È il costo extra del finaziamento del debito sostenuto dalle principali economie e dovuto all’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato per la guerra in Iran: lo riporta un’analisi del «Financial Times». Se il trend dovesse continuare, in un anno la cifra arriverebbe a 34 miliardi
Il debito pubblico degli Stati Uniti ha da poco sfondato quota 40 mila miliardi di dollari. Quello italiano, lo scorso giugno, ha raggiunto la cifra record di 3.207,2 miliardi di euro. E il rapporto debito/Pil è in aumento in Europa, seppure il trend non riguardi in maniera omogena tutti i Paesi. La crisi in Medio Oriente scoppiata a fine febbraio non solo ha risvegliato l’inflazione, non solo ha costretto i governi a mettere mano alle risorse pubbliche per fronteggiare il caro vita (soprattutto per i carburanti), ma ha anche causato un aumento del prezzo al quale gli Stati si indebitano. Secondo un’analisi dei dati sulle emissioni di titoli di Stato condotta dal Financial Times, l’aumento dei rendimenti obbligazionari globali registrato dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran ha fatto lievitare di 16 miliardi di dollari i costi di finanziamento per i Paesi del G7.
Le prospettive se le tensioni dovessero proseguire
Se l’incremento dei rendimenti dovesse persistere, prosegue il quotidiano britannico, Stati Uniti, Germania, Francia, Giappone, Italia, Regno Unito e Canada potrebbero arrivare a pagare circa 34 miliardi di dollari in più di oneri finanziari entro la fine del primo trimestre del 2027, ovvero a un anno esatto dall’inizio delle tensioni. Quasi tutte le emissioni g0vernative, di qualsiasi scadenza, sono aumentate dallo scorso febbraio: il rendimento del Treasury decennale americano, per esempio, allora viaggiava intorno al 4%, oggi è arrivato a al 4,7%, e la corsa non si è fermata nemmeno di fronte al tentativo del segretario del Tesoro Usa, Scott Bessent, di incrementare gli acquisti governativi di titoli a più lunga scadenza. Il rendimento del Btp decennale era intorno al 3,3%, oggi è al 4,1%. Il risultato è un aumento dell’importo che i governi devono sostenere per collocare nuovo debito.
I rischi americani…
Secondo il Financial Times, a sostenere la parte principale dell’aumento dei costi per interesse registrato finora sono gli Stati Uniti, con una stima di 10,6 miliardi di dollari: circa due terzi degli incrementi. Ed è previsto il pagamento di ulteriori 21,7 miliardi qualora l’aumento dei rendimenti dovesse persistere fino alla fine del primo trimestre del 2027. Trattandosi della maggiore economia del G7 e del più grande mercato di titoli di stato al mondo, la preponderanza americana appare giustificabile, ma nelle ultime settimane i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi sono aumentati bruscamente. E, nello stesso momento, è in crescita la preoccupazione degli investitori per l’aggravarsi del debito pubblico e per la capacità dei responsabili delle politiche economiche di contenere l’impennata dell’inflazione scatenata dalla guerra di Trump in Iran.
…e i riflessi sulle altre economie
A risentire di questo contesto sono anche quei Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni di energia, come Regno Unito, Italia, Germania e Giappone, a causa della crescita delle aspettative di inflazione sulla scia della crisi dell’approvvigionamento energetico innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Secondo i calcoli del Financial Times, gli altri paesi del G7 hanno sostenuto poco più di un terzo dell’aumento complessivo registrato finora. Sebbene gli incrementi siano relativamente contenuti rispetto agli impegni di spesa pubblica complessivi, rischiano di esercitare un’ulteriore pressione su bilanci pubblici già sotto forte tensione. E sugli Stati, così come su famiglie e imprese, potrebbero gravare anche i futuri aumenti dei tassi di interesse da parte delle banche centrali.
I rischi per i bond, tra politica e intelligenza artificiale
L’aumento dei tassi rappresenta infatti uno dei maggiori rischi per i mercati azionari e del credito. Secondo gli economisti interpellati dal FT, qualora il costo del denaro dovesse salire, portando il rendimento dei titoli del Tesoro Usa a dieci anni oltre la soglia del 5%, si potrebbe assistere a una reazione negativa dei mercati azionari. Non solo: i deficit, già in aumento a livello globale, potrebbero crescere ancora a causa di diversi fattori politici, dalle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti alle diverse tornate europee, fino all’instabilità di alcuni Paesi, come Francia, Giappone, Regno Unito e Germania. A queste dinamiche, per i governi si aggiungono anche l’aumento della spesa per la difesa, per le esigenze demografiche, per le infrastrutture e per gli investimenti «green» (al di fuori degli Stati Uniti). E lo sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe calamitare ulteriori investimenti da altri strumenti, tra i quali il debito sovrano, esercitando una pressione al rialzo sui rendimenti.
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