Per anni la sostenibilità è stata spesso associata
soprattutto alla rendicontazione: raccogliere dati, preparare il bilancio di
sostenibilità, rispondere alle richieste degli stakeholder. Oggi, però, nelle
imprese italiane il ruolo di chi si occupa di sostenibilità sembra spostarsi
sempre più vicino al centro delle decisioni.
A fotografare questo cambiamento è la terza edizione della
ricerca di Sustainability Makers, realizzata insieme ad ALTIS
Graduate School of Sustainable Management dell’Università Cattolica del Sacro
Cuore. Il dato più significativo è netto: 7 professionisti e
professioniste della sostenibilità su 10 riportano direttamente al vertice
aziendale. Secondo la ricerca, inoltre, queste figure sono sempre più
coinvolte nei processi di pianificazione strategica.
Non significa semplicemente che nelle aziende ci siano più
sustainability manager. Il cambiamento riguarda soprattutto che cosa fanno e
dove vengono coinvolti.
Dalla rendicontazione alla strategia
La ricerca mostra infatti che il lavoro dei professionisti
della sostenibilità non si concentra più soltanto sulla produzione di
informazioni e report.
Il 38,9% dichiara di essere impegnato nella riduzione
dell’impatto ambientale dell’organizzazione, mentre il 20,8% lavora su
attività di stakeholder engagement. Il professionista della sostenibilità
diventa quindi una figura che deve mettere in relazione obiettivi ambientali e
sociali, processi aziendali, stakeholder e pianificazione.
È un’evoluzione che si inserisce anche in un contesto
normativo profondamente cambiato.
La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD)
ha portato la sostenibilità dentro i sistemi di reporting delle imprese
interessate dalla normativa europea. La Commissione europea spiega che le
aziende soggette alle regole devono fornire informazioni sui rischi e sulle
opportunità legati alle questioni ambientali e sociali e sugli impatti delle
proprie attività sulle persone e sull’ambiente.
Ma nel 2026 il quadro europeo è a sua volta in evoluzione:
il 3 luglio 2026 la Commissione europea ha adottato gli ESRS rivisti,
con l’obiettivo di semplificare la rendicontazione. Secondo la Commissione, i
nuovi standard riducono di oltre il 60% i datapoint obbligatori e di
oltre il 70% il numero complessivo di datapoint, con una riduzione
attesa dei costi di reporting superiore al 30% per azienda.
Questo rende ancora più interessante il ruolo dei
professionisti: se il reporting viene semplificato, la sostenibilità non può
limitarsi alla produzione di dati. Deve essere collegata alle decisioni che
quei dati dovrebbero orientare.
Le aziende stanno davvero cambiando?
Un altro elemento utile arriva dall’Istat.
Secondo i dati più recenti disponibili sulle pratiche
sostenibili delle imprese manifatturiere, il 66,5% delle imprese
manifatturiere aveva dichiarato di essersi impegnato nel 2022 in azioni per la
sostenibilità. La quota arrivava all’86,9% nelle imprese con almeno 250
addetti, contro il 43,6% delle piccole imprese.
Il divario dimensionale è quindi ancora molto forte. E non
riguarda soltanto la capacità di realizzare interventi ambientali. Le grandi
imprese dispongono più frequentemente di strutture, risorse e competenze
dedicate, mentre nelle realtà più piccole la sostenibilità può essere
distribuita tra funzioni già esistenti.
È anche per questo che la professionalizzazione della
sostenibilità diventa un tema importante: non basta che un’azienda abbia
obiettivi ESG se non dispone delle competenze necessarie per trasformarli in
processi, dati e decisioni.
Una professione sempre più strutturata
La ricerca precedente di Sustainability Makers, il Sustainability
Career Compass 2024, aveva già mostrato alcuni segnali di questa
trasformazione.
Il 52,9% dei sustainability manager dichiarava di
avere a disposizione un budget specifico per le iniziative di sostenibilità,
mentre il 36% disponeva di una squadra composta da 3-5 collaboratori a
tempo pieno. Anche i percorsi professionali risultavano sempre più
diversificati: il 33,9% dei manager proveniva da studi di management o
economia, mentre il 36,7% aveva un background scientifico.
La stessa ricerca evidenziava inoltre l’impatto della CSRD
sull’organizzazione aziendale: il 59,5% dei professionisti aveva apportato
modifiche organizzative per affrontare le nuove esigenze, mentre il 61,9%
aveva introdotto nuovi strumenti per migliorare la raccolta e l’analisi dei
dati di sostenibilità.
Sono numeri che raccontano un passaggio preciso: la
sostenibilità non è più necessariamente una funzione accessoria affidata a una
singola persona. In molte organizzazioni sta diventando una competenza
trasversale che richiede dati, capacità manageriali, conoscenze
scientifiche, comprensione delle normative e capacità di dialogare con funzioni
diverse.
Il punto non è avere un sustainability manager
Ed è forse qui che si trova la questione più interessante. Avere
una persona o un team dedicato alla sostenibilità non garantisce
automaticamente che l’azienda sia più sostenibile. La differenza sta nella
capacità di portare quelle competenze dentro le decisioni.
Energia, investimenti, supply chain, prodotti, gestione del
rischio, rapporti con gli stakeholder e strategie industriali hanno ormai
implicazioni ambientali e sociali sempre più evidenti. Per questo il
professionista della sostenibilità può diventare una figura di collegamento tra
competenze che, in passato, venivano gestite separatamente.
La stessa Sustainability Makers descrive oggi il
sustainability manager come un professionista che integra i criteri ESG nella
strategia e nella gestione dell’organizzazione.
Il vero salto, quindi, non è trasformare la sostenibilità in
un nuovo reparto aziendale. È fare in modo che la sostenibilità smetta di
essere un capitolo della strategia e diventi una delle variabili con cui la
strategia viene costruita.
Fonti:
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