TARANTO – La crisi dell’ex Ilva rischia di allargarsi ben oltre i cancelli dello stabilimento e di investire l’intero sistema economico tarantino. Per questo Confcommercio Taranto chiede al Governo l’apertura immediata di un tavolo nazionale permanente dedicato alla diversificazione e al rilancio produttivo della provincia, da tenere a Taranto e da rendere indipendente dalle sorti del siderurgico.
La posizione è stata ribadita dal presidente provinciale Giuseppe Spadafino dopo il confronto di Palazzo Chigi, al quale ha partecipato insieme al vicepresidente nazionale di Confcommercio Pasquale Russo.
Secondo l’associazione, l’incertezza aperta attorno all’area a caldo dell’ex Ilva non riguarda più soltanto i lavoratori diretti e l’indotto. Le conseguenze rischiano di riversarsi su commercio, servizi, famiglie, consumi e più in generale sull’intera economia locale.
Particolare preoccupazione viene espressa per le procedure di licenziamento che avevano interessato oltre 2.500 lavoratori dell’indotto, successivamente sospese su richiesta del Governo. Per Confcommercio, dietro quel numero esiste un effetto a catena destinato a incidere sul potere d’acquisto delle famiglie e sui fatturati delle attività economiche.
Il quadro del commercio, sostiene l’associazione, mostra già segnali pesanti. Confrontando il 1° trimestre 2025 con il 1° trimestre 2026, il saldo tra iscrizioni e cessazioni evidenzierebbe una perdita netta di circa 1.000 imprese del settore.
«Sono numeri importanti che denotano una lunga sofferenza del tessuto economico», afferma Spadafino, chiedendo al Governo di intervenire affinché «una crisi industriale non diventi una crisi economica e sociale dell’intero territorio».
Confcommercio ritiene necessario accompagnare la decarbonizzazione dell’ex Ilva e la transizione energetica, ma contemporaneamente chiede di costruire un progetto economico più ampio per Taranto.
«Chiediamo un tavolo per il rilancio produttivo ed economico di Taranto», ha ribadito Pasquale Russo. Un organismo che, nelle intenzioni dell’associazione, dovrebbe individuare investimenti, infrastrutture, strumenti finanziari e fiscali, politiche del lavoro e nuove filiere produttive, con un obiettivo preciso: la diversificazione dell’economia provinciale.
Il tema era già stato portato all’attenzione delle istituzioni nel maggio scorso, durante le 3 giornate del Salone Mediterraneo dell’Impresa, quando Confcommercio Taranto e i vertici nazionali della Confederazione, compreso il presidente Carlo Sangalli, avevano posto al centro del confronto il ruolo dei fondi europei e, in particolare, del Just Transition Fund.
Spadafino ricorda inoltre il percorso di confronto avviato tra Governo, Regione, enti locali, sistema imprenditoriale, esperti e mondo universitario. L’obiettivo dichiarato è accompagnare Taranto verso «una nuova stagione di sviluppo, nella quale il territorio possa esprimere pienamente la propria vocazione naturale di ponte economico, logistico e culturale nel Mediterraneo».
A supporto di questa impostazione, Confcommercio richiama anche un’indagine realizzata con il contributo del Dipartimento di Economia dell’Università di Bari. Secondo i risultati riportati dall’associazione, il 53% delle imprese tarantine sarebbe scettico sulle prospettive future, mentre il 70% delle aziende del territorio provinciale attribuirebbe alla vicenda Ilva il principale limite allo sviluppo.
Sempre secondo l’indagine, una parte significativa delle micro e piccole imprese considererebbe la presenza e la crisi del siderurgico un elemento capace di scoraggiare nuovi investimenti e di trasmettere l’immagine di un territorio fragile, instabile, poco attrattivo e caratterizzato da un elevato rischio economico.
Per Confcommercio, tuttavia, Taranto dispone di diversi settori sui quali costruire una nuova fase di crescita. Tra questi vengono indicati porto e logistica, turismo, commercio, servizi, agroalimentare, blue economy, cantieristica, innovazione, rigenerazione urbana, bonifiche e nuove filiere industriali.
Anche i XX Giochi del Mediterraneo appena conclusi vengono indicati come un’opportunità da non disperdere. Il lascito infrastrutturale, secondo l’associazione, dovrebbe essere trasformato in una leva stabile per generare occupazione, attività economiche, sviluppo turistico e crescita socio-culturale.
«Il punto è trasformare queste possibilità in investimenti, imprese e posti di lavoro. Non in nuovi annunci», sottolinea Spadafino.
La richiesta rivolta al Governo è quindi quella di istituire un tavolo permanente “per Taranto e a Taranto”, con la presenza fisica delle istituzioni nazionali sul territorio e il coinvolgimento di Regione Puglia, enti locali e rappresentanze economiche e sociali.
Confcommercio chiede che il tavolo abbia obiettivi, risorse, responsabilità e tempi verificabili e che, soprattutto, non sia subordinato agli sviluppi della vertenza siderurgica.
«Non possiamo aspettare di sapere cosa succederà all’Ilva per cominciare a progettare il futuro di Taranto», afferma Spadafino. «Dobbiamo progettare oggi il futuro di Taranto, qualunque sia il futuro dell’Ilva».
L’associazione rivendica inoltre un ruolo attivo del commercio e dei servizi nella costruzione della nuova economia locale, chiedendo al Governo di considerare la diversificazione produttiva di Taranto una politica di interesse nazionale e non una semplice compensazione rispetto alla crisi dell’acciaio.
L’obiettivo, precisa Confcommercio, non è sostituire una monocultura economica con un’altra. «Non chiediamo di sostituire domani l’acciaio con il turismo. Chiediamo di costruire un territorio nel quale possano convivere industria, commercio, servizi, turismo, porto, economia del mare e nuove attività produttive».
La prospettiva indicata è quella di una città nella quale le nuove generazioni possano scegliere di restare grazie alla presenza di più imprese e maggiori opportunità. Da qui la domanda che Confcommercio pone alle istituzioni e al territorio: «Che cosa vogliamo che sia Taranto tra 10 anni?».
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