni transitorie che riguardano proprio le esposizioni verso imprese senza rating esterno e i mutui ipotecari, per evitare che il floor penalizzi in modo sproporzionato il credito a chi non dispone di una valutazione da agenzia. Non si tratta, dunque, di eliminare il ruolo del rating esterno nel calcolo ordinario delle ponderazioni, ma di ricalibrare come la sua assenza pesa nel meccanismo del floor. È comunque un intervento che, se confermato nel pacchetto del 2027, toccherebbe il modo in cui le banche italiane costruiscono il merito creditizio delle PMI, oggi basato su bilanci, rapporto tra posizione finanziaria netta ed EBITDA e indicatori di flusso di cassa prospettico.

Resta aperto, nel dibattito preparatorio al pacchetto, il tema più ampio del ruolo dei rating esterni nel sistema bancario europeo: un’eventuale riduzione del loro peso, ovunque venga applicata, rischia di togliere alle imprese l’incentivo a dotarsene, con effetti di segno opposto sulla trasparenza informativa e sulla crescita dei mercati azionari e obbligazionari europei. Le banche, dal canto loro, perderebbero una fonte di informazione indipendente sul merito di credito. È un’apertura condizionata, non una decisione già presa.

Regole su misura per le banche del territorio

Un secondo fronte riguarda le banche piccole e non complesse. L’Unione conta oltre 4.500 banche e circa 650 gruppi bancari, e applica a tutte le banche gli standard di Basilea, a ogni livello di consolidamento — una scelta che altre giurisdizioni riservano solo agli istituti grandi e internazionali. La Commissione riconosce che questo approccio ha rafforzato la resilienza del sistema, ma ha anche caricato di complessità proprio gli istituti locali che sostengono il finanziamento delle PMI nelle aree meno sviluppate. Il pacchetto del 2027 dovrebbe introdurre nel CRR un regime dedicato, con requisiti ridotti nelle tre dimensioni prudenziale, macroprudenziale e di risoluzione.

Le riduzioni già formalizzate: leva finanziaria e liquidità infragruppo

Tra le poche misure già formalizzate nella comunicazione c’è la rimozione dei requisiti di secondo pilastro collegati al coefficiente di leva finanziaria — riserve calibrate sul singolo istituto, spesso sovrapposte ad altri requisiti già esistenti. La motivazione ufficiale riguarda il rischio di conteggiare due volte lo stesso fattore di rischio e la scarsa trasparenza con cui questi requisiti vengono oggi determinati.

Il secondo intervento concreto tocca i gruppi bancari transfrontalieri, che oggi devono rispettare requisiti di capitale e liquidità sia a livello consolidato sia in ciascuna controllata estera. Secondo la stima della BCE, allentare questi vincoli libererebbe circa 230 miliardi di euro di attività liquide di elevata qualità. La Commissione propone di dare ai supervisori di gruppo il potere di redistribuire capitale e liquidità tra capogruppo e controllate, anche in condizioni di stress. La commissaria ai Servizi finanziari Maria Luís Albuquerque ha descritto il settore come ancora «troppo frammentato lungo i confini nazionali». La contropartita chiesta dagli Stati che ospitano le controllate riguarda però le garanzie sulla stabilità finanziaria locale: su questo la Commissione ritira la proposta EDIS del 2015 e annuncia un nuovo testo sull’assicurazione dei depositi.

Un dibattito diviso su più fronti, non un consenso

La rimozione dei requisiti di secondo pilastro ha subito polarizzato le posizioni a Bruxelles. L’Association for Financial Markets in Europe l’ha definita, per bocca di Caroline Liesegang, un segnale «positivo e incoraggiante», chiedendo di accelerare i tempi del pacchetto legislativo per rispondere alla pressione competitiva degli operatori statunitensi.

Di segno opposto è la lettura di Finance Watch. Julia Symon, responsabile ricerca dell’organizzazione, ha osservato che ridurre i requisiti patrimoniali offre alle banche un margine di manovra una tantum sui bilanci, senza alcuna garanzia che questo si traduca in investimenti più produttivi per l’economia. È un argomento tecnico, non ideologico, e merita di essere tenuto presente da chi guarda alla riforma dal lato della domanda di credito delle imprese: la disponibilità di capitale liberato non equivale automaticamente a maggiore erogazione.

La Commissione, nello stesso documento, offre una replica indiretta: dal 2023 le banche europee mostrano una redditività tornata sui livelli pre-crisi e posizioni patrimoniali solide, confermate dagli stress test EBA e BCE del 2025. Il nodo, quindi, non è se le banche abbiano margini di manovra, ma dove finiranno per essere indirizzati.

Anche le istituzioni monetarie sono intervenute nel dibattito, con toni più cauti rispetto all’industria bancaria. La Banca centrale europea ha ricordato a più riprese, nel corso del 2026, che «la competitività deriva dall’armonizzazione, dall’integrazione e dalle economie di scala, non dalla deregolamentazione». È un monito che si riflette anche nella risposta dell’Eurosistema alla consultazione della Commissione, dove si riconosce che le riforme post-crisi hanno rafforzato la resilienza del settore, segnalando però che questo non si è ancora tradotto in un aumento della competitività internazionale. Sul fronte italiano, il presidente dell’ABI Antonio Patuelli ha chiesto un’accelerazione delle semplificazioni normative, inserendola però nel completamento dell’Unione bancaria e dell’Unione dei mercati dei capitali, non come alternativa a essi. È un terzo punto di vista, distinto sia da quello dell’industria finanziaria continentale sia da quello delle organizzazioni della società civile.

Cosa è già regola e cosa resta intenzione

Oggi in vigore Direzione annunciata
Esposizioni senza rating ponderate al 100% nel metodo standardizzato (65% transitorio IRB fino al 2032) Ricalibrazione delle disposizioni transitorie dell’output floor per esposizioni senza rating e mutui ipotecari
Standard di Basilea su tutte le banche europee, a ogni livello Regime dedicato nel CRR per banche piccole e non complesse
Requisiti di capitale e liquidità dovuti sia a livello consolidato sia per controllata Poteri ai supervisori di gruppo per allocare capitale e liquidità, con garanzie sui depositi
Requisiti di secondo pilastro sulla leva fissati dalla vigilanza Rimozione dei requisiti di secondo pilastro sulla leva finanziaria

La distinzione non è un dettaglio formale. Nessuna delle misure descritte produce oggi effetti sui bilanci bancari o sulle condizioni di accesso al credito: la comunicazione è un atto di indirizzo, non diritto applicabile.

Le prossime scadenze

Il percorso normativo del credito in Europa procede su più binari paralleli, e non tutti riguardano la stessa materia. Il 20 novembre 2026 entra in applicazione la nuova direttiva sul credito ai consumatori (CCD2), di cui SimplyBiz ha già seguito il recepimento nell’articolo [Recepimento CCD2, ci siamo quasi. In arrivo riforma profonda credito, intermediazione e OAM]. Il 1° gennaio 2027 entrano in vigore le regole di Basilea sul rischio di mercato (FRTB); un regolamento delegato della Commissione del 4 giugno 2026 ha già introdotto misure temporanee di alleggerimento operativo e moltiplicatori mirati per il calcolo dei requisiti patrimoniali, con effetti fino al 2030. Nel primo trimestre 2027 è atteso il pacchetto legislativo sulla riforma prudenziale qui descritta. Il 10 luglio 2027, infine, diventa direttamente applicabile il nuovo regolamento unico antiriciclaggio (AMLR), la cui applicazione sarà vigilata dalla nuova Autorità europea AMLA.

Per le imprese italiane, il punto di osservazione utile resta quello del 2027: è lì che si capirà se l’apertura sulle disposizioni transitorie per le imprese senza rating sopravviverà alla cautela sugli incentivi alla trasparenza informativa che la stessa Commissione lascia aperta, o se prevarrà la prudenza di chi teme di indebolire proprio l’informazione su cui si regge oggi la valutazione del credito alle PMI.


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